Because the night, perché la notte, per quanto lirica e bella, è passata e ha il sapore – persino dolce – di un brutto ricordo che oggi rafforza l’ottimismo e anche un dichiarato senso di rivincita personale.
Il senatore uscente del Pd Salvatore Margiotta, in corsa, capolista, per un seggio a palazzo Madama, forse il più potentino e al tempo stesso il più romano della squadra lucana di Renzi (il segretario che non gli ha mai fatto mancare appoggio durante gli anni travagliati della vicenda processuale felicemente risolta), si propone ai molti amici arrivati per l’inaugurazione del suo comitato elettorale, più sorridente che mai come in tutte le foto scelte per raccontare il cammino della legislatura.
Colonna sonora la canzone manifesto di Springsteen, inno di una generazione (la sua, quella della metà degli anni Sessanta), e anche “Un mondo migliore” di Vasco Rossi, messaggio evidentemente simbolico per annunciare, in questa quarta candidatura al Parlamento, che non ci sarà spazio né per fare polemiche né per reagire alle provocazioni, ma solo per raccontare bene le cose fatte e da proseguire, come Renzi ha raccomandato.
Meno che meno c’è voglia di battibeccare con i vecchi compagni trasmigrati nel partito di Grasso. Unica concessione una battuta veloce: «Attaccano solo il Pd – dice Margiotta – Io non attaccherò loro. I miei avversari sono Salvini, Berlusconi, i Cinquestelle».
Il Pd che in Basilicata, nella fenomenologia del suo trasformarsi, non ha mai fallito ma che ha subìto qui le radici della sua scissione più dolorosa, si gioca la carta della stabilità, “dell’impegno rispetto allo sdegno”, sintetizza Vito De Filippo (l’altra teste di serie, candidato capolista alla Camera) con una campagna elettorale comune per comune (38 già visitati, dice il sottosegretario), porta a porta, casa per casa, rimarca il segretario regionale Mario Polese, perché il consenso è una costruzione faticosa di rapporti e convincimenti, oltre i sondaggi e le analisi di giornalisti e influencer.
La pattuglia è unita, grazie anche al sistema elettorale, la sala è piena, come piena era quella di De Filippo domenica scorsa, “incontreremo piccoli gruppi di amici, riunioni oceaniche non servono”, dice il giovane Robortella. Manca Lacorazza, ma è venuta Vittoria Pertusiello. C’è un obiettivo a breve, e uno di prospettiva. Ma ora al Pd serve il risultato. Margiotta ringrazia i “suoi” di sempre, Tonio Boccia, Gennaro Straziuso, Erminio Restaino e arriva anche Vito Santarsiero, presenza non scontata, al quale va l’attestato di stima pubblico per l’esito positivo delle vicende contabili/giudiziarie sulla città di Potenza.
Rimane, sul piano politico, un bubbone aperto la questione Potenza ed è qui che il risultato elettorale – sfida aperta ovunque – diventa termometro decisivo per scelte (finora molto discutibili) per i prossimi mesi.
La candidatura del cinquestelle con lo zainetto, Salvatore Caiata, presidente del Potenza calcio, non è da sottovalutare, per quell’intreccio emozionale che accompagna la scalata a un campionato col desiderio identitario di una omologa risalita della propria città. “Ma poi andiamo a vedere cosa dicono i cinquestelle”, ragiona Margiotta, “l’altro giorno in un confronto al liceo classico il senatore Petrocelli parlava di un referendum sull’euro, ecco non sanno neppure che ci sono materie su cui il referendum non si può fare”.
Anche gli affondi , in casa Pd, hanno toni misurati, parole come “grazie” e “umiltà” fanno capire che non è tempo né di smargiassate né di arroganza. Dalle urne si vedrà se ancora il destino del Pd e quello della Basilicata sono intrecciati, secondo il ben noto ritornello di Antonio Luongo che Margiotta ricorda tra gli applausi.
Non era scontato, per la storia che è stata. Ma la sensazione è che sarebbe ormai ozioso riaprire gli annali, talmente forte e diffusa è la voglia di guardare avanti. E di correre.
Margiotta sceglie ancora il Boss, con “Born to run”, per chiudere la serata.
Motori accesi.
Restano, più pop e meno rock, “tre settimane da raccontare”.
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