ARRIVA IL SEGRETARIO A DAR MORALE ALLA TRUPPA

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Il Pd passa un momento delicatissimo della sua storia. La Basilicata non fa eccezione. Per la prima volta il partito affronta le elezioni con un’ansia da prestazione che mai aveva provato finora. La banda dei cinque stelle suona forte, quasi assordante. Il centrodestra punta sulla settima vita politica di Berlusconi, tante quante le elezioni che ha affrontato negli ultimi 25 anni. E poi ci sono gli ex, che finalmente si sentono liberi e uguali come probabilmente si sentiva Bertinotti nel 1993. Il cinema Duni, riaperto a metà (chiusa la galleria), per l’occasione si presenta gremito. Circa in seicento rispondono al richiamo del capo che fa vibrare le “comunità democratiche”. C’è bisogno di fiducia, di credere che possa accadere il miracolo. A Matera il segretario del Pd arringa la folla, chiede applausi per i candidati, prova a far capire che serve unità, serve un impegno straordinario perché sono tutti contro di noi. Un po’ come Mourinho evoca il rumore dei nemici e spera nel supporto degli amici, di tutti gli amici. Renzi rivendica i risultati dei governi del Pd e ribadisce che gli avversari sono i cinque stelle, è Salvini, è Berlusconi. L’obiettivo è chiaro: prendere un voto in più degli altri, essere il primo partito, al Senato e alla Camera, in altre parole chiede al suo Pd di dimostrarsi vivo. C’è bisogno di fiducia. Ne ha bisogno anche e soprattutto lui, Matteo Renzi, il rottamatore che molti vorrebbero rottamare, l’uomo della provvidenza che aveva portato il Pd al 40% alle Europee e che ora si trova a sperare di poter sfiorare il 25%. Cifre da seconda Repubblica, da anni ’90, quando l’Ulivo era ancora giovane, non aveva la xylella e viveva all’ombra di una grande quercia, di una margherita e di un asinello. Oggi la politica bucolica non ha più alcun senso. C’è da ricostruire un partito e c’è da rifare uno schieramento, visto che il trapianto del sistema maggioritario e bipartitico americano nel corpo dell’elettorato italico è miseramente fallito. C’è voglia di contarsi da sempre in questo Paese, di dividersi più che di unirsi. Dai tempi di Dante. Guelfi e Ghibellini nel Pd e fuori dal Pd. Già, perché le guerre interne non sono finite con l’abbandono dei “dissidenti”. Ce ne sono altri che sono scontenti e che agitano e battono gli scudi. Ce ne sono anche in Basilicata. Aspettano il momento per uscire allo scoperto e dire: l’avevamo detto. E quel momento sperano possa arrivare il 5 marzo. Borbottano, s’impegnano sui social ma fanno spallucce nella realtà, si fanno vedere in prima fila ma non tirano la carretta, convinti che questa volta la sconfitta sia salutare ma ignari che una sconfitta pesante rischia di travolgere anche loro. Quando si perde non ci sono buoni e cattivi tra i perdenti, specie quando hanno governato e fatto sorgere e tramontare il sole in una regione per 25 anni. Renzi sa che si sta giocando la partita della vita. Sa di poter finire come Veltroni a far documentari e a scrivere romanzi. Rischia di ritrovarsi rottamato a poco più di 40 anni. Gli scontenti del suo partito non l’hanno ancora capito del tutto. Provano ad abbandonare la nave mentre l’orchestra sta ancora suonando senza capire che il mare tutt’intorno è freddo, nero e gelato.

Non ci si salva, non ci sono scialuppe. Quando si chiude un ciclo, in politica non ci sono certezze. Non si sa quando se ne riaprirà un altro. L’unica cosa sicura è che quando si riparte i protagonisti non sono mai gli stessi.
Il messaggio di Renzi sarà arrivato forte e chiaro? Chissà. Di certo la macchina che si è messa in moto è difficile fermarla. Il Pd lucano è allo specchio. Conosce bene la propria faccia ma è tentato dal credere che la sua ombra possa essere più bella. Vive il dramma di Dorian Grey, giovane in viso ma vecchio nel ritratto della sua coscienza. Se non trova il modo di ritrovare unità, si troverà di fronte al suo “fracaso”. ]]>

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