Quanto vale una vittoria del Potenza? «Il calcio è una metafora della vita» stabiliva Jean-Paul Sartre, mentre Pier Paolo Pasolini in un’intervista rilasciata al settimanale “L’Europeo” dichiarava che «Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro». Albert Camus, dal canto suo, affermava che «Non c’è un altro posto del mondo dove l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio». Millenni di evoluzione per ritrovarci così, oppure c’è dell’altro? Sarà mica che oltre la passione, oltre le varie e rispettabili fedi calcistiche ci sia un impatto sociale ed economico di non poco conto? E se sì, cosa ci dicono i dati? Secondo i dati dell’ultimo Rapporto della FIGC il numero complessivo di italiani che praticano il calcio è pari a circa 4 milioni. I tesserati ammontano nel 2015-2016 a 1.353.866, di cui, 1.062.294 sono calciatori tesserati, 24.757 tecnici, 33.674 gli arbitri (di cui oltre 1.600 donne) e 233.141 dirigenti. In Italia ci sono 13.120 società che gestiscono 70.868 squadre, per un totale di 583.340 gare ufficiali (di cui 378.547 a livello giovanile, 201.406 nei campionati dilettantistici e 3.387 in quelli professionistici). In Italia quotidianamente si disputano in media quasi 1.600 partite ufficiali con arbitro federale, all’interno dei 17.932 campi sportivi omologati per l’attività agonistica. Il sistema calcio, che si regge su diritti radiotelevisivi, sponsorizzazioni e dei ricavi commerciali, è cresciuto – secondo il Rapporto FIGC 2017 – dell’8,9% (da 2.625 a 2.858 milioni di euro), molto meglio del PIL italiano negli ultimi anni: un grande fenomeno sociale che dagli analisti finanziari arriva agli analisti del “Bar dello Sport”.
Il valore sociale di questo sport è enorme, esso esprime al meglio sentimenti come l’amicizia, sentirsi parte di un qualcosa e, per questo, avere la voglia di stare insieme.Naturalmente non è solo questo, altrimenti tutti saremmo pienamente soddisfatti dal vedere le partite sotto casa o, al limite, per salire in intensità emotiva, quelle disputate all’oratorio, tuttavia la realizzazione dello spettacolo calcistico comporta un’organizzazione tale che nessuna parrocchia può sostenere. Il calcio non è solo uno sport, ma anche un business che si fonda sulle emozioni e sul senso di appartenenza di un popolo, di una comunità: pensate cosa rappresenta il Barça per Barcellona e per i catalani, appunto, “mes que un club”, identità sociale, politica e, in ultimo, sportiva. Da un po’ di anni a questa parte qualcuno ha cominciato a capire che coniugare calcio a turismo e ai consumi culturali ed enogastronomici rappresenta l’uovo di Colombo per un popolo – quello italiano – che ama il buon cibo, il buon vino e ritrovarsi abbracciato al proprio miglior amico mentre – con aria da fregnone – grida “Goooool“. Ci sono stati anche diversi tentativi di abbinare il calcio con il marketing territoriale, come per esempio quello del Barletta Calcio che invitava i tifosi avversari a conoscere il territorio della provincia BAT, oppure l’assessore alla cultura, turismo e sport di Como che lanciava la campagna “Calcio e cultura a Como, musei scontati per i tifosi ospiti“. Queste azioni non devono meravigliare più di tanto, perché c’è un impatto positivo sul piano economico e su quello socio-culturale di questi eventi (sportivi, enogastronomici e religiosi; concerti, mostre, festival culturali, etc.) che va a beneficio delle comunità e che coinvolge un po’ tutti gli attori sociali protagonisti (utenti, sponsor, fornitori vari, istituzioni, comunità locale, mass media ed imprese). Secondo uno studio Federalberghi, ogni € investito in ristrutturazioni o nuove opere genera circa 1,4 € di ritorno nel sistema economico e gli investimenti prodotti hanno un impatto positivo su più territori (extraregionalità dell’investimento), mentre l’impatto economico derivante dal flusso dei visitatori/utenti rimane più locale (91% e genera circa 0,4 € di valore aggiunto); l’evento a carattere locale, tra le altre cose, si configura come straordinaria occasione di crescita per i diversi sistemi produttivi locali (abbigliamento, artigianato, enogastronomia, visite agli attrattori turistici del territorio). Sempre secondo questo studio una serie di eventi (sportivi, concerti, mostre, festival culturali, etc.) diventano occasione di spesa infrastrutturale per realizzare o completare (come nella maggior parte dei casi) opere di pubblica utilità (es. rete ferroviaria, collegamenti stradali, impiantistica sportiva). Non dovrebbe sfuggire più a nessuno che la bella promozione in Lega Pro dell’undici rossoblù, non deve essere vissuta come un “problema“ – per stare all’intervista del Sindaco di Potenza – ma come una delle opportunità di crescita e sviluppo del capoluogo lucano. Eugenio Montale rifletteva sul fatto che «dallo stadio calcistico il tifoso retrocede ad altro stadio: a quello della sua stessa infanzia», quell’infanzia dove “Nino” giocando sotto casa con gli amici, si sbucciava le ginocchia e bucava Super Santos, dove tra un dribbling e un rigore sbagliato sognava di diventare un calciatore…certo, c’è da sudare, ma «Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette e quest’altr’anno giocherà con la maglia numero 7»…del Potenza, perché “U Putenz è semb nu squadron”. ARTICOLI CORRELATI PASSA DAI SUCCESSI SPORTIVI IL RISCATTO DI UNA CITTÀ? – di Luciano Petrullo QUANDO DALLA PROVINCIA CORREVAMO A VEDERE IL POTENZA – di Rosario Avigliano ]]>