FABRIZIO DE ANDRÉ, PRINCIPE LIBERO – UNA WIKIPEDIA D'IMMAGINI

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In Italia finisce tutto a tarallucci e vino e per la stessa logica festaiola e disimpegnata hanno ridotto, ma non finito, Fabrizio De André a macchietta nazional-popolare. Eppure i cantautori italiani son cosa seria, faccenda complicata; la loro arte dovrebbe saziare l’intero popolo senza esser mai corroborata con edulcoranti e olio di palma. Non c’è bisogno del Mulino Bianco e di una ricca campagna promozionale perché ciò avvenga: la poesia è universale, basta diffonderla così com’è e così com’è sarà recepita. Fabrizio De André, come a osservare una parola che stava fuggendo, occhio timido e sguardo in giù, quando cantava ci faceva tremare. Io ascoltavo i suoi dischi a tredici anni e, sedotto dalla struggente cavernosità della sua voce, lo immaginavo seduto tra i massi di un antro d’un monte con una chitarra in mano, una creatura mitologia per metà uomo e, suggestionato dai suoi versi, per metà chitarra. Ora felice, ora pensoso. La sua voce usciva bassa e profonda; un’intensità che il sol ricordo mi stordisce. Poi lo vidi in concerto a Palinuro nell’estate del ’98 e capì che lui era reale, era un uomo. Esisteva. E regalava emozioni intensissime. Sui cantautori non abbiamo diritti: quando li amiamo veramente li amiamo tutti allo stesso modo perché sono i favolosi millantatori di famiglia, i nostri menestrelli; ci hanno insegnato ad amare quello che non credevamo si potesse amare e, con le loro gesta ricche di amori, vino e mazzate, ci hanno commosso ed entusiasmato. Le loro storie che, ora goliardiche e ora fatali, ce li hanno fatti amare, ci ricordano proprio i racconti che nostro zio, al ritorno dal militare, o nostro nonno, rimembrando gli anni che furono, ci facevano quando eravamo bambini. I cantautori a ogni ascolto ci fanno ritornare bambini perché di fronte al racconto e alla poesia nessuno può sentirsi adulto.

Sui cantautori non abbiamo diritti. Abbiamo doveri.
Il film che hanno passato su Rai Uno nelle scorse sere mi ha dato lo spunto per parlare di Fabrizio De André e, come se poi il mondo ne avesse realmente bisogno, mettere nero su bianco le mie impressioni. Chi sono io per giudicare un film? Nessuno. E chi sono io per controbattere coloro che questo film lo hanno amato? Nessuno. Ho solo le mie ragioni e gli uomini si distinguono tra loro per le proprie azioni e per le proprie ragioni. Le prime sono troppo importanti perché ci si possa scherzare sopra; le seconde sono più duttili e come a beffarmi di me stesso – e come a burlarmi della serietà della vita per il solo tracotante tentativo di renderla più leggera nel tempo di un articoletto – scrivo queste mie ridicole impressioni. Nemmeno mi si potrà rispondere che alla fine Fabrizio De André – Principe libero è solo un film. Secondo questa logica anche una canzone è solo una canzone, una poesia solo una poesia, un dipinto solo un dipinto. Non accolgo come credibili queste affermazioni, sono umanista e quando dico che l’arte salva il mondo ogni giorno è perché veramente ci credo. Dunque alla fine questo non è solo un film. Un film è importante, il cinema è la somma di tutte le arti. Un film ha grosse responsabilità. Nemmeno, detto questo, mi si dovrà ribadire che bene o male un film del genere sarà servito a scolarizzare gli italiani. È un’offesa. Diamine se è un’offesa. Artisti come De André ci hanno illuminato con la propria arte, sono bastati da sé, non serviva un film (o meglio: non serviva questo film) per ingentilire le nostre anime. Pascoli sosteneva la tesi dell’azione civilizzatrice della poesia e io a questa cosa non c’ho mai creduto tanto perché l’Italia, il regno delle Tre Corone, non mi pare una maestra di civiltà. Ma sono riflessioni da scolaro queste. Chiedo venia.
Principe Libero”, scrive Rocco Spagnoletta, “tratta il più grande intellettuale italiano del 900 come un Don Matteo qualsiasi, il solito stereotipo borghese: sofferenza – autodistruzione – scrittura”.
Per carità, non giudico gli attori, proverei enorme vergogna e incapacità nel farlo, però un minimo d’impostazione vocale a cantare De André ci vuole, un po’ di scuola di canto andava fatta. Non conta la somiglianza fisica qui: De André era un’artista, qui conta l’arte. Nelle botteghe rinascimentali, i giovani allievi imparavano a disegnare imitando le opere dei grandi pittori. Il taglio di capelli non era importante, era importante il tocco. L’associazione semplicistica scena/brano-fotogramma/poesie cozza con la complessa intelligenza di De André. Sinestesia forse azzardata, forse ingiusta, forse errata ma, a parte questo, sicuramente corretta da un punto di vista tecnico: l’espediente, certamente infantile, indebolisce ancora il film. De André scopa con una puttana e parte Via del campo. De André si ubriaca a una festa e parte Amico fragile. De André viene rapito e parte Hotel Supramonte. De André vede una rosa e parte Bocca di rosa (questo non c’era ma sarebbe potuto esserci).
Conveniamo tutti che questo modo di fare cinema è troppo simile alle canzoni caricate su Youtube dove a ogni frase corrisponde un’immagine sdolcinata presa su Google. Non è questo il cinema che sogniamo, non è questo il cinema che fa sognare.
Sto dilungandomi però forse sul tecnico e qui potete anche linciarmi: non è il mio campo e ne so poco. Un’opera d’arte, quale dovrebbe essere un film, emoziona surclassando l’aspetto “manuale” che ha portato alla sua realizzazione ma se è evidente un difetto, lo spettatore se ne accorge e ci resta male. Insomma, anche sull’accento romanesco di De André – senza nulla togliere all’interpretazione appassionata e sincera di Luca Marinelli – si poteva fare uno sforzo in più. Qualche giorno fa ho letto Uomo Faber (Nicola Pesce Editore, 2017), un fumetto sceneggiato da Fabrizio Càlzia e illustrato da Ivo Milazzo. Ho trovato quest’opera estremamente bella e suggestiva. Non è una Wikipedia d’immagini su De André – come invece mi è sembrato Principe Libero – ma qualcosa di più. Un’istantanea inedita che raccontandomi poco della vita di Faber mi ha trasmesso molto. Può allora una Polaroid dire più cose di un film? Ritorniamo al concetto di sopra. Chi sono io per darvi una risposta? Datevela da soli.  
“Se avete preso per buone le «verità» della televisione, anche se allora vi siete assolti siete lo stesso coinvolti.”   (da Canzone del maggio)
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