Dal latino questa parola che ci accompagna da quando nasciamo a quando moriamo. Cibo. Una volta era lo strumento per dosare gli alimenti, oggi potrebbe rappresentare l’edonismo puro, come atteggiamento e sistema di vita motivato dalla ricerca dell’estetica.
Il valore del cibo in un sistema edonistico assume un ruolo secondo il piacere che produce, della propria soddisfazione egoistica, utilitaristica. Perde così quel ruolo di convivio e di narrazione per cui viene prodotto.Il consumatore, la gente, diventa un pendolo che oscilla tra diverse motivazioni, tra quelli che hanno fatto del cibo un’ossessione o una passione da cui si producono due modelli simili ma differenti stili di vita, la cibofobia e la cibomania. La cibofobia è la criminalizzazione del cibo, che si trasforma in rifiuto o nel suo eccessivo consumo, che inevitabilmente porta all’anoressia o alla bulimia, quindi dall’analista. La cibomania è la ricerca esagerata del cibo spettacolo, di quello che fa tendenza, delle ricette magnificate come se fossero opere d’arte intrise di eccessive alchimie, come prodotti da fotografare più che gustare, dove l’immagine cromatica più delle volte sopperisce al gusto, dove assaggi ma non capisci, quindi una telecibomania. Tutto questo offusca l’immagine che nei secoli la nostra bell’Italia si è costruita, del buon mangiare, delle centinaia di migliaia di ricette intrise di eccellenze locali e di narrazioni che raccontano le produzioni. La cibofobia e la cibomania recano solo danno alla nostra dieta mediterranea apprezzata da tutti e imitata da troppi. Questa grande filosofia di vita che ha portato il nostro Paese a diventare la guida della salute, della longevità, dello stare bene. Se risulta vero che la dieta mediterranea è intrisa di modelli di vita conviviali, fatti di sussidiarietà e solidarietà tra le comunità allora potremmo affermare che la filosofia del vivere mediterraneo è partita dalla terra degli Enotri dove Re Italo ideò i sissizi che erano luoghi di pasti in comune, composti in genere da 15 membri, che si riunivano per consumare il pasto. Dall’attuale Calabria i sissizi in seguito si diffusero in tutto il Mediterraneo dove con la partecipazione si acquisiva il diritto di cittadinanza. Ogni partecipante contribuiva ai sissizi fornendo 3 kg di formaggio, 2 kg di fichi, 40 lt di vino. Una sorta di pagamento della tessera d’ingresso nella comunità del cibo. Aristotele indica in Italo il re che trasforma gli Enotri da allevatori di bestiame in agricoltori e forma il nuovo popolo degli Itali, certificando la nascita assieme all’Italia, della dieta Mediterranea perché i nuovi agricoltori producono verdure, frutta, cereali, uliveti e vigne, dalla primavera all’autunno inoltrato. Racconta Salvatore Mongiardo, scrittore calabrese, nel suo libro “Cristo ritorna da Crotone” che nelle fiere della costa ionica ancora oggi si vendono i “mostaccioli”, dolci di farina e miele che riproducono forme di animali, cavallo, pesce, bue, capra, che non sono nient’altro che inconsci continuatori di Pitagora che usava come forme sostitutive degli animali veri nei sacrifici. La dieta mediterranea nata dai sissizi di re Italo, ereditata dai Pitagorici, secondo il Mongiardo, ispirò gli Esseni che a loro volta influenzarono ed ispirarono il pensiero di Gesù e tradotto nella sua Ultima Cena. A rendere unico il pensiero Mediterraneo è proprio questo intreccio di cibo e cultura. Ecco perché la narrazione del cibo è una delle grandi sfide dell’informazione e della formazione con cui la Cibosofia della Comunanza del Cibo si presta a dare indicazioni e risposte alla globalizzazione dei saperi che sta diventando il pensiero dominante.
Dietro ad ogni prodotto c’è una storia da raccontare. Dietro ad ogni sapore c’è la memoria del gusto da preservare. Raccontare il cibo per contrastare l’omogeneizzazione.É questa l’emergenza culturale! Far conoscere e raccontare i territori attraverso i giacimenti agroalimentari e predisporre lo sviluppo delle aree interne attraverso il racconto della nostra terra. Federico Valicenti
Cibosofo
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