In Basilicata come nel resto del Mezzogiorno, di fronte alla complessità dei problemi presenti si respira uno scoramento diffuso. Un sentimento di frustrazione, di sfiducia verso il futuro, plasticamente documentato dalla crisi persistente della natalità e dai processi emigratori. Il tentativo più volte fatto in questi anni di esorcizzare questo problema è destinato ad infrangersi contro la realtà. Di fronte a dinamiche negative di lungo periodo è lecito ipotizzare un destino diverso? Consideriamo per un momento l’area Sud della Basilicata e in particolare quella del parco del Pollino: qui insistono rilevanti risorse ambientali e culturali che rischiano di rimanere un potenziale inespresso proprio per la carenza di risorse umane, ossia di un numero di persone residenti in grado di sostenere le attività economiche locali, di generare una domanda di beni e servizi che giustifichi nuove attività e nuova occupazione. È lecito sperare in una spinta visionaria confortata da una “buona politica” che si ponga come obiettivo quello di catturare attenzioni ed interessi su un territorio così pregiato? Di attrarre investimenti e dunque persone? Di sollecitare e sostenere attività di ricerca e sviluppo in settori coerenti con le vocazioni del territorio per produrre innovazione, sfruttando le opportunità offerte dalla società digitale?
Grazie ad essa infatti è oggi meno importante il fattore localizzativo, il dove si è, mentre è sempre più importante determinare le condizioni perché in taluni contesti accadano o possano accadere nuove cose.Avere una qualche idea di come vorremo essere da qui a 10 anni, una idea di futuro, non è un esercizio utile solo per Matera ripiegatasi su questa riflessione grazie alla necessità di dotarsene in funzione della candidatura prima e poi dell’esercizio del ruolo di capitale europea della cultura 2019, ma per tutta la Basilicata, nell’articolazione delle sue diverse vocazioni territoriali. Occorre infatti superare in molti territori quell’approccio puramente manutentivo dell’esistente che è la causa principale di quella percezione diffusa di una società vecchia, stanca, appena scossa dalla vitalità, pure contagiosa, dell’evento Matera 2019. Al contempo esiste anche una Basilicata dinamica, su cui forse non ci si sofferma abbastanza: il metapontino. Si tratta di un’area territoriale non a caso in controtendenza sotto il profilo demografico, caratterizzata da una economia vivace. Un territorio che produce ricchezza non grazie a realtà esogene, di cui certo non si vuole sottovalutare l’importanza, come la Fiat per il melfese, ma a partire dalle sue risorse endogene, in primis l’agricoltura ed il turismo. Un esempio concreto di come le riforme strutturali che hanno riguardato quel territorio generino risultati di lungo periodo. Per Potenza la scossa è venuta nel 2017 dal calcio: è bastato il successo della squadra rossoblù per riattivare entusiasmi sopiti, rimuovere – almeno in parte – il senso di frustrazione di una città capoluogo che si sente sempre più defraudata del suo ruolo storico. Un evento che in qualche modo sembra aver risvegliato la consapevolezza che solo se la città si caratterizza per fattori di eccellenza nella vita sociale come in quella economica può ambire ad esercitare un qualche ruolo guida. E come non ricercare e pretendere nell’Università degli studi o negli altri presidi strategici regionali a partire dall’Ospedale San Carlo qualità assoluta, ossia da primato, eccellenza, tensione all’innovazione? In questa prospettiva occorrerebbe lanciare una sottoscrizione popolare pro-università per dare un segnale concreto di attenzione sociale per una istituzione cardine per il futuro della città e della regione e fare avvertire tutte le aspettative che i lucani ripongono in essa. Si tratta infatti di presidi irrinunciabili: è attorno alle università, come ricorda Gianpiero Lotito, che sono sorte le fucine dell’innovazione e del cambiamento e dove oggi possono sorgere small valley, concentrazioni di competenze e di saperi in specifici ambiti in grado di generare nuove opportunità e nuovo lavoro, di superare la sindrome di perifericità plasmando luoghi attrattivi, e dove sia ancora possibile immaginare il proprio futuro senza necessariamente cercarlo altrove.
