DONNE IN ATTESA

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Un cavaliere mi condusse su monte Savello una mattina di febbrario quando era ancora buio.

Quella mattina il cavaliere non aveva guidato col suo solito modo scattoso di stare nel traffico. Era andato piano, scegliendo le strade meno brevi.

Roma era ancora sotto le coperte. Una leggera foschia le copriva le bellezze.

Un gendarme che sostava per il controllo notturno lungo il perimetro della sinagoga, quando scesi dalla macchina, mi guardo’ sospettoso. Certamente avevo un aspetto strano: senza trucco e senza inganno sembravo una terrorista! Una sessantottina in pensione, vista l’eta, con il mio grande borsone mimetico sulle spalle proprio come una combattente di ritorno dal Vietnam o in partenza per la Siria.

Avevo messo in quel borsone quelle quattro cose che servivano per sopravvivere alla guerra: spazzolino e dentifricio, un paio di mutande, il rossetto e la matita per le sopracciglia.

Mentre il poliziotto seguiva ogni mio gesto io guardavo la mia cagnolina. Era  rimasta davanti al finestrino della macchina con i suoi grandi occhi neri. Non comprendeva il perché andavo via senza di lei!

La macchina del mio cavaliere partì lasciandomi davanti all’isola che come un grande bastione si nascondeva ancora tra le nebbie del mattino. Il capitano Achab presto si sarebbe fatto sentire con il suo grido di odio e concitazione contro tutti i mostri che soggiornano già dentro di noi!

Sentivo gli uccelli parlare dai platani. Avvertivo il dissolversi del buio notturno sul viso. Era come  il colore di un ombretto stanco alle luci del mattino.

Avevo voglia di nascondermi in uno di quei crocicchi silenziosi di Portico d’Ottavia e mordere con la rabbia della fame la pizza dolce ebraica, ma dovevo stare digiuna! Cosi era stato stabilito.

Passai sul ponte dei Quattro Capi.

Per attraversare il ponte c’è da fare una giravolta attorno ad un passaggio di ferro. Poi la prospettiva si apriva su questa grande meraviglia: una donna di pietra. Una baigneuse con  il corpo riverso sulle rapide gentili del fiume.

Non ero mai entrata come protagonista in un ospedale. Per me fu come entrare nel backstage di un grande teatro. Strana combinazione di scene,  letterature e canovacci! Ognuno con il proprio ruolo e tutti con la propria parte.

Ero nel più grande palcoscenico della vita, dove si inizia e dove si finisce. Io quel giorno avevo una parte in tutto questo meccanismo: ero una delle tante protagoniste di passaggio.

Al terzo piano della scala “a”  mi assegnarono la stanza. La numero 11.

La prima cosa che feci fu andare alla finestra. Volevo vedere Roma da lassù e cogliere o strappare qualche vita altrui!

Nonostante era freddo aprii completamente la finestra. L’ aria era fresca e mi schiaffeggiava  sul viso tenendomi sveglia. Il punto più lontano, nel quale arrivava il mio sguardo era Ponte Cestio.

In quella stanza non sapevo come passare il tempo. Mettermi a letto era impossibile. Il mio corpo era un filo teso.

Avevo una stanza tutta per me, nel centro storico più bello del mondo! In altri momenti avrei fatto salti di gioia! Avrei chiamato tutti gli amici invitandoli a venire a vedere l’ultima mia commedia. La più struggente delle struggenti! Invece rimasi zitta, senza avere il coraggio di fare neppure una telefonata.

Il telefono era a portata di mano, carico di batteria e di nomi ma a mano a mano che passavano i minuti mi dicevo: “meglio non comparire! cosi non si  accorgono che esisto e mi lasciano tutto il giorno in questa bella stanza, senza farmi nulla! ”

Tra i letti c’era anche un piccolo comò con sopra uno specchio. Quella mattina uscendo di casa non avevo avuto il tempo e soprattutto la voglia di truccarmi. Presi il rossetto dal borsone mimetico e mi ritrovai a disegnare  le sopracciglia.

Fu proprio in quel momento che notai qualcosa che catturò la mia attenzione. Davanti alla porta d’ingresso della  stanza stava passando una donna che trascinava con lentezza, lungo tutto il perimetro del corridoio, una barella.

Sembrava una scena di un film eseguita a rallenty. Sopra la barella c’era sdraiata una donna che silenziosa si lasciava guidare.

Non uscii dalla stanza per guardare. Mi limitai a seguire per quei pochi secondi  il passaggio di quella barca davanti alla porta della mia stanza. Avanzava lenta, silenziosa, come un’ombra che aveva perso il salvagente in un maremoto umano.

Poco dopo passò un’altra donna sempre con la stessa lentezza traghettando un’altra barella con un’altra donna distesa. E poi un’altra ancora. E poi un’altra e poi un’altra!

Ma dove le portavano tutte queste donne?

L’ascensore era posto alla fine del lungo corridoio. Era di colore grigio, quasi argenteo. All’interno aveva un vano molto ampio  che si perdeva in lunghezza.

Alla fine tutte le barelle entravano dentro l’ascensore.

La cosa mi preoccupò! Pur di non prendere l’ascensore. Ero capace di fare 10 piani a piedi. Ora dovevo entrare con una sconosciuta all’interno di quella bocca ed arrivare nei sotterranei della donna di pietra.

Mi convinsi a guardare. La donna sdraiata sulla barella appariva tranquilla e stava sotto una copertina che la copriva fino alle spalle.

Ad attenderle c’era la bocca dell’ascensore già aperto che non aspettava altro che di divorarle.

Silenziose quasi in punta di piedi vi entrarono per poi sparire.

E cosi tutte le altre, a distanza di poco tempo, l’una dall’altra.

L’ andatura di queste donne era come quella che avevo osservato nelle mamme a passeggio con i loro bambini nelle carrozzine.

Le mani erano fissate sul bracciolo con fermezza proprio come si afferra la vita quando hai il timore che ti sfugge dalle mani.

Erano le traghettatrici delle nostre vite: le portantine. Un ruolo che all’esterno di questo teatro è sconosciuto, silenzioso, antico.

Mi ricordo che di queste donne me ne parlava anche mia madre e forse ne conosceva anche qualcuna.

Rimasi un pò ad osservarle.

Quel loro intercedere cosi silenzioso e cosi lento, mi sembrò una sorta di danza studiata proprio per quel ruolo professionale.

Era un girotondo costruito con figure di piccole donne di carta ricavate da un vecchio giornale ed unite tra loro da un fil rouge impercettibile .

Tutto doveva sembrare alla fine un grande gioco! Questo era l’intento della grande madre.

Avevo capito come funzionava da quelle parti.

Iniziai a pensare a quando sarebbe arrivato il mio turno. Una portantina si sarebbe affacciata nella mia stanza, con fare distaccato mi avrebbe chiesto di spogliarmi, di indossare il camice verde  e di distendermi sul lettino.

In quell’ambiente rarefatto, lungo quel corridoio che aveva il sapore di infinito, Tutto era sospeso. Anche il silenzio diventava baccano. Non c’erano voci nei corridoi. Tutti parlavano a bassa voce. Come se il farsi sentire potesse risvegliare qualcosa che era meglio lasciare sopito per il corso dei secoli a venire. La voce della portantina risuonò dentro la mia stanza come un tuono.

La grande donna di pietra controllava tutto!

Io la sentivo. Avvertivo la sua voce, sentivo le sue mani! Vedevo scivolare dai suoi fianchi fatti di pietre le lacrime dei pazienti trasformate nelle rapide del fiume proprio sotto di noi. Poche luci fioche nelle stanze. Le prospettive correvano senza ombre lungo le mura. I confini espandevano  il dolore  senza tregua per le stanze. Ora toccava veramente a me e non ero preparata!

Una giovane probabilmente del Bangladesh si affacciò nella mia stanza e con voce normale mi disse di togliermi tutto e di indossare il camice. Per lei probabilmente era la routine. Per me era l’assurdo.

Era giovanissima e la sua bellezza era davvero particolare. Capelli lunghi corvini, leggermente ondulati, occhi neri e pelle olivastra.

Prima di cambiarmi provai a chiedere:

“ma è proprio necessario fare sta cosa? ci vogliamo ripensare?”

Nella mia stanza in quel momento oltre alla portantina c’erano Francesca ed Anna. Erano lì per me! Avevano messo da parte tutti i loro problemi quotidiani per starmi vicino: una bambina semiadolescente, un marito sempre in giro, una casa da accudire e qualche problemino con la salute. Ma nonostante tutto questo erano lì per me!

Nel sentire quella frase mi guardarono male.

Il mio era un atteggiamento da bambina ma quanto avrei voluto ritornare all’infanzia e soggiornarci un pò, come fosse una vacanza.

Lessi sul viso di entrambe la voglia di sculacciare quella bambina che non si rassegnava all’idea di scappare e la cosa mi fece sorridere. .

Mi andai a cambiare nel bagno dove raccolsi tutto quello che portavo in un unico fagotto che misi nel borsone mimetico.

La combattente che era dentro di me per il momento aveva deposto tutte le sue armi.

Indossai il camice verde. Era completamente aperto dietro. C’erano solo dei fili che si legavano l’uno all’altro. Mi vergognavo di farmi vedere cosi. Anche da Francesca ed Anna! Pensai allora di tenere i due lati aperti del camice stretti tra le mani cosi da evitare che si sarebbe aperto. Poi entrai nella barella coprendomi  con la copertina fino all’altezza della bocca.

L’ altra mia grande paura, era quella di sentire freddo. Invece in quel teatro c’era la temperatura ideale per me! Quella che avrei voluto sentire nel mio studio, a casa ed in ogni luogo, sia d’estate che d’inverno.

Cominciammo cosi ad avanzare lungo il corridoio.

Non avevo calcolato che la distanza tra la stanza 11 e l’ascensore era minore rispetto alle altre stanze. Le altre pazienti avevano avuto più tempo prima di entrare dentro quelle fauci meccaniche. Questo particolare mi innervosì.

La ragazza mi stava traghettando lentamente. Come da copione. Forse era davvero una specie di rito pensai.

Arrivammo davanti all’ascensore. La portantina lo chiamò e quello purtroppo arrivò immediatamente spalancando le sue fauci.

Era pronto anche ad ingoiarci.

Una volta dentro le chiesi a che piano stavamo andando. Mi rispose al meno 1. Iniziò il panico. Erano i sotterranei della grande madre..

Provai allora a non pensare. Chiesi alla ragazza il suo nome. Mi rispose flower. Quel nome mi colpì e mi distrasse. Cominciai a pensare se qualcosa nel suo viso, nel suo modo di fare, ricordasse un nome cosi bello.

Senza che me ne accorgessi eravamo al piano -1.

Passammo per una serie di vicoli stretti dove c’era del macchinario ammucchiato un pò ovunque. La testa non riusciva a distendersi lungo il lettino. Era rimasta tesa come un elastico pronto a prendere uno slancio e scappare via con il resto del corpo.

Arrivammo nella stanza di attesa. La waiting room. Flower parcheggiò la barella ed andò via. C’erano oltre alla mia altre barelle. Eravamo tutte “donne in attesa”.

Più passavano i minuti e più le mie gambe tremavano. Non riuscivo più nemmeno a parlare.

La voce era bloccata. Se tentavo di parlare usciva fiato senza nessuna articolazione sonora. Dov’erano finite le mie parole e quella quantità di sciocchezze che mi aiutano a vivere?

“Signora distenda la testa”

Volevo rispondere: “non ci riesco” ma non ci riuscii. Allora provai a comunicare con gli occhi e con le mani.

Fu in quel momento che una signora dall’aspetto distinto e leggermente severo si avvicinò a me. Quello che ricordo era la semplicità del suo viso. Non aveva un filo di trucco. Gli occhi erano piccolissimi ma il loro disegno era a forma di sorriso.

Quella forma fu la prima cosa che notai. Le volevo dire che non è comune trovare una persona con gli occhi sorridenti  ma non sapevo più come trasformare i pensieri in parole.

La donna portava il camice bianco con un piccolo simbolo all’altezza del petto. Era una volontaria e tutti i giorni veniva al Fatebenefratelli a dare una mano. Da 15 lunghi anni! Insieme con lei c’era un’altra volontaria che però stava dall’altra parte della stanza ad aiutare le altre “donne in attesa”.

Strano modo di chiamare queste donne! “Donne in attesa”. Nelle nostre pance non c’erano certo pargoli ma mostri o qualcosa di simile che dovevano essere estirpati con i denti come fossero gramigne maligne nei giardini.

La donna si avvicinò al mio letto, mi toccò la testa come se volesse rimettermi in ordine i capelli sudati. Sentii il suo tocco delicato. Mi mise una cuffietta anche quella di colore verde come il camice trasparente.

Non fu difficile applicarla dato che avevo la testa  bloccata e tutta protesa in avanti. La donna in quel momento era vicinissima alla mia barella.

Le gambe cominciarono a tremare e sebbene mi sforzassi di avere un contegno da persona adulta, non riuscivo più a pensare. Iniziai a piangere! Un pianto triste, solitario quasi inconsolabile. Nel vedermi cosi sofferente, la donna con gli occhi a forma di sorriso, avvicinò la mano alla mia guancia.

Mi stava accarezzando! Non conosceva chi fossi! Potevo essere chiunque! Una ladra! Un’assassina! Una prostituta! Una scienziata! Una madre! O semplicemente una donna! Mi stava aiutando! Mi ricordai che l’ultima carezza che avevo ricevuto risaliva proprio all’infanzia.

Cercai con tutta la forza che avevo di parlarle, di dirle qualsiasi stupidaggine ma la voce non usciva..

Volevo solo dirle “grazie” una, cento, mille volte di seguito mentre  sentivo la sua mano nella mia, in un gesto delicato e materno.

L’aveva mandata lei! La donna di pietra che governa l’isola e tutto questo micro palcoscenico sull’acqua. O forse era stata mia madre! Dicono che quando stai per morire rivedi i tuoi genitori che si aggirano per le stanze della tua sofferenza! Li vedi intorno al tuo letto e questo ti aiuta nel trapasso. Ma per me non era giunta ancora l’ora. Io questo lo sapevo perfettamente.

L’infermiera visto il mio crollo psicologico nel frattempo aveva preparato una pozione magica. “ora ci penso io a questa signora” e mi infilo’ un’ago in una delle vene della mano sinistra. Nel giro di qualche minuto posai la testa sul lettino e le gambe  smisero di tremare. Ma le parole non tornarono.

Vedevo le altre andare ed altre arrivare.

Ancora il ripetersi di quel gioco. Donne di cartapesta traghettavano con lentezza le barchette che sostenevano la nostra esistenza. Il fiume  scorreva sotto di noi ed aveva resistito alle secche della vita raccogliendo  le lacrime di chi era passato da qui prima. Il fiume non si sarebbe mai fermato come anche tutti questi attori di questo grande teatro. Nessuno di loro si sarebbe fermato neppure davanti alla mia disperazione.

Ero su un’isola d’approdo: un silenzio magico c’era intorno a noi. Solo qualche rumore di ferraglie. Ero una donna in attesa.

Arrivò il mio turno. La donna dagli occhi a forma di sorriso lasciò che le sue  mani si allontanassero da me con dolcezza. Fino all’ultimo le sentii! La sua voce era come una leggera carezza lunghissima proprio come le sue mani vellutate.

Portai via con me quel calore umano cosi silenzioso ma cosi incredibile.

Gli occhi a forma di sorriso non mi lasciarono fino a quando la barella non girò l’angolo della stanza per entrare nella sala dove tutto inizia e tutto finisce.

Lei non poteva entrare. Il suo ruolo finiva nella sala d’attesa, in quella sala dove il cuore delle “donne in attesa” inizia a battere come un tamburo.

Mi bloccarono i piedi, poi mi bloccarono un braccio. Una mascherina di colore blu mi coprì naso e bocca. Pochi secondi e avrei lasciato quella stanza per andare non so in quale mondo, in quale emisfero! Tutto quello che faceva parte della mia vita in un attimo era diventato relativo al punto di perdersi all’interno di un infinito più grande del mio. Non so cosa sia accaduto veramente, forse non è neppure importante saperlo.

Quando mi svegliai era pomeriggio.

Il via vai delle portantine era cessato. Le infermiere passavano a ritirare vassoi che contenevano i resti del  pranzo.

Una signora giaceva nel letto davanti al mio. I suoi famigliari, il marito e la  figlia erano intorno a lei. La sua operazione era stata programmata per il giorno dopo.

Notai il modo in cui era sdraiata sul letto! Non giaceva perfettamente supina. Una gamba era appoggiata al pavimento come se dovesse alzarsi da un momento all’altro e scappare via dal suo destino. Proprio come me. Proprio come tutte noi. Anche lei era una “donna in attesa”.

Più tardi ho saputo che quella donna con il camice bianco che mi accolse nella sala dell’attesa con i suoi occhi a forma di sorriso si chiamava Tina.

Mi venne a cercare nella stanza numero 11 al terzo piano con vista su Ponte Cestio! Ci abbracciammo come due amiche di sempre, come sorelle.  

Io la chiamai “angelo dagli occhi a forma di sorriso”. Una donna che non dimenticherò mai nella mia vita.

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