Era quasi Natale e a Mr. G, all’improvviso, mentre guidava lungo una discesa ripida, alle cui pendici siedeva un bel paesello, venne in mente l’immagine di un presepe. Era una vignetta satirica. Gli scappava già da ridere. Dapprima pensò che avrebbe provato a rappresentarla su carta, con matita e acquerelli; ma poi, consapevole della sua scarsa attitudine artistica, decise di disegnarla con le parole. Ne venne fuori questo schizzo: “La grotta è larga, ma poco profonda e dalla volta bassa. Dove l’erba è rarefatta si intravedono macchie di ruggine. Anche il profilo dell’ingresso sembra essere di ferro. Quel rifugio improvvisato è la pala di una grossa ruspa. Le figure della Madonna e di Giuseppe sono stilizzate, rivolte  in direzione del bambino. Alla sinistra di lei spuntano due lunghe orecchie d’asino; alla destra di lui, un paio di imponenti corna; i volti dei due animali sono appena abbozzati. Sul tetto, foderato di foglie di palma secche, un angelo dall’espressione del volto sorpresa e contrariata sta per essere spinto giù dallo scudo di un guerriero elmato che impugna una  spada rivolta verso il cielo. La punta della lama trafigge  una cometa, con il nucleo giallo a cinque punte sovrastato da una lunga coda verde-bile; una scritta la attraversa: “PRIMA GL’ITAGLIANI!!!”. Nevicano pollici e punti esclamativi, che si raccolgono un po’ ovunque. In piedi, sull’uscio del rifugio, spicca la figura di un personaggio insolito per un presepe: basso, avvolto in un mantello tutto fili d’oro, bastone in mano,  cappello bislungo sulla testa, ha con sé al guinzaglio un cagnolino. Poco più in là, due-tre pastorelli dalla carnagione chiara si sono appena inginocchiati, con lo sguardo basso e le mani giunte. Uno mulatto, invece, spia la scena nascosto dietro un masso. Nella piana sottostante ci sono cumuli di sassi verdi, bianchi e rossi: le loro forme richiamano quelle delle lettere P e D. Piccole ruspe li spianano. Uno spaccapietre enorme fa su e giù. In lontananza si scorgono tre re saggi in groppa a dromedari. Uno con la pelle nera. Hanno appena invertito il senso della loro marcia e sono in fuga verso l’orizzonte.  Giuseppe chiede: “Mari’, che ne diresti se lo chiamassimo Gesù? È un nome che mi suona bene…”.  Lei risponde: “Peppi’,  è meglio se lo chiamiamo Pasqualino. Fidati. Ho fatto un  sogno, la scorsa notte”. Da un bordo della vignetta sbucano il volto – tondo e irsuto – e il braccio di un tizio con un cappello da cuoco e una padella in mano. Urla: “Fiòi, in toa ghe xe i peoci saltai!!!” (Su, a tavola ragazzi, che la pepata di cozze è pronta!!!). Dai mitili schiusi nel metallo frigolante saltano fuori tanti tanti tanti laic laic laic laic laic…”.]]>

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