Mr. G una mattina decise di rinunciare al proprio nome per potersi sentire più libero. Si tenne solo una lettera, giusto per evitare di sentirsi niente. Poi appuntò qualcosa a proposito dei nomi propri.

Questa rubrica è costituita da stralci del diario di Mr. G a partire da quel giorno.

“Un nome proprio non è una parola come le altre. È il nome di qualcuno. Che lo sente suo come sente sue le mani che incontrano le cose, la bocca che sdogana cibi e baci, le gambe che  lo sorreggono, i piedi che gli fanno toccare la terra, il corpo intero nella sua spazialità.

A un nome proprio puoi essere legato da affetto, odio, simpatia, rancore, ammirazione… Ma da  indifferenza quasi mai: è sempre uno specchio più o meno opaco del proprio Io; un’ alterità che si riconosce come similare.

Il nome è una parola che respira. Te ne accorgi in maniera esasperata quando ti innamori di qualcuno: il suo nome ti fa lo stesso effetto che ti farebbero i suoi occhi se ti guardassero o le sue mani se venissero a contatto con la tua pelle. Non importa se quello prima era un nome il cui suono ti sembrava banale, usurato, o che addirittura non ti piacesse. Da un certo momento in poi diventa il NOME.

E quand’anche sia lo stesso di decine di persone che conosci e di altri milioni di individui al mondo, la sua luce adesso illumina quell’unica persona che per te è trascesa oltre il linguaggio, lasciando il resto del nominabile in un grigio di significato.

Se lo pronunci, quel nome, anche solo nella tua mente, è un nome che ha un sorriso, una voce, un profumo, un sapore; e che ti attraversa il corpo e il pensiero come il culmine del più denso degli orgasmi o come il peggior fulmine del più tremendo temporale.

Il nome proprio è saliente. Quando odi il tuo, anche in un ambiente molto rumoroso, lo estrai immediatamente dal rumore di fondo e ti volti di scatto. Nel nome si annida l’anima.  I nazisti (e non solo loro) per  sradicare l’anima  alle loro vittime sostituivano il nome con un numero. E negli ordini monastici il cambio del nome ha il significato di una massima rinuncia a ciò che si era. Se siamo arrabbiati con qualcuno, ci riesce difficile pronunciare il suo nome.

La chiesa cattolica, associa (quasi) ogni nome a un essere umano straordinario che da quel suono è stato investito nel momento della nascita. È un modo per costruire classi di equivalenza, come direbbe  un  matematico.

Anche il nome di chi si ama arriva a trasmutare in un qualcosa di divino. Poiché il concetto di divino non è affatto vincolato al sentimento religioso: è una dimensione di massima intensità estetica e morale; è un catalizzatore per la condizione estatica.

Borges conclude la poesia È l’amore scrivendo: C’è un angolo di strada dove non oso passare./ Il nome di una donna mi denuncia./ Mi fa male una donna in tutto il corpo”.

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