CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 18 MARZO 2020

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Vigevano, 19:18 “Tutto sarà più bello” – Veronica Menchise

Sarà tutto più bello di Veronica Menchise

Torino, ore 17:30 – Piero Bianucci
Una donna sulla Luna
Oggi sfuggo al coronavirus con una notizia che mi fa sognare: vedere due volte nella mia vita la conquista della Luna. La capsula “Orion”, che nel 2024 dovrebbe portare per la prima volta una donna sul nostro satellite, ha ottenuto l’omologazione per i voli spaziali dopo aver superato tutti i test di stress termico, di vuoto e di compatibilità elettromagnetica alla Plum Brook Station della Nasa in Ohio. Un lavoro che ha richiesto quattro mesi.
“Orion” è il veicolo lunare che sostituirà le capsule “Apollo”. Trae il nome dal gigante cacciatore della mitologia greca trasformato in costellazione da Zeus, mentre il programma spaziale si chiama “Artemide”, come la mitologica dea greca della caccia. La capsula ora validata servirà per la missione di qualificazione in orbita lunare “Artemide 1”. Nel 2022 seguirà “Artemide 2”. L’equipaggio dei nuovi lunauti volerà con la missione “Artemide 3”. L’Agenzia spaziale europea fornisce il modulo di servizio sul quale “Orion” si innesterà.
La prova di stress termico, eseguita nel miglior vuoto di laboratorio, ha esposto per due mesi il veicolo spaziale a una escursione termica da 175 gradi sotto zero a + 75. Ma il problema più temuto era l’interferenza tra le componenti elettriche della capsula e il collegamento radio che “Orion” dovrà intrattenere con il centro di controllo a Houston durante il viaggio di andata e ritorno Terra-Luna. Undici chilometri di fili elettrici costituiscono il “sistema nervoso” di “Orion”. Questa rete che unisce migliaia di componenti elettronici, i 31 piccoli motori di manovra e i pannelli solari, genera campi elettromagnetici che possono interferire con i segnali radio. E’ stato quindi necessario mettere a punto una disposizione dei cavi e una schermatura che evitino ogni possibile disturbo. Nelle prossime settimane “Orion” partirà per il Kennedy Space Center in Florida (Cape Canaveral) dove l’aspettano l’assemblaggio e i test finali.

Villa d’Agri, ore 22:00 – Antonella Marinelli

BARBARA
Nono giorno rosso. Barbara lavora a Milano, sì Milano. E’ la sorella di Sandra, quello splendido sole che era mia cognata. Sandra se n’è andata agli inizi di novembre con il piccolo Lorenzo che portava in grembo. L’ultima volta che Barbara ha visto il sorriso della sorella è stato in una chiamata Skype di qualche minuto per organizzare il viaggio in occasione della nascita del piccino. E poi nella notte pìù buia di sempre per la mia famiglia, la notte che ha reso mio fratello un altro uomo e per sempre, Sandra se n’è andata.
Barbara lavora per una importante azienda milanese che si occupa di import-export e vive sola. Sola stava gestendo l’assenza della sorella, sola sta allontando la presenza del nemico patogeno. Non sa che sto scrivendo di lei questa bellissima ragazza con gli occhi da orientale, ma tra le tante cose che questa quarantena ha svelato c’è anche il pensiero e la cura per chi ci orbitava intorno senza posarsi.
Anche in questi giorni di indeterminatezza non facciamo altro che angosciarci, temere, sbellicarci sull’ultimo meme o commuoverci per un Inno di Mameli ululato dai balconi. E al centro ci siamo ancora una volta noi, egocentrici anche nella paura. Esiste la cura però, l’attenzione, l’affanno per chi non chiede. Non sarebbe male vivere questi giorni per chi resta. Resta e resisti. Barbara sei bella.

Potenza, ore 23:30 – Milena Grassi

Chiusi nelle nostre case, diventate trincee, aspettiamo il nemico…è ormai alle porte.

Non è inatteso, è solo invisibile.

Come un Risiko piccoli carri armati avanzano silenziosi, ci circondano e sono pronti al contagio.

Ma anche questa giornata sta finendo, anche oggi, in questo tempo allargato, le cose belle non sono mancate.

Squilla il telefono, è uno dei miei tanti fratelli, il più razionale (mica per niente lo chiamiamo ragioniere), il più lontano, chiacchieriamo del più e del meno ma tra noi oltre alla distanza chilometrica si avverte una presenza che ascolta.

La telefonata è lunga, abbiamo evitato ogni riferimento al virus, alle preoccupazioni, all’ansia, ma lui sul finire dice: “qui da solo e lontano da tutti voi ho più tempo per riflettere e credo che non saremo mai più gli stessi”.

Mi chiedo se non si senta troppo avvilito.

Questa cosa non mi piace perché è supportata anche da mia figlia, sedicenne, che esordisce dicendo che forse noi, nel passato più recente, siamo stati troppo “azzeccosi” nei contatti.

Mi viene anche in mente un caro amico di Bologna (sposato con una meridionale) che era sconvolto dal nostro modo di salutarci troppo “baci e abbracci”.

Non condivido, chiudo la telefonata e penso: quando verrà domani che mondo troveremo là fuori?

Indosseremo ancora la tuta ma correremo allo stesso modo?

Tito, 18:30 — Marianna Carbone

Solo parole ed immagini, quindi, udito e vista (telefono/webcam), niente tatto, olfatto, poco gusto. Si vive di “memorie sensoriali”, che ci consentono di muoverci nel tempo e nello spazio.

Inspirare, ora più che mai, significa tutto, significa vivere, ma anche ricordare l’odore di luoghi, case, persone, le sensazioni della fisicità del contatto.

E allora inspiro quando comunico e quel tutto che era, in ogni incontro reale, tangibile, diventa, adesso, il soffermarsi su un profumo, a cui non avevo dato importanza, sul tocco di quella stretta di mano, sulla sensazione di quell’abbraccio.

E, quando ce l’avremo fatta, quando tutto sarà nuovamente “normale”, rimarranno le tante “finestre virtuali” aperte sul mondo e solo quelle persone, luoghi, case, cose, che, nella memoria di questo assurdo presente, ho ricordato con tutti e cinque i sensi.

Firenze, ore 20 – Rossella Spiga

Oggi ho sentito allentarsi una morsa. Ho parlato molto al telefono, ho lavorato, sono riuscita a scrivere e a muovermi. Ho sentito che forse non tutto è perso.

Ho capito che non si tratta di qualche giorno, questo è solo l’inizio. L’inizio di una fase diversa, da cui non torneremo mai indietro. Se l’onda deve arrivare, spero che sia in grado di spazzare vie le agonie sentimentali, i coma lavorativi, le abitudini striscianti. Spero porti aria, spalanchi le finestre. Se ci sarà un nuovo spazio, lo voglio dedicare tutto a cose nuove, e curare le cose vecchie più preziose.

Non avrei mai pensato che un bel giardino avesse un tale potere, e di poter ritrovare un senso positivo durante una guerra.

Il mio amore è lontano, ma io continuo a cucinare per due.

Matera,ore: 19.00 – Doreen Hagemeister

Fermiamo la caccia alle streghe!”

Qua di mattina il sole splende e ho la fortuna di avere un bellissimo pino che si affaccia sul mio balcone. Sento gli uccellini e mi godo i rumori della natura… il canto della primavera. I pensieri viaggiano… Se potessi uscire, andrei a comprare fiori, vasi e terriccio… raccoglierei rami secchi, sassi e conchiglie sulla spiaggia… comincerei a preparare il balcone e il giardino per la primavera… ma mi rendo conto che non si tratta di beni di prima necessità e #iorestoacasa.

Intanto ho lavorato senza sosta per tutta la mattina. Verso le 11 mi è arrivato un messaggio di un amico che non sento da un po’… messaggio inaspettato che ha lasciato un segno: “Leggo tutte le mattine il diario che posti, oggi come ieri sei riuscita a commuovermi”. Scrivere qui mi aiuta a chiarire le idee e avere un “impegno”, MA rendermi conto che questo è utile anche soltanto a una persona, MI FA SENTIRE BENE. GRAZIE!

Ieri sera, invece, in uno dei tanti gruppi whatsapp, diverse persone si sono espresse contro chi è positivo al tampone a livello regionale. Purtroppo non c’è privacy, si conoscono i nomi e le città. I numeri dei contagiati si è più che raddoppiato e la gente ha paura. Questo però non giustifica il fatto che alcuni commenti erano spaventosi. Vi risparmio quelli volgari, ma eccone due: “la colpa è degli studenti scesi dal nord” oppure “quel medico di Villa d’Agri è un disgraziato”. Non sono riuscita dall’astenermi da un commento: “Ma perché continuate ad accusare la gente?… Qua c’è da sperare di non prenderselo (il COVID-19)… e non solo per i rischi sulla propria salute, ma anche (come se non bastasse!) per non essere lapidati dalla gente!”

Vi voglio parlare anche di una mia amica. Quando, oggi, ha avuto il buon senso di comunicare non solo al suo superiore, ma anche ai suoi colleghi, che ha avuto un contatto di secondo livello con una persona positiva al tampone (appena lei stessa l’ha saputo), è stata verbalmente aggredita e accusata… Provate a immaginare come si è sentita!

Aggiungiamo tutti i messaggi sui social contro praticamente TUTTE le altre nazioni. Ecco abbiamo un quadro completo. Persino nelle azioni belle, ci sono tante persone che esprimono giudizi negativi… di odio. Ma dove siamo arrivati???????

SERVE SEMPRE IL CAPRO ESPIATORIO… IL COLPEVOLE… STIAMO FACENDO UNA CACCIA ALLE STREGHE. E questo mi spaventa! E mi fa rabbia!

Ecco, oggi il mio diario ha toni diversi… Oggi è così!

Concludo con una frase di Isaac Newton: “Gli uomini costruiscono troppi muri e mai abbastanza ponti!

Potenza, ore 19:27, Luca Rando

Messaggi

Gli amici mi scrivono, ci vediamo sulle piattaforme video. al telefono. E’ l’altro lato della medaglia del Covid-19. In mezzo a tutto questo dolore, questa preoccupazione che ci coglie a volte fino a toglierci il fiato, arrivano messaggi in bottiglia, parole di affetto e di conforto. A tutti coloro con cui mi sento in chat rispondo grato. Viviamo tutti come sospesi in questi giorni, aspettando il peggio e sperando non arrivi mai. La Basilicata che sembrava ancora un’oasi di pace, non lo è più. Sta arrivando la tempesta? So come ti senti. So come ci sentiamo tutti. Leggo i messaggi. Ti sento vicina. Vi sento vicini. Sono tempi strani, giorni tempestosi di pensieri assurdi con la necessità di tenere la rotta. E per farlo sono importanti questi audio, questi messaggi. Intanto sopravviviamo al nostro malcontento, allo sgomento e alle rabbie (e dolori) improvvisi. Con chi mi vedo in video o sento (anche quotidianamente) al telefono si può scherzare, si esorcizza la paura con battute, e risate. Ma non è solo per dire che ripeto a tutti, a tutti, che torneremo presto ad abbracciarci. Ti abbraccio forte, mia cara.

Vietri di Potenza, Ore 19:30 – Francesco Panariello

Mercoledì. 

Niente. Esistito.

(semicit.)

Potenza, ore 16:30 – Antonio Di Stefano

Nono giorno. Le sensazioni si incupiscono. La curva del contagio continua a salire, anche se per fortuna non vorticosamente, e ogni cauto ottimismo non mitiga il fastidio della clausura. Sono quattro giorni che vivo come evasione l’uscita serale per posizionare la spazzatura domestica nell’apposito cassonetto. L’ebrezza della monnezza.

Oggi mia moglie è in lavoro agile. Aumenta la densità abitativa. Io e le mie figlie in questi giorni avevamo trovato un equilibrio fatto di percorsi che si incrociavano poco e di interazioni strettamente funzionali. Durante la giornata ci percepivamo continuamente con distanziato affetto, diradamento familiare come misura di tutela di microcosmi individuali affettivi, lavorativi, relazionali che fossero, tutti agiti in remoto. Adesso c’è una postazione in più da attivare e un pezzo di banda larga da condividere. Siamo tutti qui, uniti e distanti, ottimisti a prescindere, ciascuno con le sue diramazioni via chat, call, mail, social, webtv. Legati al resto del mondo via rete, malignamente ipotizzo che il rischio di essere contagiati dal coronavirus continui ad essere al secondo posto nelle preoccupazioni collettive, posizionato subito sotto quello di perdere la connessione wi-fi.

Potenza, ore 17:14 – Ida Leone

Sono chiusa a casa dal 2 marzo, se si fa eccezione per le rapidissime sortite per la spesa.

La paura sale, e con essa la tensione. Litigo con mio padre che vuole a tutti costi venire a fare la spesa con me (“ma resto in macchina!”), discuto con mia sorella perché sono troppo arrendevole, non sto abbastanza attenta e “se succede qualcosa non posso neppure venire a dare un saluto”. La capisco. Mi sento sola e assediata.

Un mio caro amico anestesista rianimatore che sento spesso in questi giorni mi ha raccontato che per far lavare bene le mani alla sua bimba le ha detto che deve insaponarle e poi strofinare almeno il tempo necessario a cantare “Tanti auguri a te” due volte, prima di sciacquare (30-40 secondi, di meno é inutile).

Indovinate quale ciucciona grossa adesso si lava le mani canticchiando Tanti auguri a te? Due volte, ovviamente.

Resistiamo, e restiamo a casa.

Domani é un altro giorno.

Potenza, ore 18 – Antonio Califano,

Stamattina siamo usciti per andare a ritirare delle ricette, poi farmacia e infine mercato, in macchina. Azioni da commandos, veloci, io in auto col motore accesso, Pina, scendeva, colpiva veloce e rientrava. Veloci, silenziosi e letali come nei migliori film d’azione. Mi ha preso una strana ansia, fastidio, la voglia di compiere “l’azione” il più velocemente possibile e rientrare nel nostro compound fortificato. Avverto che sta modificandosi il mio rapporto con lo spazio, per quanto riguarda il tempo, come abbiamo dimostrato con il mio amico fisico Cavallo, non esiste quindi non ci sono problemi. Lo spazio mi appare ostile, un territorio non più familiare. Recupero con la lettura, ho voglia di mare mi tuffo nella raccolta di poesie di J.C. Izzo, “Lontano da ogni Riva”, mi mancano le coste del Peloponneso e una fresca Cagole in un bar all’aperto del Panier.

Di faccia al silenzio la solitudine che si accumula. Il canto degli uccelli disperato di faccia ai rovi conquistatori. Si fende la terra di desiderio.

Potenza, ore 16.21, Annamaria

È stato un altro mercoledì lento.

Più lento del solito. Mi sono svegliata con calma, ci ho messo 10 minuti a sgattaiolare fuori dal letto, mentre mamma già aveva preparato la colazione. La giornata è trascorsa tra balconi e finestre aperte e qualche libro da leggere. Pomeriggio al pc, cercando di scrivere qualcosa perché scrivere mi fa entrare in un’altra dimensione e dimenticare quello che sta accadendo. Un passaggio veloce in camera con lo sguardo disattento: il sole entrava silenzioso, batteva sull’armadio e sul letto e scaldava i cuscini. Era

caldo, ma non bruciava. Un po’ come gli abbracci che tanto mancano in questi giorni di ordinaria follia. Mi sono sentita rinascere. Il sole a marzo entra in camera da letto,coraggioso ma in punta di piedi e disegna questo quadro. Lo ha sempre fatto. Sempre. Ed io non me ne ero mai accorta, mai, presa dalla frenesia della quotidianità. A fermarsi un attimo perché lo si vuole o perché ci viene imposto, scopriamo piccole grandi poesie.

Ricordiamocelo, quando tutto sarà finito.

Ricordiamoci anche che una piccola grande poesia sta nel proteggerci, non solo per noi ma anche per tutte le vite che possono essere salvate grazie a un nostro gesto di solidarietà. Prendiamoci cura del mondo.

Ricordiamocelo, sempre, anche quanto tutto sarà finito.

E torneremo al mare, con la voglia di abbracciarci tutti. Perché è andato tutto bene. Trasformiamo tutto questo in una meravigliosa attesa. Un’ attesa magica. No, non credo a chi dice che il vero piacere è

l’attesa. Ora però è l’unica speranza bella a cui possiamo aggrapparci.

Potenza, ore 23:15 – Giampiero D’Ecclesiis

E’ nei momenti drammatici che la miseria umana emerge prepotente, come una carcassa nel fiume galleggia, sulla superficie della realtà quotidiana ammorbandola con la sua puzza di carogna.

Untore
Ti ungerò,
di parole impastate di miele e di chiodi
perbenismo borghese
edonismo
apparenza.
Ti ungerò
quella bocca vuota
di vere parole,
contro il laido buon senso,
dell’uomo comune.
Ti ungerò
di silenzio
che è l’unica cosa che temi.
Tornerai al buio,
al tempo della luce.
Ti ungerò di verità
farà male,
brucerà il tuo niente
e farò di te un uomo. (Miles, 2020)

Breda di Piave Treviso, ore 6.00 – Federica Neso

Neanche la pandemia mi toglie il piacere di svegliarmi presto al mattino. Adoro il silenzio del mattino, quei pochi che si muovono lo fanno con una calma ed una pace tipica del gatto. O almeno del mio gatto. Per casa a quest’ora ci siamo solo noi due a goderci l’inizio del giorno.

Mentre faccio colazione cerco di organizzare la giornata. Mi fermo a vedere i fantastici colori del mattino, ascolto gli uccelli ed il gallo, e penso tutto sommato che la cosa positiva di queste giornate è che puoi seguire il ritmo del tuo corpo e del tuo pensiero, e fare ciò che ti senti quando te lo senti….

Il sorgere del sole è il momento più positivo del giorno, il momento dove tutto sembra possibile, dove tutto credi andrà per il verso giusto.

Ecco credo rimarrò ancora un po’ cosi… A crogiolarmi in pensieri positivi. Ne abbiamo bisogno qui oggi visto che dovrebbe essere uno dei giorni di maggior contagio. Numeri che salgono con la velocità dei Jackpot al Casino’.

Allora è mattino voglio ESSERE fiduciosa.

Anche se alla sera è un contare contagiati che come nei cerchi concetrici si avvicinano sempre di più al tuo centro, ai tuoi familiari.

Ma è mattina gli uccelli cantano, la natura si sveglia.

Sorrido. Si ce la faremo anche questa volta.

Genzano di Lucania, ore 15 – Gianrocco Guerriero

Letto, colazione, divano, esercizi con attrezzi (qualche volta), pranzo, divano, esercizi con gli attrezzi (qualche volta), cena, sedia o poltrona, letto. Questo è il ritmo esistenziale.

Gatta, iPad, PC, moglie, figlia1, figlia2, libro1, libro2, libro3, …, libro n. Queste la serie di frequantazioni, con tutte le permutazioni possibili, con ripetizioni.

E avendo cominciato in questo modo poco delicato, voglio concludere con una tassonomia “a la” Borges.

Non si può catalogare senza porre limiti. Tuttavia, se non catalogassimo non potremmo avere alcuna comprensione. Fuori e dentro sarebbe il caos. Ogni catalogazione è sempre una vittoria è una sconfitta, contemporaneamente.

Ecco qui di seguito la mia tassonomia ai tempi del coronavirus. Ho diviso gli individui in venti gruppi.

  1. Persone infette
  2. Persone sucettibili
  3. Persone morte
  4. Persone con la mascherina
  5. Persone con i guanti
  6. Persone con la mascherina e con i guanti
  7. Persone che escono col cane
  8. Persone che giocano col gatto
  9. Persone che scrivono un diario
  10. Persone che leggono le parole di quelli che scrivono un diario
  11. Persone che si annoiano
  12. Persone che non si annoiano
  13. Persone che si lamentano (le stesse che si lamentavano prima)
  14. Persone che non si lamentano (le stesse che non si lamentavano prima)
  15. Persone che tentano di unire nella disavventura
  16. Persone che provano a separare sfruttando la disavventura
  17. Persone che tirano il carro
  18. Persone che stanno sopra il carro (e spesso ostacolano chi tira)
  19. Persone che non badano a chi e cosa ha detto ieri e fanno andare avanti
  20. Persone che cercano chi è che cosa ha detto ieri e fanno andare indietro

Potenza, 2:45 – Nicola Cavallo

Mi sveglio spesso la notte, ultimamente, per l’angoscia di non esser angosciato o, forse, la gioia di non essere felice. Mi alzo e cerco qualcosa, una frase, pochi versi, un volto…

Desideravi il mio amore e ora non mi vuoi più.
Ormai la mia vita è legata alla tua come una catena
i cui anelli ti tengono ancora più stretto
quando lotti per liberarti.
La mia disperazione è una compagnia dolorosa
che si esalta al minimo tuo desiderio,
che cerca di trascinarti nell’ombra e nelle lacrime.
Tu hai distrutto la mia libertà,
coi suoi relitti hai costruito la tua prigione.

Rabindranath Tagore

da “Petali sulle ceneri”

Parma ore 14.40 Cristina Cogoi

Ascolto il ritmo di questo nuovo tempo che vivo, con sensi nuovi, affinati.

Come un cieco avanzo al buio cercando la luce, il suo ricordo impresso nella mente 

Vecchi sensi  si stanno risvegliando, in modalità off, come certi geni, attendevano di sciogliersi come neve al sole e il sole riempie la stanza. 

E’ una primavera strana questa, silenziosa, alternata solo dal suono frenetico delle ambulanze, i primi giorni creavano allarmismi, ma ci si abitua a tutto anche alla paura.

E’ una primavera rigogliosa questa, gli alberi sono in fiore, l’aria e’ pulita come se fosse stata anch’essa disinfettata. 

E’ una primavera di rinascita questa, in ognuno di noi sta germogliando il seme del cambiamento 

speriamo siano tutti terreni fertili.

Potenza, ore 14:30 – Giuseppe Melillo

“C’è un tempo per il silenzio” disse “e un tempo per il rumore. Adesso un po’ di rumore sarebbe ben accetto”. E riprendendo questa frase di Chatwin nella “Via dei Canti” ho pensato ai suoni perduti in questi giorni e soprattutto ai suoni ritrovati. La rivoluzione industriale ha prima cambiato e poi uniformato anche il paesaggio sonoro quotidiano delle nostre vite. Un quotidiano sempre più rumoroso e inquietante che ci avvolge in un liquido amniotico sonoro. Per reazione abbiamo sviluppato delle difese. Combattiamo i rumori con altri rumori, con strumenti che riproducono playlist, musiche, che ci isolano in spazi fisici e psicologici. Però in questo tempo di sospensione e di cambiamenti del vivere quotidiano anche il sonoro non è più lo stesso. Il soundscape, i marcatori sonori, i segnali tutto è cambiato. Il loro insieme, a cui eravamo abituati, che ci accompagnava e invadeva la nostra vita senza il nostro consenso, all’improvviso ha smesso. Ci ha abbandonato. E sono ricomparsi, senza essere mai andati via, l’abbaiare di un cane in lontananza, uno sportello di una auto che si chiude chissà dove, un battipanni che scuote un tappeto dalla finestra all’ultimo piano di un palazzo. Un paesaggio sonoro possibile, fino a qualche settimana fa, solo con l’allontanamento dai luoghi della civiltà densamente abitata, magari in un bosco, o in una campagna dove i suoni “umani” appaiono distanti. Luoghi dove i suoni della natura si riprendono gli spazi sonori, dove “gli uccelli danno voce all’aria” e “il vento mattutino soffia eternamente, il poema della creazione è continuo; ma poche sono le orecchie che riescono a udirlo” per usare le parole di Thoreau in “Walden ovvero la vita nei Boschi”. Ma è nella città che si avverte il cambiamento; tra le strade mute il paesaggio sonoro smette di essere meccanico e si avvicina a uno più biologico e umano che per una strana coincidenza si sovrappone al silenzio dei giorni sacri della Quaresima. Una quaresima che richiama i giorni nel deserto e che oggi ha il compito di purificazione dai virus contemporanei, spirituali, virali o sonori che siano

Potenza, ore 13:21 – Lorenza Colicigno

La notte parla, il suo linguaggio è il silenzio.

Ogni momento della notte ha la sua voce. Quanti soffrono d’insonnia conoscono perfettamente queste variazioni, le accolgono come un dono nella solitudine che, a volte, assume il volto dell’incubo. Io dormo a tratti, in un ritmo tutto mio che prevede improvvisi risvegli e improvvisi ritorni al sonno. E tra questi due momenti l’ascolto, proteso verso l’esterno con un’attesa che oggi, in tempi di covid-19, misuro con un’inconsueta maniacalità.

E allora ecco il diario di una notte qualunque in un giorno qualunque di una donna che tra i linguaggi della notte include il battito delle sue dita sui tasti del pc.

ore 21 – 0.00 Ripasso le nenie che ho imparato sui libri, immaginandoli sulle bocche delle nostre antiche antenate: “Chiaméie nu sande e ne venirene duie, iére Marie cu lu figlie suie, vattìnne figlie mie a vvia a vvia, affine c’affrùendese u figlie de die. Va figlie mie, va addò sand’Anne, affine ca trùevese lu tuie cumbagne”.

Il compagno di cui si parla è il sonno, l’invocazione, pronunciata con tono scherzoso e con la naturale “confidenza” che un tempo ci legava alle esperienze più naturali, doveva accompagnare il bambino, a conclusione di una dolce ninna nanna, nel suo percorso, spesso difficile, verso il sonno. Non sono più una bambina, però … Ed eccolo arrivare il sonno, che si preannuncia come la discesa in un abisso. Quando si dice sprofondare nel sonno!

ore 03.03. Mi sveglio, sperando di trovare un amico nell’orologio, che mi dirà: “sono le sette, amica mia”. Ma no, sono le 03.03. Mi perseguitano questi numeri notturni più o meno palindromi. Al fruscio sull’asfalto delle ruote di un’auto, risponde il lampo dei fari tra le fessure della serranda che non chiudo mai del tutto. Inseguo il rapido inabissarsi della sagoma rovesciata dell’auto oltre il muro della mia stanza. Ringrazio sorridendo l’autista che mi ha tenuto compagnia benché per un attimo, amico sconosciuto nella notte. Chiudo gli occhi. Spero di sprofondare nuovamente nel sonno.

ore 05.45 Arriva, con il solito rumore di freni tirati, il mezzo dell’Acta per la raccolta differenziata. E’ un vero concerto. Si apre il “boccaporto”, si trasportano i contenitori sulle loro ruote arrancanti, si rovesciano i materiali, e qui, è un vero concerto, le cui parti si eseguono nel corso dei giorni, il vetro ha un suo suono invadente, la plastica un tintinnio ritmato da tappi e scatolette, la carta il suo fruscio discreto, l’umido il suo tonfo morbido … a fine settimana, il sabato, il concerto è completo, per ricominciare con la solita partitura la domenica mattina.

ore 06.30 Gli amici sconosciuti della notte cominciano a moltiplicarsi, anche oggi, come da un po’ di tempo sembrano più radi e discreti. Questo mi tranquillizza. Passa un bus, è una stonatura nell’alba che ancora per un po’ si fa prestare la voce dalla notte.

ore 07.00 E’ l’ora del caffè. Ma sono ancora incerta fra la notte e il giorno.

ore 07.30 Mio marito, appena sveglio, dalla sua stanza mi grida: 

“Cosa fai?”
Dopo una ragionevole pausa, perché ancora la notte mi richiama con gli echi del silenzio, rispondo: “Penso”.

E lui: “Sempre la solita originale, tu!”

N.d.R.
E’ iniziato “Tenera è la notte” il nostro appuntamento serale di discussione, approfondimento, spettacolo, musica, abbiamo cominciato con “Letter from home” e Dino De Angelis.

Non ve lo perdete. Presto altre novità.

https://www.totemmagazine.it/tenera-e-la-notte/
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