“Nuovo soprammobile ”

Potenza, ore 12,25 – Paride Leporace
Il mio computer ha fatto crash. Molta resilienza per parare il colpo. Amazon non me ne potrà mandare uno nuovo prima di una settimana. Magari neanche arriva Dovrò supplire con Ipad.
Niente archivio a disposizione.
Sarà dura intrattenere gli amici con “Sequenze e spezzoni” con cui mi tengo compagnia su Facebook da due sabati pomeriggi. La scaletta di ieri e’ piaciuta molto.
Oggi la domenica si può spacciare per normale. Da tempo la passo in casa piacevolmente in famiglia. Piccole trasgressioni gastronomiche festive.
Vino rosso. Alzerò il calice alla memoria di Gianni Mura. Per lui neanche un funerale. Versando il Ciro’ che bevo a suo pro torna in mente un verso del suo amato Sergio Endrigo : “Non c’è nessuno che ti dia un fiore-Ne’ una mano per le tue mani- Mani bucate”.
Potenza, ore 7,00 – Antonio Califano
Ismail il Tedesco, Morea, Kastro Killini, 22 marzo, ora del tramonto, anno……. ? (tanto il tempo non esiste)

Uno strano pellegrino in fuga proveniente dalle terre longobarde, bardato in maniera bizzarra con una maschera a becco di corvo, è approdato ieri, al calar del sole, sulla spiaggia di Kastro Killini in Morea, mi ha narrato strane vicende italiche. Una terribile pestilenza si è diffusa a partire dalla Padania, si muore scatarrando, inquietanti predicatori percorrono la penisola annunciando la fine del mondo, cavalieri armati di tutto punto invocano l’intervento di armigeri su carri da guerra. Gli alemanni citeriori hanno schierato truppe di ruttatori di birra ai confini per impedire la fuga verso il nord Europa, i franchi compagnie di lanciatori di rane e di escargot, per adesso i lanciatori di pitali bolognesi reggono ma sono in inferiorità numerica. Si narra di assalti ai castelli e alle dimore patrizie. Torme di Lazzari assaltano i forni, anonimi sfaccendati produttori di pergamene composti da strani ominidi orizzontali, verticali, diagonali e incroci contronatura con quadrupedi, terrorizzano le genti con ignobili cronache quotidiane e strani disegni sinuosi che annunciano l’avvento dell’apocalisse, è stato visto anche uno strano personaggio che di mestiere taglia le strade nel deserto sacrificare caciocavalli alla luna con propiziatori riti esoterici. Le bellicose tribù italiche hanno stabilito una tregua, hanno affidato ad un esperto di lingue dell’Apulia il comando, costui conciona in orari notturni alle genti riunite in piazza e pare che abbia lo stesso effetto di una strana erba coltivata in Africa. Ho dato ospitalità al pellegrino ma l’ho confinato in una tenda un po’ discosta dall’accampamento, l’ospitalità è sacra per gli eretici erranti come Ismail ma sono eretico non coglione, , sono tornato alle mie esercitazioni quotidiane con la Katana, oggi provo il “Bokuto Ni Yoru Kendo Kihon-waza Keiko-ho”, poi abluzioni alle terme quindi compongo per la mia amata penisola un haiku: “Il tetto si è bruciato:/ ora/ posso vedere la luna”. Intanto il sole è sceso all’orizzonte, dietro la brulla isola di Itaca, soave il tepore della primavera mi avvolge e un pensiero mi invade: devo incaricare il mio alchimista persiano di trovare un rimedio, la penisola è il posto più bello del mondo, nonostante quel maledetto Pietro Carafa prima o poi tornerò a spargere il sacro fuoco dell’eresia.
P.S.: chiedo venia ai miei amati Wu Ming.
Torino, ore 21:00 – Antonio Di Stasi
L’ultimo saluto a sua madre di un torinese che non ha potuto accompagnare sua madre nell’ultimo viaggio. Era in un hospice a Potenza. Senza altri parenti. I piccoli drammi che stiamo vivendo.
HAI SEMINATO BONTÀ OVUNQUE .
Il rammarico e la rabbia in un momento in cui non ho potuto starti vicino e nessuno ha potuto darti l’ultimo saluto mi devasta più del dolore per la tua perdita ,non ti scrivo che ti porterò sempre nel mio cuore semplicemente perché il mio cuore è il tuo ,un cuore spezzato ,un cuore affranto ,un cuore frantumato,un cuore pieno di lacrime.
Una cosa però non dimenticherò facilmente quando l’ultima volta che ci siamo salutati un mese fa ed ero già sulla porta mi hai fatto un gesto per farmi tornare indietro e mi hai detto ..DAMMI UN ALTRO BACIO..
Oggi cara mamma tornerai a Genzano il paese che ti ha dato i natali ,il paese che tu amavi ,il paese dove tu e papà tornavate nel periodo estivo ogni anno sfruttando quei 30 giorni senza mai andare come facevano tanti altri al mare o ai monti .
Il paese dove siete tornati dopo oltre quarant’anni di esilio così dicevate .
Il paese che oggi ti accoglierà orfana dei suoi figli che con una marea di messaggi o telefonate mi hanno dimostrato tutto l’affetto e la stima per ricordare la persona che sei stata .
Quando fra qualche tempo la situazione lo permetterà ti prometto che riprenderò tutto da qui ,coinvolgendo tutte le persone che ti conoscevano dando loro la possibilità di omaggiarti di un semplice saluto che meriti .
Questa è l’ultima cosa che vorrò fare per te .
Per sempre tuo.
Villa D’Agri, ore 23:30 – Antonella Marinelli
ALMENO UN SOFFIO DI OTTIMISMO.
Tredicesimo giorno rosso. Un’Italia un po’ sbilenca, ammaccata, impaurita, piegata dai bollettini quotidiani. Tutto inesorabilmente sospeso. Il futuro è più lontano. Capo chino sull’ultim’ora e la TV che si fa eco da sola con i numeri, i focolai, le mascherine, i grafici, le ordinanze, la paura. Non sappiamo decidere tra il diritto di temere per la nostra incolumità e la giustezza di respingere il panico. Fermi. Sospesi.
I miei nonni, che avevano conosciuto la spagnola dai racconti apocalittici dei loro genitori e che delle Asiatiche dei ’50 e’ 60 non se ne erano accorti perché ancora troppo poco lambite dal boom economico le nostre campagne, forse oggi avrebbero avuto una morigerata paura. E i miei alunni disabili e immunodepressi, che conoscono solo la paura immediata, da impatto, che non hanno percezione della realtà circostante, sono i semafori verdi di questo sconosciuto patogeno. E non sono i soli.
E i miei zii e i miei cugini di Milano, Barbara e tutti i miei amici che non sono scappati irresponsabilmente e noncuranti del carico infettivo che si sarebbero portati dietro. A tutti loro, a tutti noi che potremo diventare loro, dobbiamo i nostri comportamenti virtuosi.
giorno fa, gaudente, dopo giorni vinti da un climax ascendente di ansie, ho ascoltato un ottimo Riccardo Luna dalla Gruber. Il giornalista non ha negato di certo che la nottata sarà lunga, ma ha parlato di speranza, di attenersi alle regole, ha spiegato che ne usciremo. Il decorso non sarà brevissimo, ma contro il virus ci sarà un vaccino, contro allarmismo e panico solo la buona informazione. I bravi giornalisti dovrebbero disinserire il maiuscolo sulla stima del numero delle vittime. Dal coranavirus si guarisce e torneremo alla nostra vita di sempre. E sarà piena di sole. Ripartiamo da piccoli soffi di ottimismo, oggi calano lievemente i morti e i contagi rispetto a ieri.
Matera, ore: 20:20 – Doreen Hagemeister
“Wind of change”
Cambiamenti. Sta cambiando il tempo, è prevista la neve! Fuori soffia il vento…
Sotto casa passa la macchina “Rimanete a casa! Il virus è mortale!”

Ascolto gli Scorpions “Wind of change” – una delle mie canzoni preferite! I pensieri viaggiano, piango. Questa canzone mi emoziona, sveglia ricordi. Torno ai tempi dell’Università. È LA CANZONE della riunificazione. Io sono della Germania dell’Est… l’ho vissuta… ho partecipato alle manifestazioni, ho persino sperimentato la forza dei cannoni ad acqua che i militari tedeschi utilizzavano per sopprimere le manifestazioni. Terribile! Penso a mio fratello: lui all’epoca era militare e io ricordo la paura che avevo per lui. Non tutte le manifestazioni finivano bene, ci furono vittime tra civili e militari, costretti a stare dall’altra parte! Penso a lui, alla sua famiglia, ora: loro, in Germania.
Ci sono anche ricordi romantici: “Wind of change” un lento che si ballava col fidanzato in discoteca. Fischietto.
La situazione oggi è diversa, sì! Ma porterà a cambiamenti. C’è chi ha chiamato i militari per rispettare le regole imposte dal governo. Tante similitudini.
“The
world closing in
did you ever think
that we could be so close,
like brothers
the future’s in the air
I can feel it
everywhere
blowing with the wind of change”
Mi perdo nei miei voli pindarici. 2020 pandemia. 1989 Riunificazione. Lo sento, come allora: stiamo cambiando! Io sto cambiando!
Nel pomeriggio, mia figlia mi chiede di tagliarle i capelli, vuole la frangetta. Anch’io! Ecco, ora siamo in due ad averci dato un taglio. Risate! Voglia di cambiamenti!
Mi sa che stanotte mi addormento fischiettando la canzone…
“Take
me to the magic of the moment
on a glory night
where the
children of tomorrow dream away
in the wind of change
The
wind of change blows straight
into the face of time
like a
stormwind that will ring
the freedom bell for peace of mind”
Potenza, ore 21:30 – Milena Grassi
Ho imparato, in questi giorni, a vivere la quotidianità del condominio.
È da poco nata una bimba, vive al piano di sopra : so quando fa le sue poppate, quando la cullano e riconosco il pianto delle sue colichette.
Ho imparato a riconoscere le voci dei suoi genitori ma soprattutto quella del suo papà che ora non ha più fretta, ha più tempo per lei, le canta la ninna nanna mentre la mamma passa l’aspirapolvere .
Sono entrata nelle loro vite , così per caso, e la mia solitudine si è attenuata.
La sento, ora mentre scrivo, ride, è proprio lei la bimba di cui non conosco nemmeno il nome.
Tra le lacrime anche io sorrido.
Potenza, ore 20:55 – Antonio Di Stefano
Tredicesimo giorno. L’isolamento in casa sta producendo effetti. Purtroppo non tanto sulla malattia ma piuttosto sull’equilibrio delle persone. In particolare di quelle che sono sole e non hanno un simile con cui sfogarsi tra le mura di casa. Un mio vicino di casa ha tirato fuori un fucile a piombini e dal balcone ha cominciato a sparare ai piccioni. Ha 60 anni. Dopo un po’ ha smesso, non è chiaro se per esaurimento dello sfogo o dei pallini. Per gli animi più sensibili: piccioni abbattuti zero.
Complici le belle giornate passate la città vista dalle finestre è apparsa placida, serena e tentatrice, mentre dentro le case le sensazioni ribollono. Il cittadino medio ha ormai introiettato la regola del distanziamento sociale e prova astio per chi si ostina ad uscire, un rancore alimentato da un poderoso mix di comprensibile panico, di condivisione civica di un misura di sanità pubblica e di invidia cieca verso chi una legittima motivazione all’uscita ce l’ha.
Comunque resta il fatto che uscire di casa sia pericolo: se non hai una busta della spesa in mano rischi un vaso di fiori in testa.
Rossella Spiga, Firenze, ore 20:30
Finis terrae
A un certo punto si arriva al limite, un limite immaginario oltre il quale non abbiamo mai guardato.
Non sappiamo mai bene quale sia il confine, di noi, dei nostri spazi, dei nostri sentimenti, di quello che riusciamo a sopportare. A volte lo raggiungiamo senza rendercene conto in anticipo, sentiamo un aumento della pressione improvviso e poi il botto: stop. A volte, si sblocca improvvisamente un meccanismo che ci teneva legati, e prendiamo coscienza che il nostro limite era più in là di quello che ci eravamo immaginati. Le persone intorno a noi ci danno spesso involontariamente la misura di noi stessi: delle nostre paure, dell’affetto che abbiamo seminato, delle prove che abbiamo saputo dare, della forza delle nostre valutazioni, delle nostre aspettative. Poi, davanti al nostro confine, raggiunta la discontinuità del terreno su cui ci muoviamo di solito, siamo sempre e inesorabilmente soli.
Vivo questo periodo di forzato isolamento, di sospensione, come una grande prova generale collettiva dei nostri limiti, dei nostri confini, in cui tutto si misura e si ridisegna. Cosa ci sara dopo il confine, quando tutto sarà finito?
Genzano di Lucania, ore 19:30 – Gianrocco Guerriero
Oggi è domenica. Ma i giorni non tollerano più qualificazioni, sono semplicemente giorni, come la gente in costume al mare è soltanto “gente”. Avrei dovuto dire: oggi è “un altro” giorno (unica differenza: i negozi di generi alimentari chiusi).
Ogni giorno, per non sprecarlo, fisso delle priorità. Espletate quelle, se avanza tempo, inseguo il “piacere puro” (che per me spesso coincide con un trattato di Relatività “et similia”). Chi pensasse che il sottoscritto sia un modello da imitare, si sbaglierebbe di grosso: ho fallito quasi tutto, nella mia vita, di ciò che avrei potuto controllare. E le figlie, beh!, per quelle, di merito non ce ne vuole granché. Ho imparato da poco, a fissare priorità, riflettendo sulla “frase fatta” (ma non banale) che recita: non è mai troppo tardi.
Non ho detto queste cose a caso. Le ho imparate. E le ho imparate da questi giorni. Una minaccia ci ha costretti a “sfoltire”, come si sfoltisce un segmento unitario togliendo via via sempre più pezzi fino a giungere all’essenza necessaria e sufficiente per preservare l’aleph: l’insieme di Cantor. Non è essenziale capire ciò che ho appena detto: potrei tradurre dicendo che un pacco di farina vale più di un piatto di caviale è una infermiera più di una star e di un calciatore messi insieme.
Quando Napoli, fu liberata dal colera, negli anni settanta, Enzo Biagi commento con grande acume: “Il vibrione lascia Napoli. Gava resta. Se ne vanno sempre i migliori”.
Gava non c’entra niente adesso. Quello che voglio dire è che, quando ne saremo usciti (e ne usciremo) vinceremo da perdenti, se non saremo capaci di preservare le priorità ritrovate. Perché il nostro “Gava” è peggio, molto peggio, del Covid-19.
Nel mio piccolo, “Gava” l’ho cacciato già da tempo. È anche i “giorni” lo hanno fatto, a quanto pare.
Potenza, ore 18:31 – Luca Rando
Pensieri sparsi di una domenica di marzo passata a leggere dati, notizie, testi latini, fumetti; a scambiare parole dalla distanza con alunni e colleghi, parole da vicino con figli e moglie.
“Sono un uomo e tutto ciò che è umano mi riguarda”.
La pandemia ci costringe a ripensare alla vita e alla morte, alle scelte, al passato e al futuro non solo nostro, piccolo e individuale futuro, ma a quello di tutti gli uomini.
“Lei ha torto, signora; ha torto assolutamente. Riconosco che non lo avevo considerato, che non ci avevo neanche pensato, ma so con esattezza quello che lei sente, e non c’è niente nel modo più assoluto che suo figlio sente per mia figlia e che io non abbia provato per Christina. Vecchio? Sì. Avvizzito? Sicuro. Però vi dico che i miei ricordi ci sono tutti, chiari, intatti, indistruttibili, e così rimarranno dovessi campare cent’anni”
L’intervento di Conte di ieri sera ci ha colto mentre stavamo guardando Indovina chi viene a cena?, il film di Stanley Kramer, interrompendo il discorso finale di Matt Drayton. Siamo rimasti ammutoliti.
“Stesso desiderio di morire poi rivivere”
La giornata era cominciata con le canzoni di Battisti in testa sin dal risveglio: Vento nel vento, I giardini di marzo, Ancora tu, Una donna per amico, Emozioni… l’intera colonna sonora della mia giovinezza rispuntata chissà come nei sogni della notte. Stamattina invece silenzio.
Le menzogne della notte
Ogni notte mi sveglio. Due, tre volte a notte. Alle 2, alle 4, alle 5. Faccio un giro per casa. Controllo che tutto sia a posto. Che gli oggetti siano dove li ho lasciati la sera prima, che tutto abbia il suo luogo tranquillo, i figli nel letto, le stoviglie riordinate, i libri nelle mensole. Durante il giorno poi ci sarà disordine tra fogli sparsi, libri su ogni scrivania, caricatori di telefono, computer, ma di notte, nel silenzio della casa, ogni cosa deve essere in ordine, come se fossero gli oggetti a pensarmi (a sognarmi?), ad avere sentimenti.
“Ho corso su e giù per ogni parquet dietro ad ogni palla persa per te. Hai chiesto il mio impegno ti ho dato il mio cuore perché c’era tanto altro dietro”
Dieci anni di basket. Dai Lions all’Invicta alla Timber. A questo penso mettendo a posto le tante maglie da gioco di Michele. Ma questa è un’altra storia.
“Il selvatico che c’interessa non è la natura il mare la selva ma l’imprevisto nel cuore dei nostri compagni uomini”
Potenza, ore 2,45 – Nicola Cavallo
Mi sveglio spesso la notte, ultimamente, per l’angoscia di non esser angosciato o, forse, la gioia di non essere felice. Mi alzo e cerco qualcosa, una frase, pochi versi, un volto…

Nu vascio …
na mamma …
nu chianto:
nu vico chiagne!
Nu vascio …
na Maria …
na canzone:
nu vico rire!
O’ core ‘e Napule
Franco Cacciatore
Parma ore 9:00 – Cristina Cogoi
Piove.
Piccole gocce cadono,
con un ritmo lento, ma continuo.
Sembrano lacrime trattenute a fatica, lasciate finalmente andare.
Mi commuove la bellezza di questa natura in fiore che sino a ieri sembrava insensibile, ma oggi carica di lutti, di dolore, di sbigottimento, mostra segni di compassione per questa umanità che l’ha mortificata così a lungo.
Mi arriva potente, profondo il suo insegnamento.
“ senza compassione, senza generosità, senza altruismo, senza apertura del cuore e della mente siamo destinati ad estinguerci senza lasciare alcuna traccia dietro di noi”.
Potenza, ore 22:00 – Luigi Zotta
Cosa verrà dopo COVID-19?

Questo racconto inizia dalla scaletta di un aereo giunto in perfetto orario il 24 Febbraio a Roma Fiumicino proveniente da Helsinki. In quei giorni il coronavirus non era più soltanto uno spauracchio che lentamente faceva capolino nel vecchio continente dalla terra del dragone. C’era qualcosa in più.
Roma risplendeva della sua classica luce radente, cielo terso, un caldo blu che non vedevo da giorni. Ma non appena varcato il settore arrivi mi si palesò la dura realtà che in Italia aveva preso il sopravvento.
Controlli con termocamera, personale e viaggiatori bardati da mascherine chirurgiche, brusio di cellulari e televisioni, conversazioni e notizie incentrate su di un unico tema: è arrivato anche in Italia il COVID-19. E giù un lungo elenco di ricostruzioni, sentimenti di collera mista ad apprensione si addensarono immediatamente nell’area arrivi, al terminal dei bus, in stazione, al ristorante, dovunque. L’Italia, purtroppo, era appena entrata nella morsa del virus ed io, appena sbarcato, con lei.
Si alternarono giorni di grande mobilitazione nazionale tra le paure, le resistenze, le diffidenze, le opinioni e le notizie in prima pagina. Il Paese si preparava ad una lunga quarantena, ancora in corso. Le sirene avevano preso il sopravvento sui clacson, le strade man mano andavano svuotandosi, le strette di mano e gli abbracci venivano vietati, iniziava così un lungo isolamento che ci avrebbe portato ognuno nelle proprie case, stretti attorno ad uno schermo, ansiosi ma speranzosi.
Oggi è una bella giornata, come quella romana del mio arrivo ma tanto, troppo forse, è cambiato. Saluto il mio vicino dalla finestra, ha una mascherina. Gli annunci e le esortazioni si susseguono: rimanete a casa! È l’unico modo per intravedere un orizzonte più sereno. È un virus subdolo questo, si annida nei polmoni, toglie il fiato e con esso la vita. Rende soli, isola e divide. Va combattuto con le sue stesse armi.
Le strade sono dei quadri immobili che vengono mossi soltanto da qualche timida rondine. Almeno loro possono essere felici e circolare nell’aria. Ognuno è nel suo microcosmo ma in costante contatto col mondo. Da una finestra un bambino appende un arcobaleno: andrà tutto bene ha scritto su quel disegno. Lo penso anch’io ma distolgo lo sguardo perché non posso esserne certo.
Due categorie non percepiscono la paura: i bambini ed i pazzi. Nella seconda annoveriamo anche chi è riuscito a farsi sopraffare dalle emozioni ed ha trasgredito le regole per un motivo o per un altro. È lì che l’essere umano si ritrae e si autoprotegge. L’uomo sa essere spietato ed egoista sopratutto con i suoi fratelli.
Le paure hanno preso il sopravvento. Si naviga a vista, ci si riunisce solo telefonicamente, i contatti umani sono azzerati. Alcuni dicono che il male ha vinto. Non credo, troppo banale. È in corso una battaglia per la sopravvivenza, la stiamo giocando tutti silenziosamente.
Si rincorrono le voci, la lotteria dei contagi è aperta. Dove sarà il prossimo? Lo conosci? E il Governo cosa fa? Tu esci? Sono le domande che si alternano. Siamo come talpe, ciechi di fronte alla luce. Qualcuno mormora: cosa sarà del futuro? Bella domanda. Non c’è risposta nè prospettiva, oppure si?
Da queste lunghe giornate cosa impareremo? Riscopriremo il senso vero di essere al mondo? Ognuno di noi avrà la possibilità di cambiare, di redimersi o di continuare il suo percorso? Il mio vicino mi saluterà ancora dalla finestra o saremo ancora più distanti?
Queste settimane ci daranno molte più lezioni che un’intera vita.
Potenza, ore 11:37 – Ida Leone
Beati voi, che vi dovete preoccupare solo di come organizzare il vostro tempo stando a casa.
Potenza, ore 16:00 – Giampiero D’Ecclesiis
Un caro vecchio amico è in ospedale, non sta bene, è il dannato virus.
Poche battute via messaggio, quanto basta per fargli sentire che gli sono vicino, per quello che può valere, per avere qualche notizia e per fargli i miei auguri.
Resto solo a pensare.
Parole, battute, scherzi, sorrisi, panini, qualche rara arrabbiatura, qualche battaglia in comune, molte amicizie in comune, il senso di 40 anni di amicizia è racchiuso in tanta semplice quotidianità.
La parola di oggi è “apprensione”.
Potenza, ore 8:49 – Claudio Elliott
DISINFETTARE! DISINFETTARE!
L’operazione inizia all’alba, più o meno, quando vedo mia moglie in giro per casa con un paio di stracci e con bottiglie di alcol, disinfettanti, amuchina, aceto, candeggina e altre diavolerie. Quando, dopo una visita al bagno in cui lo specchio riluce di luce propria e i sanitari sono tornati come nuovi, mi accorgo che il caffè ha un sapore nuovo, le chiedo: – Ma dove abbiamo comprato questo caffè? – fa spallucce mentre strofina le maniglie delle porte (cosa che ha già fatto ieri e l’altroieri, come se casa nostra fosse stata invasa nei giorni scorsi da orde di ospiti). Porta una mascherina perché comunque la casa è frequentata dai nipoti che abitano a pochi metri di distanza. Assaggio di nuovo il caffè e capisco che il sapore è di aceto e glielo comunico. – Ah, sì – dice – ho lavato le caffettiere con l’aceto e ho disinfettato le posate.
Quindi, penso, anche ciò che mangeremo oggi avrà lo stesso sapore. Sai che gusto. Nel frattempo passa sul pavimento uno straccio imbevuto di candeggina (-Non ci camminare con le scarpe – mi fa). Non le ho ancora indossate, per fortuna, e vorrei avere le ali per andare in veranda. Poi passa a disinfettare tutte le maniglie di tutte le porte di tutta la casa (la ripetizione è d’obbligo).
Allora mi metto le scarpe e, volando, vado in giardino e noto con piacere che le foglie non state ancora disinfettate. Il giardino mi ispira poesia e citazioni e, come mi capita spesso, parlo con i fiori e con gli alberi, sintomo di un animo delicato (secondo me) o di incipiente rimbambimento senile (secondo lei). Mi avvicino al tiglio: – Tiglio, tiglio amato figlio – dico (Jacopone da Todi, che però cita un giglio), e poi alle rose che stanno per spuntare: – Una rosa è una rosa è una rosa (Gertrude Stein). Poi parlo al biancospino: – Biancospino tremulo ai primi soffi del mattino – (Umberto Saba).
È il momento di rientrare. – Togliti le scarpe – mi dice una donna con la mascherina e un flacone di amuchina in mano.