CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 23 MARZO 2020

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Vigevano, 21:27 – Veronica Menchise

Lo spettro visibile ”

Lo spettro visibile di Veronica Menchise

Potenza, ore 10:30, Annamaria

“Se fosse possibile dire saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a domani, credo che tutti accetteremmo di farlo.
Ma non è possibile.
Oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità.
Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso.
Si tratta di vivere il tempo che ci è dato vivere con tutte le sue difficoltà.”
Aldo Moro.

Mai parole furono più attuali di queste.
Questo tempo di “sospensione” ci costringe a fare i conti con noi stessi e con le nostre fragilità.
Ma per chi è in salute e sta rispettando le direttive rimanendo in casa, questo periodo può essere anche l’opportunità per fare un profondo reset, eliminando così le emozioni “disturbanti” e dedicandoci a ciò che di positivo fluttua nell’ aria, in casa, a ciò che di meraviglioso ci trasmette l’affetto dei nostri cari.

Usciti da questo tunnel che sembra non avere mai fine, il mondo che troveremo dall’altra parte sarà molto diverso da quello che abbiamo conosciuto finora.
Quella che stiamo vivendo non è solo una crisi sanitaria, ma è un vero e proprio cambiodi paradigmache avrà diramazioni nell’intera società.
Fortunatamente, ne sono sicura, ne uscirà anche del buono da tutto questo.
Ma noi per primi dobbiamo cambiare e cambiare in meglio per essere all’altezza delle tante sfide che ci attenderanno.

Ore 15,25 Potenza – Paride Leporace

Ho trovato un’assistenza per riparare il computer. Il tipo mi da il via libera per raggiungerlo a Santa Maria. 

Ho perso i conti da quanti giorni non esco dal mio quartiere. 

Mi infilo nel macchinino mascherato e con disinfettanti in tasca. Solco strade vuote impaurito dai batteri e mi viene in mente mio zio che sfidava le bombe per andare a cercare cibo.

Incrocio su un marciapiedi una signora a piedi. Su viale Mazzini un’ambulanza ferma con i lampeggianti accesi mette fifa alla schiena. Più giù due addetti montano un’auto sul carrattrezzi. Spero non sia stato per sosta vietata. 

Parcheggio e raggiungo l’ambulatorio informatico. Dialogo tra mascherati. Malato su un banco. Per la diagnosi si vedrà. Recuperatemi almeno i dati. 

Recupero delle Duracell a mio figlio in un tabacchi. Dentro la radio aperta racconta di poeti e rivoluzioni. Torno in quarantena. Sono stato fuori 40 minuti. Hanno lasciato questo mondo Arbasino e Lucia Bose’. Penso alla casalinga di Voghera e alla commessa che sposò il torero. Apostrofi rosa su un fondo nero.

Potenza, ore 8:50 – Katia Genovese

Questa mattina mi sveglio melanconica, mi viene naturale e d’istinto iniziare a scrivere pensieri confusi in maniera veloce, non m’importa di ordinarli, mi rappresentano, perché mai dovrei mutare il loro aspetto? 

Contengono totalmente il mio stato d’animo, sono impregnati di esso ed è giusto che restino nella loro forma originaria. 

Ieri ahimè avevo già avuto notizia :”anche in Basilicata c’è stato un decesso per il coronavirus, pare sia stato il primo”; anche se si preferisce dire :”con il coronavirus” semplicemente perché si fa riferimento all’esistenza di patologie pregresse. (È significativo notare come ci si aggrappa alle parole, a me sì care, anche la più piccola può fare la differenza!).

Ma stamattina apprendere la notizia dai giornali, vederla scritta, ferma, fredda, lasciata nella sua totale autenticità… fa un certo effetto! Non provo paura, o meglio non è questo il sentimento che predomina, sento smarrimento ed impotenza, mi sento piccola più che mai; e non parlo di quello stato di piccolezza d’età, che riporta indietro nel tempo fino a quando si consideravano i genitori persone dotate di superpoteri , coloro che potevano proteggerci da qualsiasi cosa. Crescendo si capisce che questa cosa è vera solo in parte, i genitori sono sicuramente le colonne da cui ha inizio il proprio viaggio, i supereroi dell’infanzia certamente, ma poi ognuno è esposto alle calamità della vita, al vento del destino. Quella a cui faccio riferimento è una piccolezza che a parole mi vien difficile spiegare, ma che riesco a sentire forte. 

Apro Facebook la prima notizia che mi appare si compone delle parole di un caro amico infermiere, svolge la sua missione di vita a Verona e paradossalmente lo sento molto più vicino ora che si trova a km di distanza rispetto a quando era ad appena 30 km da me! Anche le sue parole provocano una scossa al cuore, sono ordinate, composte, impresse di una velata razionalità che forse la sua professione gli impone, posso solo immaginare cosa provi lui. 

Chiudo repentinamente questo social, seppur convinta che codesto gesto istintivo non arginerà il mio stato d’animo, né tantomeno placherà la raffica impetuosa dei miei pensieri. Sposto leggermente l’attenzione e nel frattempo sento che mamma ha già iniziato il suo smartworking, la nostra vita è cambiata tanto in quest’ultimo periodo e nonostante tutto, credo sia doveroso conservare (quando la tempesta sarà passata) tutti gli spunti di riflessione, le piccole azioni, i sentimenti… che hanno provocato una rivoluzione interiore, questa rivoluzione silenziosa, che genera un rumore assordante. 

Siamo piccole cellule, schermate dalla membrana, esulate dal contatto, anche minimo. Si è creata una nuova omeostasi, silenziosa e pungente. Contiene armonia e caos, un caos calmo da cui si deve ripartire…

E non appena ogni cellula  di vita che andrà a ricomporre l’organismo, macchina perfetta, di conseguenza come organismo più grande si ricomporrà la natura e la vita accompagnata dalla sua armoniosa naturalezza, quando torneremo ad essere cellule allegre, enzimi felici della terra è giusto tener conto di tutto questo…  voglio che sfoci in ognuno di noi un profondo cambiamento di vita, voglio che non si torni alla normalità, ma pretendo un capolavoro, quello che ognuno di noi è capace di creare!

Torino, ore 11:00 – Piero Bianucci

Chissà se questo primo piccolo segnale di arretramento del coronavirus è significativo o solo una fluttuazione statistica. La settimana che incomincia ce lo dirà. Intanto mi piacerebbe che i miei colleghi giornalisti usassero le parole giuste e con confondessero la crescita aritmetica del contagio con quella esponenziale, parola, questa sì, diventata virale.

Se la crescita fosse esponenziale da tre mesi la Terra sarebbe disabitata.

Asti, ore 10,30 – Carmela Bruscella

Ieri è stata una giornata nuvolosa e sembra che abbia influito sull’umore della mia famiglia, compresa me. Restare a casa comporta l’accettazione di compromessi e la condivisione degli spazi. Ho pensato a quelle famiglie dove imperversa la violenza, dove le donne e, a volte, anche i bambini subiscono soprusi tra le mura domestiche e in questa quarantena sicuramente queste violenze saranno aumentate.

Tre anni fa ho scritto un libro a tal proposito. Ho ascoltato racconti di donne che hanno subìto violenze fisiche e psicologiche dal marito e ogni volta ne uscivo turbata e sconvolta.

Per affrontare il problema della violenza sulle donne, ad Asti c’è una stretta collaborazione tra la Questura e il Centro Antiviolenza “Orecchio di Venere” il quale nei giorni scorsi ha comunicato che continuano a supportare le donne che si sentono in pericolo e che le denunce presentate sono già 3.

Spero che queste donne possano trovare la forza e il coraggio di uscire da queste situazioni e poter vivere una vita dignitosa e serena. Spero in una loro rinascita, come quella che accadrà a tutti noi dopo questo periodo. Ne usciremo diversi, non saremo più gli stessi, apprezzeremo i piccoli gesti, gli incontri, gli abbracci e ringrazieremo per ogni giorno che ci verrà regalato.

E’ inevitabile.

Genzano di Lucania, ore 17:00, Gianrocco Guerriero

Dalla scorsa notte fuori c’è soltanto il vento. Per saperlo con certezza sarei dovuto uscire, facendo come quelli che, inopportunamente, in un consesso prendono a urlare “state zitti!”. C’era solo il vento, lo presumo, oltre a quelli che lavorano per noi e che dopo dovremo ringraziare e, soprattutto, non dimenticare (che è diverso dal mero ricordare: solo sfumature, ma importanti).

Parlavo di vento anche poco fa, con alcuni amici fra i più cari, in questi giorni di vita rivoltata come un calzino. Di vento in senso metaforico: quello che ormai spinge in questa impresa di ricognizione, per portarci qualche cosa in più “dall’altra parte”, quando arriveremo, perché la memoria – ci scommetto su – dirà tutt’altra cosa, la conosco bene: è un ciarlare d’avvocati in tribunale.

A noi di Totem, per dirla con Pontiggia, non interessa il realismo dei fatti “come li vorremmo”, ma quello radicale (di Manzoni e Machiavelli) dei fatti “come sono e come sono stati”. E per quello ci vuole tanta fantasia, necessaria a sovrastare la corrente. I luoghi comuni con i quali, per economia, interpretiamo il mondo: sono loro la scilla e il cariddi che temiamo. Un vento buono aiuta.

 Faenza, ore 17:00  – Domenico Marchione

È stata una giornata difficile in ambulatorio, corre voce di positivi tra i colleghi. Le mani fanno male, secche e arrossate per i continui e indispensabili lavaggi. All’uscita mi fermo nel piccolo supermercato a poche centinaia di metri da casa. Cerco di essere veloce e preciso nell’imbustare la spesa. Ottimizzo lo spazio, un puzzle quasi perfetto, provo a distribuire il peso. La mascherina chirurgica mi fa respirare a fatica, la mia sinusite non mi avvantaggia. È surreale il silenzio; delle quattro casse una sola è aperta. Io solo, nessuno dietro di me. Porgo il bancomat alla cassiera. Il mio sguardo si sofferma sul verde dei suoi occhi. Merito della mascherina che le copre il volto, chissà se lo avrei mai notato, in un giorno qualunque in uno di quei giorni ordinari e frenetici. Sulla strada del ritorno un posto di blocco, sono gli uomini della finanza. Parcheggio facilmente l’auto oggi, a pochi passi dal cancelletto d’ ingresso. Il bar  nell’angolo e chiuso, il cartello recita: CAUSA COVID-19 RESTIAMO CHIUSI. Il parrucchiere da uomo, l’esperto in parrucchini, chiuso! La banca è aperta, ma vuota. La magnolia stellata ha annunciato l’arrivo della primavera con anticipo, mi fermo a guardarla nel bel mezzo della strada. Corre, lungo il vicino viale, un’ambulanza con lampeggianti accesi e a sirena spenta. Ci chiamano eroi, ma siamo preoccupati, spaventati, non equipaggiati. L’aria da ieri si è fatta fredda. Mi adagio sul divano, provo a chiudere gli occhi, i pensieri si affollano: andrà tutto bene, ritorneremo ad abbracciarci a stringere mani.

Potenza, ore 18 – Antonio Califano

Darsi delle regole! Si riesce a sopportare tutto meglio se ci diamo delle regole. Adesso è venuto il momento di economizzare sulle parole e sulle cazzate, stiamo invadendo la rete di stupidaggini e, come ci avverte sua maestà Zuckerberg, rischiamo di fondere i server che ci danno voce. Siamo la civiltà dell’eccesso, bisogna ritrovare la misura, soprattutto nelle informazioni, sobrietà. Il libro di oggi è “Il Vagabondo delle Stelle” di Jack London. Lo lessi quando facevo le medie, una vita fa: una volta al mese passava in classe (come in carcere, ho scoperto anni dopo) un bidello con un carretto con dei libri che ognuno sceglieva, a me toccò questo, non credo che lo scelsi, forse era l’unico rimasto e scelse me. Mi affascinò la tecnica con cui il detenuto prof. Standing riesce a uscire dal proprio corpo in cella d’isolamento e a viaggiare in altri luoghi e altre storie. Da allora l’ho fatto spesso, spesso vado in luoghi nuovi o rifaccio viaggi che ho già fatto, e li riscrivo, non sono mai gli stessi. Saranno veri i diari di Patrick Fermor che parte a piedi dall’Inghilterra ad appena 18 anni per arrivare 10 anni dopo, attraversando tutta la seconda guerra e trovando anche il tempo di combattere i tedeschi con i partigiani greci, ad Istanbul? Il bel Patrick annotava tutto su quaderni che poi perde e tantissimi anni dopo dalla sua casa nel Mani, dove decide di vivere, ricostruisce tutto a memoria. Sono veri i viaggi, i racconti ancor di più. Io in questi giorni mi sto rifacendo il viaggio di due anni fa a Samarcanda in macchina, attraverso sette paesi, è un po’ diverso da quello reale ma è bello lo stesso, anche più bello …ho corretto qualcosa. La fantasia ha il dovere di correggere le cose che non ci piacciono. Viaggiate, viaggiate che così la “bestia” non vi raggiunge.

Villa d’Agri, ore 18:00 – Cinzia Pasquale

Gli astrologi al tempo del Coronavirus. E poi l’ottimismo della volontà.

Mi chiedevo in questi giorni cosa sarà, terminata la fase che stiamo vivendo, di un mestiere a cui tutti siamo in qualche modo affezionati, quello dell’astrologo.

Confesso di leggere l’oroscopo dell’anno su “Io Donna” del Corriere della Sera. Probabilmente, il fatto che sia pubblicato dalla rivista allegata ad un autorevole quotidiano ammanta la sua lettura di un non so chè di naif.

Leggo anche settimanalmente, con lo stesso spirito un po’ snob, quello di Robert Brezsny su Internazionale. Anzi, questo mi piace anche condividerlo con qualche amico.

Un 2020 esaltante sarebbe dovuto essere per il segno del Toro, il mio. Una primavera di successi lavorativi, un’estate sensuale ed un fine anno roseo per le finanze.

Giovedì mi imbatto nuovamente in Robert Brezsny il quale testualmente afferma – Interrompo il mio normale oroscopo per aiutarti a capire meglio l’esperienza dell’epidemia che stiamo vivendo…-, e comprendo che è dura anche per loro, hanno Saturno contro.

Poi, invece, domenica sera, attorno alle 24:00, ricevo su Messenger qualche messaggio da un conoscente, un imprenditore illuminato di origini potentine trapiantato in Emilia Romagna la cui abitazione è a poche centinaia di metri dall’Ospedale e che dal 27 febbraio ha ritenuto che tutti i suoi dipendenti dovessero utilizzare lo strumento dello smart working. Mi scrive: “Avvocato, buonasera. Non sottovalutate quanto sta succedendo, ma guardate in positivo e cominciate a progettare il futuro, come avete pensato di fare. Sono molto ottimista. Ne usciremo tutti migliori. Siate molto prudenti, ma lavorate per il futuro, lei è giovane ed ha un dovere in più sul governare il futuro”.

Sarà l’oroscopo, sarà l’ottimismo della volontà, ma quella sera e poi le successive ancora sono andata a letto pensando che il meglio dovrà ancora venire.

Parma ore 18.50 – Cristina Cogoi

Non so cosa darei ora per un abbraccio.

Di quelli lunghi, intensi, appassionati.

Di quelli infiniti, che ti scaldano il cuore.

Di quelli in cui ti perdi e perdendoti ti ritrovi.

Non so cosa darei ora per un bacio.

Di quelli che ti trasportano in altri mondi. 

Di quelli che ti fanno sentire un’adolescente.

Di quelli che sono il preludio di un’intensa passione.

Ma forse, ora come ora, mi basterebbe una carezza, una semplice carezza che mi  sfiorasse con delicatezza il volto, superasse il cuore e si adagiasse sull’anima, la mia anima,  placando le sue inquietudini.

Potenza ore 19.41 – Luca Rando

Michele

Stamattina ho fatto una corsa sotto casa con Michele. Me lo aveva chiesto da alcuni giorni perché, oltre alla breve uscita al supermercato, non era più uscito in questi 13 giorni. Così alle 6:30 l’ho svegliato e poi alle 7:20 siamo scesi. Il percorso fatto è stato intorno al parco di Montereale (io 2 giri, lui credo 15), e mentre io stremato lo aspettavo sotto casa, lui è tornato come rinato alle 8:00. Piccoli gesti quotidiani tra di noi creano vicinanze dimenticate, discussioni pacate su letteratura, vita, paure.

Poi si riprende: lezioni (oggi la piattaforma ha dato qualche problema di connessione), contatti coi colleghi, correzione testi, chiacchierate affettuose, in cui l’abbraccio è sostituito dalle parole, lievi come carezze.

Ritorno a Michele, al basket. Dieci anni fa mia moglie lo portò in palestra a Montereale, dove si allenavano i Lions di Peppino Di Camillo. Da lì è nato per lui un amore profondo per questo sport, con ricordi credo indelebili (almeno per me): le partite nei campionati regionali, il Trofeo delle Regioni nella rappresentativa 2002 a Bologna, i tornei in Molise, a Roma, in Calabria, alla Vito Lepore, i campionati di Eccellenza con l’Invicta con le lunghe trasferte, quest’ultimo campionato con la Timberwolves, gli allenamenti – 4 volte a settimana -, gli amici del basket, compagni da sempre, le lacrime e la gioia, tutto un mondo di emozioni. Sono un po’ triste pensando che l’anno prossimo, con l’Università, tutto questo non ci sarà più (e credo mancherà anche a lui, come gli sta mancando in questo tempo di sosta forzata). Ci sono però i ricordi, e quelli non glie li toglierà nessuno.

L’ho seguito ai margini, sugli spalti, di lato. Spesso parlandone, spronandolo o ammonendolo, scrivendogli, perché da sempre ho scritto, da quando ne ho memoria. Per ora non ne parliamo, non è un argomento che rientra (e non potrebbe essere diversamente) nei nostri discorsi. Ma so che verrà il momento in cui ne vorrà parlare, si vorrà confrontare. Ed io sarò là, ad aspettarlo, ad ascoltarlo.

Tolve ore 19:30 Rocco Mentissi

Il futuro è qui, ora, hic et nunc, diamogli un nome a questo bimbo per niente tenero, che tanto ci sorprende e spaventa.

Ci vuole, però, un nome nuovo. Non è il futuro preparato dal presente di ieri, ma un futuro che ha già spazzato e spezzato il presente, senza riguardo. Eccolo qui davanti ai nostri occhi, tra le mani candide che profumano di sapone e fragilità, inafferrabile, danza con passi inediti.

È un quadro senza una corrente, una musica senza le regole fissate, per anni, da polverosi trattati di armonia. Anarchico avanza, come il jazz quando era jazz, avanguardia che ci fa tremare senza toglierci il vigore della speranza, perché non c’è futuro senza futuro .

Mi allontana da questo fiume di pensieri il profumo del caffè, è lei, che è già dentro la sua mattina, le casse di mio figlio, dalla stanza attigua, pulsano veloce come il cuore degli uomini che corrono o che sono felici. Mi alzo dal letto, una breve passeggiata e sono già tra le sue braccia, ci stringiamo intensamente, a lungo, poi un piccolo sorriso e i nostri occhi che dicono: non aver paura.

Potenza, ore 2:45 – Nicola Cavallo

Talvolta, girovagando da mattonella a mattonella (le ho contate tutte, sono 527 in tutto, qualcuna non intera ma con la sua dignità e qualcuna, poche a’verità, non calpestata per nulla…) nella mia ricerca di chissà cosa, mi vengono dei dubbi. Ciò che viviamo di giorno (eh, si…perché la notte è…un’altra cosa) è frustrante e, quindi all’anzacresa, ti assalgono quesiti, domande ed anche curiosità.

Stanotte mi è venuto in mente l’albero! Dice: “che c’entra l’albero?”. C’entra, c’entra… All’inizio dell’autunno le foglie, le foglie gialle, iniziano a cadere, una, due…poi quattro e…col vento…sempre di più. Il numero di foglie che cadono e si depositano per terra, destinate ad essere calpestate violentemente da gente indaffarata, aumenta esponenzialmente finchè… finchè cadono sempre meno foglie, giorno dopo giorno. Alla fine…non cadono più foglie …semplicemente perché non ci sono più foglie sull’albero.

Che brutto pensare che, solo dopo che tutti gli anziani deboli sono stati sacrificati in una caduta senza una terra che li accolga, tutto…sarà finito!

Milano, ore 20:40 – Domenico Renna

Le mie giornate, scandite ormai da una firma virtuale su di un registro virtuale, fanno da contraltare alla materialità oggettiva e tangibile di quanto ci sta accadendo intorno; l’antinomia tra concetti di materialità e immaterialità, mai come in questo momento è venuta a palesarsi; l’aiuto dell’immateriale sul materiale, dell’astratto sul concreto, insomma quello che cercano di fare tutti i ‘’credo ‘’del mondo, senza mai riuscire effettivamente nel loro bieco intento onirico … prendo atto della concretezza e della grandezza di madre natura, benigna e malevola al contempo, penso al ripopolamento boschivo, da parte di flora e fauna e a quanto l’antropizzazione abbia devastato il globo terracqueo che ci sta, momentaneamente, ospitando.

Breda di Piave, ore 19.30 – Federica Neso

Come in una specie di elaborazione del dolore sono arrivata all’ultima fase, quella dell’accettazione. E allora i giorni li guardo e li vivo con spirito diverso. Cerco il positivo invece che fare un’arido ed inutile elenco di mancanze.

Come oggi la gioia di vedere i bimbi delle elementari che postano i lavori eseguiti, che mandano messaggi alle maestre pieni di cuori ed entusiasmo. Ecco cosa ha anche portato questo virus.. La voglia di questi bimbi, assieme alla grande pazienza delle famiglie, di imparare, e di farlo in una situazione nuova, strana. Bimbi che magari prima, seduti, se ci stavano seduti, nei loro banchi ascoltavano le lezioni per dovere… Ora imparano con piacere.

Ed insegnano ora loro alle maestre che la scuola a distanza è bella, entusiasmante. E che insieme, tutti uniti ne usciremo!!! E sarà bellissimo.

Matera, ore: 21:20– Doreen Hagemeister
“Musica e futuro”

Oggi fa freddo. Il vento è gelido. La primavera ha fatto un passo indietro. Il numero dei contagi e dei morti diminuisce. La giornata passa come tutte: stiamo in casa! Video lezioni e compiti per i ragazzi, noi grandi in smart working e lavori.

Ci si chiede: e ora? Ne parliamo a pranzo. Quali sono ora le previsioni relative alla durata della quarantena?

Quando si arriva al futuro, il nostro compito non è di prevederlo, ma piuttosto di consentire che accada.” (Antoine de Saint-Exupery)


Rifletto sul futuro. Torna la musica. La musica è la compagna più dolce di questi giorni. Mi fa viaggiare.

(Crediti:La música y las emociones” – cerebro_sonido)

“I’m a shooting star leaping through the skyLike a tiger defying the laws of gravity”

(“Don’t Stop Me Now” – Queen, 1978)

E ancora musica. Mentre faccio altro mi perdo nelle note, e ascolto i testi:

“Time may change meBut I can’t trace time”

(“Changes” – David Bowie, 1972, dall’album Hunky Dory”)

Il futuro è inevitabile. Ci riserva sorprese, così come il tempo che passa: tanto vale non restare passivi osservatori, ma diventare protagonisti del cambiamento, prendere quel che sarà con la consapevolezza che il nostro potere è nelle piccole cose non nel determinare quelle grandi.

Sto cominciando a immaginarmi quel che vorrò fare “da grande”, quando usciremo da qui.

Intanto guardo i ragazzi scherzare, gioco con la gattina… e mi godo il presente, curiosa di quel che mi riserverà il futuro!

Firenze, 03:00 – Rossella Spiga

Ho visto due film di seguito ma ancora non riesco a dormire. Parlavano d’amore, di intrecci familiari. Mi sono commossa e ho sentito sensazioni struggenti avvolgermi i pensieri. Non riesco a dormire perchè sono agitata, mi batte il cuore a mille dentro il petto e sento piccoli passi picchiettare il tetto. Qualcosa sbatte sulle finestre, immagino e spero che sia solo il vento.

Tanto è bello lo smisurato giardino di giorno, quanto è oscuro e spaventoso con il buio. Chi mi conosce sa quanto io sia paurosa la notte, tanto da dormire con la luce accesa.

Ho preso il telefono in mano molte volte, ho controllato se mi avessi scritto e ho pensato di mandarti un messaggio in piena notte per dirti anche solo una parola. Ti basterebbe per capire tutto.

Sono sicura che sei sveglio anche tu, e come me provi angoscia.

Potenza, 23 marzo, ore 24.00 – Pino Paciello

Oggi abbiamo fatto il pane. Il lievito madre aveva lavorato per tutta la notte per trasformare una massa informe di ingredienti in una bella palla elastica pronta per essere infornata.

Mi racconta mia madre che al paese, avevano un forno in casa e per loro fare il pane era un rito settimanale a cui partecipavano diverse famiglie del rione. Per noi, invece è stato un gioco per arricchire le ore passate in casa, del resto il miglior pane della città si vende a soli 100 metri da casa.

Ma ecco che una volta sfornata, la pagnotta ha immediatamente assunto un significato diverso: quel pane era cibo e segno. Portava con sé memorie, preludeva a una nuova vita, raccoglieva valori simbolici e tradizioni che oltre a soddisfare il corpo e il palato, sfamava lo spirito. 

Villa d’Agri, 23:00 – Antonella Marinelli

IL CASSETTO VUOTA RICORDI

Quattordicesimo giorno rosso. Dopo due settimane la casa l’hai percorsa in lungo e in largo. Ho scoperto delle prospettive che avevo ignorato negli anni, chissà poi perché. Le foto, i quadri, le poche suppellettili adesso mi sembrano così riconoscibili. Dal toro di onice delle terre di Spagna alla matrona in terracotta dipinta a mano dell’entroterra sardo, dalle litografie di New York allo specchio parisien. Ne avrei da imprimere sui fogli, questa cosa mi gratifica, mi inorgoglisce e mi fa bramare il domani.

In casa però rimane sempre qualcosa da indagare. In ogni casa vive un cassetto la cui unica funzione è quella di ingoiare tutti quei pezzettini di vita che pensiamo di poter riporre perché ormai superati. E visto che in questi giorni di percorrenze in casa ne ho fatte, oggi ho deciso di tirare fuori il mio cassetto vuota ricordi. Il disordine l’ho trovato caldo. La geografia del kitschume sparso non potevo ricordarla e quindi con uno sguardo a mo’di drone ho percorso in pochi secondi venticinque anni circa. Il carteggio incellofanato del mio primo lunghissimo e per sempre acerbo amore. Con la cura che si riserva ai preziosi ho tirato fuori la prima lettera di quella che deve essere stata una corrispondenza infinita vista la mole dei fogli. Ho aperto la busta e mi sono limitata a leggere l’inizio e la fine, “Caro amore mio”, “a più infinito e oltre, ti amo, il tuo G.”. Avevo 18 anni, lui 23. Io al liceo a Marsiconuovo, lui al primo anno di economia a Roma. Ma si sa diciotto anni sono pochi per promettersi il futuro cantava il poeta di Roma capoccia.

“A più infinito e oltre” cosa altro poteva essere se non la tensione verso il futuro incredibile che sognavamo. Ed è per questo che non mi faccio avvilire dalla pandemia, perché questi aneliti di vita vissuta non fanno altro che spingermi verso tutto il bello che ancora deve venire.

Potenza, ore 21:00 – Giampiero D’Ecclesiis

Chiuso in casa. Si lavora a fatica con lo smart working, la rete è intasata, i tempi sono lunghi, fortunatamente l’ultimo giorno di lavoro ho fatto un po’ di backup su un disco rimovibile. Lavoro così.

Faccio fatica a concentrarmi, mi mancano mille cose, files, documenti, ci provo caparbiamente con la convinzione che mai come in questo momento bisogna sforzarsi di fare più che si può il proprio dovere.

Nel frattempo sento le notizie dei tremila giovani laureati che hanno risposto al bando della protezione civile e mi vengono in mente “i ragazzi del ’99”, quelli che dopo Caporetto furono lanciati nel macello della guerra, l’ultima leva al combattimento.

Sarà l’età, sarà che il momento enfatizza le risposte emotive, ma sento montarmi dentro un’ondata di commozione.

Forza ragazzi. Ce la faremo.

Poi ci saranno conti da fare, debiti da saldare, colpe da chiarire, mi alzo dalla sedia e guardo fuori dalla finestra, ci sono alberi in fiore, come Paul Baumer cerco con gli occhi una farfalla, le notizie al telegiornale sono sempre le stesse. Niente di nuovo sul fronte settentrionale.

https://www.youtube.com/playlist?list=PLTnbehVW51PTcMSodQljAfkg7yNoZqbM0
LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO : LA MANO DEL DIAVOLO

Parte il primo esperimento di video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, per voi le prime tre puntate, da ascoltare e vedere con calma, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Da stasera per voi, su TOTEM Magazine. SEGUITECI , IL MARESCIALLO VI SVELERA’ OGNI SEGRETO
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