Il 2018, LA VISIONE DEL FUTURO E LE VISIONI DELLA POLITICA

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Si susseguono le dichiarazioni d’inizio 2018, tutti a dire che l’Italia sta finalmente uscendo dalla più devastante crisi da quella del ‘29 (e qui qualche brivido mi percorre la schiena perché da quella crisi in Europa se ne uscì con i totalitarismi). Mi guardo intorno e mi pare che niente stia cambiando in meglio e che si stiano solo consolidando quelle che dovevano essere “soluzioni” temporanee per uscire dalla crisi, allora ricorro ad un consolatorio “esperimento mentale” (direbbe Galileo Galilei). Di quali cose mi piacerebbero si potessero realizzare nel prossimo anno, sono realista e quindi voglio l’impossibile (a proposito ricorre il cinquantenario di quando questo slogan fu coniato), me ne viene in mente solo una (a cui sono riconducibili, come tenterò di dimostrare, tante altre): il lavoro.                                                                                           

La mancanza di lavoro è il vero dramma della contemporaneità, sta cambiando l’antropologia sociale, la maniera di vivere, il modo di “pensare” di questo paese.
Quando parlo di lavoro non parlo di un lavoro qualsiasi ma anche della sua qualità, dei rapporti sociali di produzione, come si diceva una volta. Il vero dramma è non solo la sua mancanza ma, forse in maniera maggiore, la sua trasformazione in “precarietà”. La precarizzazione del lavoro trasforma il rapporto con gli altri, con il tempo, con lo spazio, ci consegna a una dimensione “asociale” della vita, mortifica il quotidiano, sottopone al ricatto perenne della dipendenza dagli altri, per i giovani in particolare proroga il processo di autonomia economica e anche “mentale” all’infinito. Il lavoro è anche la forma basilare di fondazione del concetto di cittadinanza, si è cittadini in quanto si è socialmente utili, il lavoro è la prima espressione di questa utilità e introduce, attraverso la produzione del reddito, a tutte le altre. Hegel in uno dei passaggi più suggestivi della Fenomenologia della Spirito parlava di valore fondativo del lavoro, oggi che i processi di automazione e lo sviluppo delle tecnologie hanno trasformato i processi lavorativi potendo rendere l’uomo “più libero” dalla fatica assistiamo invece ad una diminuzione della stessa libertà e ad una precarizzazione che rende il lavoro più alienante e qualitativamente “peggiore” del passato. Qualche sociologo del lavoro arriva a parlare di nuove forme di schiavitù indotte proprio dallo sviluppo tecnologico, la globalizzazione e la logica dei profitti stanno facendo il resto. Lo sviluppo delle nuove tecnologie, il loro impatto sui processi produttivi, la loro ricaduta sulle trasformazioni del nostro vivere quotidiano e sui rapporti sociali sono alla base delle trasformazioni della società contemporanea, la precarizzazione, il contenitore dentro cui tutto questo avviene, compresa la crisi della politica e il consolidamento di ceti politici autoreferenziali. Precario il lavoro, paradossalmente anche quando c’è, precario il reddito, precari i rapporti sociali, precaria la nostra esistenza, precario il nostro modello di cittadinanza. In tutto questo s’insinua la crisi della politica, la crisi della rappresentanza e soprattutto il dramma di ormai due generazioni che si perdono nel limbo della storia.
Mai come in questa fase storica ci sono stati gli strumenti per migliorare la vita di tutti, mai come in questo momento, dell’età moderna, si è allargata la forbice tra ricchi e poveri, parlo naturalmente di un processo globale.
Le visioni hanno un senso se sono grandi e la mia visione mi fa chiedere che si affronti questo problema con la giusta ottica a partire dalla introduzione di un reddito sociale, che per quello che ho detto, sia un reddito di cittadinanza e di introduzione al lavoro, per liberare dal ricatto, per permettere alle nuove generazioni di crescere liberamente, di coltivare i propri sogni diventando adulti. La costituzione americana, figlia dell’illuminismo, mette tra i diritti fondamentali dell’uomo quello alla felicità, la nostra, frutto della resistenza al nazifascismo e di un’antica sapienza giuridica ci dice che siamo una repubblica fondata sul lavoro: che il 2018 sia un anno fondato sul lavoro e la felicità. Lavoro e felicità vogliono dire per la Basilicata anche un nuovo modello di sviluppo rispettoso di questa terra che “ci nutre e ci sopporta”, stop alle ricerche petrolifere, basta perforazioni, bonifica e messa in sicurezza, sotto il controllo di authority terze, delle zone a rischio. Puntare su un modello alternativo, che in passato veniva definito “autocentrato”, puntando ad una diversa qualità del lavoro e un utilizzo rispettoso e non autodistruttivo delle risorse. La Basilicata per caratteristiche geografiche e antropiche, nel rapporto abitanti/dimensioni territoriali ha tutte le caratteristiche per poter tentare una sperimentazione di questo tipo, è il luogo ideale per mettere in rete intelligenze, competenze, risorse, capacità in vista di un salto di qualità.                                                                                                Sono cosciente che senza un governo della politica queste visioni rimangono visioni, lo scenario che abbiamo sotto i nostri occhi è poco rassicurante e tutto lascia prevedere che siamo ancora in una fase di passaggio e non di risoluzione dei problemi. Proprio la “politica”, insisto la politica e non questa classe politica, è “l’arte” visionaria per eccellenza quando vola alto, rompe con le consuetudini di potere e rischia sul piano dell’innovazione, ed è questa la politica che desidero per il prossimo anno. ]]>

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