Come funziona la scuola al tempo del Coronavirus?

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Questa riflessione nasce da 25 giorni quarantena e di didattica a distanza (DAD). Esperienza quindi assolutamente personale di un docente di una scuola secondaria, un liceo classico per la precisione, del sud Italia.

Già qui potrebbe aprirsi una discussione, perché è un liceo classico (e quindi poco incline alla modernità, si potrebbe dire) e perché è una scuola del sud (per sua natura maggiormente abbandonata per quel che riguarda le dotazioni tecnologiche dal Ministero). In realtà devo smentire entrambe le cose: il liceo classico in generale, e il Flacco in particolare, si sono aperti negli anni alla tecnologia, pur mantenendo il rigore disciplinare, e anche per quel che riguarda le scuole del sud, pur con alcuni distinguo, c’è stata una maggiore attenzione da parte delle Istituzioni.

Liberato il campo da queste problematiche vediamo allora quali sono le difficoltà della DAD.

  1. I docenti

Non tutti i docenti hanno superato la propria idiosincrasia per il tecnologico. La sfida di questo mese è stata mettersi in gioco, sbagliare, magari, l’applicazione web, oppure utilizzare esclusivamente il forum del sito di Istituto, ma il nucleo del lavoro svolto (dai miei colleghi e da tanti che sento nei vari gruppi di cui faccio parte) è stato far sentire la propria presenza agli alunni, in qualunque modo possibile, senza lasciarli mai abbandonati a se stessi. Videolezioni, materiali inviati, link di approfondimento, audiolezione, video incontri, tutto ciò che la fantasia, il cuore e la razionalità dei docenti ha suggerito loro, è stato messo in campo per superare il limite della distanza fisica.

Ci sono tantissimi esempi in rete di questa forza di una categoria tanto bistrattata che non si è arresa all’esistente ma ha inventato, anche dal nulla, modalità di incontro per restare accanto ai propri ragazzi e non semplicemente per assegnare compiti, ma per far sentire la propria presenza. Scrive il mio amico Nicola Sguera (docente di filosofia): «Ma la categoria più interessante e, sebbene la parola rischi di apparire abusata e offensiva per chi è esposto al rischio della vita, “eroica”, è quella di chi, superando paure, remore, insicurezze, mettendosi in discussione e sottoponendosi in tempo reale ad un corso di aggiornamento intensivo (learning by doing!), scontando la frustrazione e il fallimento, è riuscito a non limitarsi al “compito” ma a preservare quell’organismo delicato e prezioso che è la classe, intesa come comunità discente che si forma non solo (e non tanto) in conoscenze e competenze ma soprattutto nella relazione».

E il compito fondamentale dei docenti è stato messo ben in luce da questa bellissima e commovente lettera di una madre anestesista agli insegnanti della figlia https://www.liceocasiraghi.edu.it/2020/03/28/lettera-di-una-nostra-mamma-medico-ai-docenti-del-liceo-casiraghi/

  1. I ragazzi

Da sempre tecnologici per loro non è stato un problema approcciarsi alla DAD. I problemi sono altri. A scuola i ragazzi depositano i propri cellulari. Quelle cinque ore le passano (quasi) completamente disconnessi. Quello che è il loro modo naturale di rapportarsi con gli altri (le chat), di ascoltare musica (spotify) o guardare film viene interrotto. Sono costretti ad ascoltare, a fare domande, a concentrare l’attenzione su una cosa diversa rispetto al cellulare.

Ora, invece, il loro tempo è, per quasi 18 ore, tutto concentrato su uno schermo. Il tempo scandito dalla sveglia (perché a scuola si entra alle 8:00), dalle lezioni (5 ore), dallo studio a casa è stato stravolto. Per questo credo sia importante da parte dei docenti aver garantito (e continuare a garantire) la propria presenza, anche per dare l’idea di un mondo che va avanti, di una quotidianità che si perpetua. Per questo sono importanti i compiti dati, le consegne, gli incontri a video.

  1. Compiti e verifiche

Questo è l’altro problema. Non per noi docenti (e credo nemmeno per gli alunni), ma per il “sistema scuola”. Scrive un collega di Manfredonia (Michele Illiceto) in una lettera aperta alla ministra Azzolina dopo la nota inviata dal Ministero e che invitava all’attività di verifica e valutazione, anche in previsione degli Esami di Stato: «Mi chiedo che cosa sia veramente prioritario in questi giorni? Le interrogazioni, le verifiche, gli esami? Non è forse la vita stessa, gli affetti, le relazioni, la salute fisica, mentale e sociale? Per molti anche il lavoro e la tenuta del tenore di una vita normale.

La morte sta entrando nelle nostre case. Non possiamo seppellire neanche i nostri cari. Non possiamo neanche dare sfogo al nostro dolore.

Perciò, cara Ministra, non per sminuire il suo lavoro, ma le voglio dire che se torneremo, saremo stati già promossi. Promossi dalla vita e dal sacrificio. Ma mi consenta di dire che saremo stati promossi anche dal coraggio!». Non voto, quindi, ma colloquio sui testi assegnati e restituiti individuando i punti di forza e di debolezza. Far diventare le “verifiche” un dialogo costruttivo, di maturazione di idee, di crescita.

  1. Il tempo e la scuola

Questo tempo straordinario ci ha spinto a comportarci in modo “ordinario”, mantenendo i contatti, restando punti di riferimento, gioendo nel rivedere i volti degli alunni, affidando loro anche un testo da scrivere, una riflessione da fare. Ma la scuola è altro. La scuola è innanzitutto incontro, occhi che si guardano (non dietro uno schermo), movimenti istrionici di mani e corpo del docente, contatto, comunità ermeneutica dialogante. Anche con gli strumenti informatici, certamente, ma come mezzo da utilizzare e non come soggetto che orienta le nostre giornate. La scuola è un luogo inattuale in cui alla fretta e alla iperconnessione si sostituisce la lentezza delle ore, la parola, lo stare seduti, la lettura. E questo, che sembra cosa antica e inutile, è proprio la sua forza, il suo essere ALTRO rispetto al tempo consumato e consumistico, e altro anche rispetto all’ordinario tempo libero. È un tempo pienamente liberato dall’economico e dal tecnologico nella sua assoluta “inutilità” e “inattualità”, un tempo in cui invitare al pensiero lento.

Tutto questo a cui assistiamo noi, pur nella sua importanza, non sostituisce il contatto dell’aula, la presenza fisica dei corpi nello spazio stretto della scuola. Ma siamo in tempi straordinari. Tornerà anche il tempo dell’aula e forse, chissà, rimpiangeremo questi giorni di “libertà” dagli impegni orari, rimpiangeremo il tempo vuoto della mattina. Io no. Questi giorni sono una pausa. Una pausa dall’incontro, come quando, da ragazzi, si scriveva all’amata lontana dicendo “non vedo l’ora di rivederti”.

  1. Gli strumenti

Ma non c’è il rischio che si formi una nuova divisione tra gli studenti? Tra chi ha i mezzi per seguire le lezioni (linea, strumento, giga) e chi non ce l’ha. Questo aspetto è risolvibile solo se la scuola si attiva per fornire in comodato d’uso i suoi strumenti a chi è svantaggiato e se subito si ricorre ai fondi ministeriali per aiutare chi è più in difficoltà nell’affrontare le spese anche solo di connessione.

C’è ovviamente il problema legato alla linea (quante volte i miei studenti devono disabilitare la telecamere perché la connessione è instabile o anch’io quante volte sono in difficoltà perché ci sono 5 strumenti connessi contemporaneamente sulla linea wifi), ma su questo possiamo poco. Possiamo solo auspicare che le compagnie telefoniche (alcune lo hanno fatto) si facciano carico del problema.

  1. Rischi e prospettive

Qual è il rischio che io vedo in questi giorni? Il primo: dire che tutto va bene e/o inoltrare circolari che perpetuano il modello scuola (riguardante orario, valutazione, spiegazioni, esami…) come se nulla fosse, come se insomma lo smart working fosse cosa naturale e giusta (quasi da riproporre anche una volta terminata l’emergenza) anche per il mondo della scuola. Come scrive un collega di Manfredonia a proposito degli Esami di Stato

Secondo punto: l’emergenza ha fatto mettere in campo tante energie, tante proposte belle e che potranno anche continuare nel tempo. Il pericolo che incombe è l’iperconnessione. Faccio l’esempio della mia casa: mia voglie è in video con le classi alle 8:00; io e miei 2 figli grandi alle 9:00; mio figlio piccolo alle 9:30. Ci sono momenti in cui siamo tutti connessi in cinque stanze diverse e non ci vediamo che a pranzo.

La preoccupazione sta nella difficoltà che proverò, che proveranno i miei figli nel tornare alla normalità. Più passa il tempo e più mi sembra difficile una ripresa tranquilla, naturale, normale. Troppo tempo connessi, troppo tempo in videochiamate. Questo tempo che doveva essere “liberato” (dalla fretta, dal consumo, dedicato a noi stessi e alla nostra interiorità), si è trasformato invece in tempo “consumato” (dalla paura, dalla noia, dalla iperconnessione). Nulla è cambiato nelle nostre vite se perpetuiamo (nel chiuso della casa) quello che facevamo fuori, nel tempo libero delle nostre giornate, nel tempo libero dal lavoro ma legato a filo doppio al consumo e alla produzione. E così quando tutto sarà finito, perché finirà, si dovranno ricreare situazioni, si dovranno superare i timori che queste settimane hanno creato, una sorta di nuova educazione allo sguardo, all’incontro. Si farà fatica a darsi la mano, a toccarsi. Come bambini dovremo reimparare a fidarci, a buttarci all’indietro tra le braccia di un genitore, dovremo riabituarci al tempo scandito dalla campanella.

Mentre scrivevo questo pezzo un collega mi ha inviato un articolo de ilSole24ore che affronta gli stessi argomenti. Mi sembra giusto condividerlo.

https://www.ilsole24ore.com/art/didattica-distanza-vademecum-docenti-e-studenti-ADJLhvG?refresh_ce=1

E gli esami? Gli esami si faranno, in qualche modo (appaiono già le prime proposte), perché si sa, gli esami non finiscono mai.

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