Domenica, 8 marzo 2020, ore 23:35

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Domenica, 8 marzo 2020, ore 23:35

Perché scrivere un “Diario di una epidemia (che potrebbe diventare pandemia)”? Non so dirlo con certezza. Scrivo tante cose, soprattutto per chiarire le idee a me stesso. La scrittura è soggetta a vincoli che il flusso di coscienza può ignorare: la coerenza, l’onestà argomentativa e quella che potremmo chiamare “definitività”. Cose che la rendono affidabile. Potrei anche dire che è un bisogno, la scrittura. Il testo ne sa sempre più di chi lo ha scritto, diceva Giuseppe Pontiggia. Così, assieme al mio amico Giampiero, voglio provare a riflettere per iscritto, giorno per giorno, sulla situazione anomala che stiamo sperimentando tutti.

Anomala? Sì, ho detto proprio “anomala”. Anomala perché (se si escludono i terremoti) la mia generazione e le successive non hanno conosciuto periodi di drastica rimessa in discussione del “garantismo esistenziale”: quello che ha viziato l’Occidente dopo le ultime due guerre dello scorso secolo, portandolo a un aureo equilibrio che però poggia su piedi di cristallo. Duetre generazioni di opulenza inducono fiacchezza e vizi. Per chi li vive dacché è nato, certi privilegi e agi sembrano dovuti, irrevocabili, scontati. Si fa presto, a scambiare il contenuto di una parentesi per l’intera pagina, se non si è in grado di guardare da una prospettiva ampia.

Invece la presunta anomalia non è affatto anomala. È la “normalità” che Il delirio d’onnipotenza, derivato dal progresso tecnologico e sociale, aveva obnubilato. Guerre, carestie e pandemie hanno segnato il lungo e duro percorso umano. Lo confesso: con la mente “deformata” dai resoconti della Storia e dei romanzi, non vivevo pienamente nel mio tempo, e l’anomalia, piuttosto, la vedevo nel benessere indiscusso del mio quotidiano: cibo, caldo o fresco all’occorrenza, acqua, pulizia, vestiti, vaccini, medicine, diritti, scuola, libri, facilità di spostamenti, sicurezza come non c’è n’è mai stata… Mi sentivo estraneo, straniero.

Ma la matematica, la memoria storica, anche recente, e il buonsenso ci assicuravano che ci sarebbero state altre epidemie, o forse pandemie. Altri disastri. Hanno una loro ciclicità e se ne fregano di noi, se non in quanto mezzi di contagio. Tuttavia il male, per poter essere credibile, deve presentarsi.

Pareva una “tragedia* che non poteva riguardarci, appena un mese fa, quella del Covid-19 in procinto di piegare il “gigante giallo”. Era una delle tante cose che accadono nel mondo, come la guerra in Siria, gli incendi in Sudamerica, i naufragi nel Mediterraneo, lo scioglimento dei ghiacciai nell’Antartide… Tutte cose che vediamo nello schermo del televisore e sulle pagine dei quotidiani, mentre ce ne stiamo seduti al caldo di un pranzo con avanzi. Perdono potenza, lì dentro e lì sopra, fuori dai sensi. Di più: danno assuefazione.

Poi, i primi casi di contagio anche in Italia, e, piano piano, i consigli di prudenza, la chiusura delle scuole, fino all’apice di oggi: una regione intera, la Lombardia, e 11 province del centro-nord blindate, la “fuga” di migliaia di persone verso sud, la notte scorsa, con gli ultimi treni autorizzati alla partenza: novelli “profughi”… E infine, chiese chiuse, cerimonie di ogni genere vietate, eventi annullati. Coprifuoco, quasi!

Non eravamo preparati, a questo. No. Anche nei piccoli paesi delle zone non ancora “rosse” il rischio non si può ignorare e la tensione è alta.

La prudenza è d’obbligo, adesso. Ognuno deve fare la sua parte. Anche il rispetto è d’obbligo, verso il prossimo e, soprattutto, nei confronti di medici e infermieri: i veri eroi.

L’ amore, poi, in casi estremi, esige la rinuncia. Da due giorni a questa parte, non bacio e non abbraccio le mie figlie. Le saluto con un “kisshug”, un gesto della mano che ho inventato per recuperare in qualche modo l’astinenza: ci appaga e ci diverte. Le carezze le faccio alla gattina Elaia, quando scrivo o leggo sul divano e lei mi salta su. Come adesso. È notte. Fuori piove e soffia il vento.

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