MATERNITÀ, SCELTA O DESTINO?

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L’Italia non è un paese per bambini. Gli impietosi dati di fine anno, forniti dall’Istat, ci dicono che nessun paese al mondo fa meno figli del nostro. Che siamo una popolazione in via di estinzione, destinata ad un futuro dai capelli grigi. Ma la rinuncia alla maternità dipende davvero soltanto da servizi di assistenza insufficienti, da una crisi economica non completamente superata o da quella conciliazione famiglia lavoro lontana dal compiersi? Basta l’assenza di una robusta protezione sociale a giustificare quei 100 mila nati in meno negli ultimi otto anni in Italia? (“Natalità e fecondità della popolazione residente”). E’ lo stesso Istituto di statistica che, spiegando cosa ci sia dietro numeri così drammatici, chiarisce che siamo difronte ad una minore propensione delle donne italiane ad avere figli. Detto con altre parole, che il dramma demografico è collegato più a un tema di carattere culturale che agli indici di benessere di un paese. E apre così una riflessione che travalica le ragioni, pure oggettive, che ciascuno di noi è portato a dare nell’analisi di un fenomeno che rischia di ribaltare per sempre la struttura stessa di famiglia, il sistema culturale, sanitario, pensionistico. Sistemi che dovranno fare i conti con italiani sempre più vecchi e costretti a lavorare più a lungo. L’analisi parte, dunque, dall’assunto che la maternità non sia più un destino, come già anni fa aveva anticipato la psicologa Elena Rosci nel suo “La maternità può attendere”, ma una scelta. Responsabile, coraggiosa, seria, mai facile. Non è più l’inevitabile approdo di un matrimonio, né l’atto di maggiore completezza dell’essere femminile. Perché ci si può sentire appagate ed estremamente felici e soddisfatte anche senza mettere al mondo un figlio. Ci si può sentire risolte, perché autonome e libere, anche in una vita che basta a se stessa.  

Il calo di nascite così preoccupante in Italia dipende, quindi, da una precisa e decisione di non avere figli. (Escludendo dalla casistica quelle donne, non poche, che invece un figlio lo vorrebbero e che, dolorosamente, per ragioni mediche devono rinunciarvi. Un.esercito di combattenti con storie che meriterebbero di essere raccontate tutte).
La scelta volontaria, invece, a non averne, è dettata più spesso di quanto pensiamo, dalla paura di pendere, o compromettere, quel che si è faticosamente raggiunto: una indipendenza economica, uno status professionale, un progresso sociale, un prezioso equilibrio psicologico. Indicatori, a ben vedere, più stringenti, più persuasivi, forse, di una generica “paura del futuro”. Si tratta, al contrario, di qualcosa di più personale, di paure più intime che hanno a che fare con sentimenti di inadeguatezza, di precarietà dei sentimenti di coppia prima ancora che lavorativa. Perché la verità è che non tutte si sentono adatte al ruolo, non tutte sentono bruciare dentro il sacro fuoco della maternità. Non tutte sono disposte a rivedere le proprie vite, le proprie priorità. E non si è per questo più aride, più anaffettive, più sole. Ma è bene riconoscere che la società è cambiata, che sono cambiate le donne e che ci sono fattori altrettanto decisivi – ma ancora poco indagati – a determinare l’andamento della natalità in Italia.  ]]>

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