FUNERALPARTY DELL'EX PARTITO REGIONE

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Il Sud sceglie a valanga e premia il partito di Di Maio, giovane napoletano in rassicurante grisaglia, per rompere uno schema di duopolio che nel corso dei lustri ci aveva abituati a un meccanismo di fisiologica e ideologica alternanza in quasi tutte le regioni meridionali tranne che in Basilicata dove una lunga e incontrastata eccezione aveva storicamente frenato ogni avanzata elettorale diversa dall’alleanza bianco/rossa del granitico Partito-regione. Ma anche la Lega di Salvini riesce a far dimenticare le sue origini nordiste e mette radici al Sud superando un campione del consenso come Gianni Pittella al Senato che arriva solo terzo. Una sconfitta senza dubbio simbolica e preoccupante in casa Pd per le strategie future. La Basilicata non è più una eccezione, quella dei tempi di Luongo per intenderci, ma questo si era già capito da tempo, quando lui era ancora vivo. La modernità ma soprattutto gli anni della crisi hanno parificato, livellato le ansie e il desiderio di cambiamento. Qui come altrove.

Con un vento di protesta che diventava via via desiderio di cambiamento a prescindere, così come a prescindere da ogni giudizio sui singoli candidati è andato il voto alla truppa di Di Maio.
Se questo vale come analisi in tutto il Mezzogiorno è evidente che la portata del risultato delle urne in questa piccola regione dell’Osso d’Italia è epocale. La Basilicata è la regione da dove è partita l’umore della scissione del Pd con Roberto Speranza in testa ma anche con le fortissime pulsioni antireferendarie del dicembre scorso con in testa Lacorazza. Qui, magra consolazione, Liberi e uguali fa il suo miglior risultato percentuale in Italia (a questo momento dello spoglio) ininfluente a lenire il processo su chi ha la responsabilità del tracollo politico del centrosinistra. Certo vengono al pettine le contraddizioni. Parliamo di una prospettiva locale. Che prima o poi si dovevano pagare. Il caso Potenza con i suoi appoggi distorti, ma anche la storia delle ultime elezioni a Matera città: dove è iniziata la spirale delle ritorsioni incrociate, del disimpegno, e delle alleanze improbabili? Di certo sappiamo dove tutto questo ha condotto la sinistra, al suo funerale. Ma sbaglieremmo a non valutare i molti aspetti della sconfitta riconducendola soltanto a fatti o comportamenti politici più o meno recenti.  É il sentimento, l’umore che è cambiato. Un consenso di così grandi proporzioni affidato al partito di Di Maio (sempre più partito e sempre meno movimento) non è ricercabile solo nella rabbia di pochi o molti scontenti tenuti fuori dal meccanismo del potere. La lunga guerra nel Pd ha fatto la sua parte nell’offrire l’idea di un partito diviso in gruppi di potere. Ha creato contesto sfavorevole, questo sì, un contesto in cui nessuno più ha ragionato su alcune  evidenze. Una per tutte: il reddito di cittadinanza proclamato dai 5stelle in Basilicata esiste già. Ma non poteva bastare davanti al fortissimo impulso ad abbattere tutto e tutti. Niente poteva bastare. Il dilagare del consenso dei 5stelle e l’assoluta indifferenza dell’elettorale ai problemi di un Caiata, ad esempio, dimostrano che il voto dato a Di Maio è popolare, trasversale e attraversa ceto medio, studenti, operai, pensionati, ma anche professionisti affermati e al riparo da tempeste economiche, docenti universitari, professori. Molti professori. In un contesto culturale e ideologico che ha liquefatto ogni riferimento ad antitesi tra destra e sinistra. Le macerie della seconda Repubblica diffondono ancora polvere in queste ore. Chi è stato sconfitto ha poco da trincerarsi dietro lo spettro dell’ingovernabilità. A chi ha vinto il diritto dovere di rispondere alle molte attese di chi li ha scelti.      ARTICOLI CORRELATI: LA SBORNIA, I VINCITORI, I VINTI]]>

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