
Genzano di Lucania, ore 19:00 — Rocco Di Bono
Difficile da curare. È l’espressione che ci accompagna, tutto il giorno per tutti i giorni, in questi tempi di coronavirus. Un’espressione che negli anni ‘80, però, ci avrebbe fatto pensare a tutt’altro, e precisamente al titolo di un disco e di una canzone. Corre il 1981 quando quella vecchia volpe di Ritchie Blackmore, leader dei Rainbow e nume tutelare della chitarra rock, incide con il suo gruppo “Difficult to Cure”. Title track, ultima traccia del disco è una rielaborazione in chiave rock del tema “An die Freude”, dal quarto movimento della Nona Sinfonia di Beethoven. Un vero e proprio recidivo, quel Blackmore, al quale piacciono due cose: litigare coi fanti/compagni dei gruppi in cui va militando e scherzare coi santi venerati della grande musica classica. Dodici anni prima, infatti, il 24 settembre 1969, insieme ai Deep Purple, Ritchie Blackmore aveva partecipato al Concerto per Gruppo e Orchestra scritto dal tastierista Jon Lord ed eseguito con la London Symphony Orchestra diretta da Malcom Arnold. Il rock, fino ad allora dominio assoluto e incontrastato di chitarre elettriche e sintetizzatori, incontra l‘orchestra classica: ne nasce una contaminazione e una sperimentazione che darà ottimi frutti anche in Italia (uno su tutti, il Concerto grosso dei New Trolls, con musiche e arrangiamenti di Luis Bacalov) e continua sino ai giorni nostri.
A proposito, sapete che si vede sulla copertina del disco “Difficult to Cure”? Un gruppo di medici in camice verde, con guanti e mascherine… Attuale, no?
Potenza, ore 15:01 – Ida Leone
COSE CHE HO IMPARATO
1. La metafora preferita da molti in questo momento surreale é quella bellica. “É una guerra”. La trovo totalmente fuorviante. La guerra é molto meglio di una pandemia. La guerra si fa contro un nemico visibile. La guerra é una cosa voluta dagli uomini, e gli uomini hanno il potere di farla cessare in qualunque momento. E quando questa decisione viene presa, la guerra finisce, totalmente e irrevocabilmente, e si può uscire strada a festeggiare ed abbracciarsi, contenti per averla scampata. Nulla di tutto questo vale, per il Covid-19.
2. Il sostegno degli amici arriva a sorpresa, in modi impensati, commoventi, lancinanti. E mi inducono a riflettere sul modo con il quale io sono stata di sostegno a qualcun altro. Se mai é accaduto.
(segue…)
Parma ore 9:00 – Cristina Cogoi
Devo ammetterlo, la pazienza non è mai stata una mia virtù, forse perché sono sempre stata una persona fortunata, ho sempre trasformato tutto quello che toccavo in oro, ho sempre avuto chi è ciò che desideravo e questo mi ha permesso di vivere la maggior parte della mia vita in modo sereno sopra le righe e non parlo solo da un punto di vista economico, ma soprattutto emotivo.
Non mi sono mai fatta troppe domande Fortuna, Abilità, Capacità,Legge dell’attrazione, Sincronicità
Ero, desideravano, ottenevo e questo nutriva il personaggio che mi ero creata, il mio ego.
Il tutto condito da una bellezza geneticamente ereditata che pur dandomi qualche problema in ambito lavorativo mi ha sicuramente agevolata.
Questo e’ stato il mio vivere senza farmi troppe domande per anni
Avevo solo un’inquietudine che la mia sensibilità profonda amplificava in momenti alterni, ma che tenevo a bada, governavo domavo.
Ma quando mi sono scelta, intendo scelta veramente, tutto l’incantesimo e’ svanito come se la decisione sofferta di scegliere me stessa in ambito lavorativo e affettivo avesse scatenato forze misteriose che tradite e offese, avessero deciso di punirmi.
E così sono arrivati tempi difficili in ogni campo, anni che hanno cercato di piegarmi, di far vacillare le mie convinzioni, i miei ideali i miei valori.
Anni che però mi hanno aiutata a leggermi dentro, ad ascoltarmi nel mio io più profondo, ad imparare il senso del silenzio della solitudine dell’equilibrio che viene dal quel vuoto che e’ un pieno dentro i noi, come mi e’ stato insegnato.
Ma mai mai avrei pensato fossero anni che avrebbero forgiato la mia resilienza per vivere questo nuovo tempo che è ora.
Siamo attimi di vita vissuta, mai sprecata, mai dispersa, mai banale.
Ora ne ho compreso la bellezza
Ora ne ho compreso il valore
e anche stamattina mi sono svegliata ringraziando la vita.
Potenza, ore 17:00 – Claudio Elliott
OGGI NON SCRIVO NIENTE
Questo è un non-post. Infatti oggi non scriverò niente: la preoccupazione e l’angoscia per questa situazione quasi fantascientifica mi hanno tolto le idee e le parole. Quindi nisba.
Il fatto che ci sia qualche lettore di un non-post pone dei problemi seri: 1) il lettore vede quello che c’è scritto e quindi, obtorto collo o sotto l’effetto della caffeina, ho davvero digitato qualcosa; 2) il lettore, abituato a leggere i miei post, immagina che ce ne sia uno muovo e lo sta creando seduta stante: così il lettore diventa scrittore. Il che mi riporta a Sartre, ma è fuori tema; 3) il lettore non esiste, il post nemmeno e pace.
So che tra breve arriverà uno degli agenti per farmi firmare un paio di libri per suo figlio e la cosa mi fa felice: osservare gli occhi lucidi per l’emozione di un ragazzino a cui stai firmando una copia di un tuo romanzo è un momento impagabile. Ormai da anni giro per le scuole di tutte le regioni italiane, escluse un paio, per incontrare i giovani lettori e i loro docenti, ma non ho mai fatto l’abitudine a quel rossore, quel sorriso, quegli occhi.
D’altronde non voglio uscire oggi, e Thai neanche perché, mi ha spiegato, ha male alla zampina. Decido anche di non scrivere un post anche perché, se continua questa reclusione forzata, qui diventa un romanzo.
Poi mi viene in mente di scrivere un post sconcio e ne parlo con mia moglie che sta disinfettando anche le mosche: non le è rimasto altro.
– Perché vuoi scrivere un post sconcio?
– Per cambiare, sennò è la solita solfa, i soliti agenti di un’arma non specificata, i consueti cenni con la testa, la stessa spiegazione della spesa o del cane, gruppi di persone o bande musicali che passano sotto gli occhi vigili dei tre agenti. Anche i miei venticinque lettori si saranno stancati.
– Un po’ di modestia non ti farebbe male – dice lei, che fa volare via la mosca bella disinfettata, dopo averle fatto una carezza sulla testa.
– Modestia?
– Hai citato Manzoni – specifica lei. – I venticinque lettori.
– Cavolo. Diciamo ventiquattro, allora.
– E quindi – dice lei, che mi sta fissando in modo diabolico con l’amuchina e uno straccio in mano: sarò la prossima vittima?
– E quindi – dice, avvicinandosi mentre io mi allontano in sintonia – vuoi scrivere un postaccio?
– Non l’avrei messa così, ma insomma sì.
– Li perderesti tutti, i tuoi lettori – afferma, ormai a un passo da me: alle mie spalle il muro impedisce di arretrare.
Per fortuna il citofono mi salva, balzo ad aprire. I tre astronauti entrano, ci salutiamo con un cenno, iniziano a svestirsi, tengono addosso solo le mascherine, mia moglie e io indossiamo le nostre.
– Buongiorno – diciamo tutti e cinque in coro, manco ci fossimo messi d’accordo. La cosa ci fa ridere.
– Le ho portato i libri – fa Gianfranco.
– Gianfrà, neanche il tempo di entrare – lo rimprovera Andrea, la donna del gruppo.
– Mio figlio non sta nella pelle.
– Lei – mi dice Gianfranco – porgendomi i libri, mentre dalla cucina mia moglie chiede: “Quanto zucchero?” – ha un cognome straniero, vedo.
– Lo confesso.
– Allora mi ero sbagliato, con l’altro cognome. È uno pseudonimo?
Entra lei con i caffè: – Accomodatevi, non state in piedi.
Si siedono, mentre spiego che dalla nascita porto questo cognome che mi ha permesso di fare lo scrittore.
– In che senso? – chiede Giovanni.
– Da ragazzo mandavo ai giornali i miei racconti, che non erano un granché: scommetto che li hanno pubblicati per il cognome, non per il contenuto. Come sapete, ci sono stati diversi scrittori con un cognome simile al mio.
– E ora cosa sta scrivendo? – chiede Andrea, sorseggiando il caffè.
– Niente. Fino a ieri, uno al giorno, dei post. Ma oggi non faccio niente: non esco col cane, non vado a fare la spesa e non scrivo post.
Genzano di Lucania, ore 19:05 – Gianrocco Guerriero
Avevo voglia di iniziarla presto, la mia giornata, oggi. Prima delle cinque ero già per casa e mi sono messo con l’iPad sul divano. La gattina mi è saltata sulle gambe. Per lei non è cambiato niente, se non in meglio. Alle 11 sono uscito a prendere il giornale: due volte a settimana è sufficiente. Ogni volta mi sento come il primo uomo nello spazio. Le mascherine sono i nostri nuovi volti e la distanza interpersonale è diventata un caposaldo di ritualità sociale: se ti avvicini troppo sei uno scostumato. Nella mia condizione di asperger autodiagnosticato non faccio fatica ad adeguarmi: prima recitavo, e qualche volta mi veniva pure male. Il mio WhatsApp si è pieno di colombe che imbeccano una palma: ho risposto “grazie, con un cuoricino” sbrigativamente, per educazione. Mi sono piaciuti il “Buona pace” di un amico matematico giovane e brillante e una serie di dipinti noti (uno per tutti, “Il bacio” di Magritte) fatti scorrere in successione con didascalie che li rendevano adatti alla situazione attuale. Quest’ultima ricevuta da un’amica. Ho sentito anche Chadi Kemir, un giornalista che vive in Ungheria, al quale voglio molto bene: mi ha detto che Orbán ha iniziato a utilizzare i suoi “pieni poteri” prendendola “molto da lontano” rispetto all’emergenza sanitaria (ha legiferato sulla condizione anagrafica di chi cambia sesso) e che racconta tante balle ai suoi concittadini sui soldi ricevuti dall’Europa.
Ho dormito un po’ nel pomeriggio e mi leggerò un articolo sui nuovi sviluppi della meccanica quantistica prima di andare a letto. Ho anche fatto un programma per domani.
Sono certo che già tra un anno gli eventi disconnessi che sto vivendo ora, e quelli che sta patendo il mondo, scorreremmo tutti sotto un chiaro paradigma, come i quadri che mi ha inviato la mia cara amica poco fa.
Potenza, ore 11:30 – Giampiero D’Ecclesiis
Domenica. Una domenica silenziosa, una domenica come un altro giorno, una domenica che sfugge veloce come un normale, banale giorno feriale.
Nel cortile davanti casa spira un vento fresco, provo ad astrarre la mente dal silenzio che mi circonda.
Dopo una ventina di minuti risalgo a casa, dal divano sfoglio le pagine del social network, si alterna varia umanità nei commenti, chiudo il tablet e mi immergo in un libro.
Man mano che leggo la realtà si allontana, mi sento come un uomo in un batiscafo, mi godo il calore della mia lettura, intorno a me una realtà buia e fredda come le profondità di un abisso oceanico.
Tolve 13:43 Rocco Mentissi
Sento parlare di pace, ovunque rimbalzano auguri, ramoscelli di ulivo, frasi roboanti d’amore, eppure sono portato a pensare che viviamo, invece, in un mondo dove dovremmo ancora impararlo questo amore. L’amore, inteso in senso lato, che concediamo, infatti, molto spesso è conseguenza più che premessa, è sempre l’ultimo stadio di un processo di pensiero. Tra i tanti pre-giudizi sterili e ingannatori di questo sentimento aristocratico e rivoluzionario, se autentico, c’è l’aggettivo possessivo MIO, ossia amo tutti, ma prima i miei, in una scala decrescente di valori e persone, che va dall’EGO all’universo. La domenica delle palme, secondo il mio modesto parere, è, invece, un invito reale e profondo a ripensare le proprie posizioni, le scelte fatte e le loro conseguenze. Una giornata speciale, dove le ragioni del cuore dovrebbero guidare il cuore della ragione, invece, no, continuiamo, con il cieco orgoglio, a ribadire le nostre posizioni, come perfette e giuste, senza avvederci del dolore che causiamo agli altri, a noi stessi e a chi dovremmo consegnare il testimone della vita. La domenica delle palme diventerebbe, allora, la gioiosa occasione di una ri-conciliazione, la sofferta felicità di perdonare o farsi perdonare. A tal proposito mi sovviene un detto dei maestri Sufi : “ il perdono è la fragranza che emanano i fiori quando sono calpestati”. A questo punto mi chiedo a cosa serva credere in un Dio di Amore, se poi non riusciamo a insegnare a chi amiamo ad amare. Sul treno dell’odio viaggia l’infelicità, sul treno dell’amore, quello vero, la salvezza.
Potenza, ore 22:00 -Antonio Califano
Mi ha colpito un articolo di Ángel Luis Lara, uno sceneggiatore/regista spagnolo, “Covid-19, non torniamo alla normalità. La normalità è il problema”. Il problema è esattamente quella che noi fino a ieri abbiamo considerato la normalità, il nostro stile di vita, il considerare “il nostro piacere”, spacciato per benessere, l’unico parametro del nostro agire. Un modello che ha fatto passare un bieco consumismo come “modernità”, una economia finalizzata alla massificazione dei profitti che considera il successo e la ricchezza come unica meta, l’individualismo come prototipo di comportamento, la distruzione dell’ecosistema, delle risorse naturali e animali. Non è un caso che l’unica “autorità” che ci riporta alla realtà è un papa Latinoamericano, Francesco, che non impartisce lezioni moralistiche ma dice ai giovani: ora sapete chi sono i veri eroi. I veri eroi sono le persone comuni, siamo noi se siamo capaci di “redifinirci”, io non voglio tornare alla normalità, io voglio costruire il mio futuro, con gli altri, in maniera completamente diversa, non so se ce la possiamo fare ma dobbiamo provarci. Oggi ho partecipato ad un seminario telematico con Luciana Castellina, Etienne Balibar, Donald Sassoon, Heinz Bierbaum, un filosofo francese, uno storico inglese e un politico tedesco. Una riflessione ampia che mi ha liberato la mente di cui riassumo, male, le conclusioni: comunque vada, e nessuno sa come andrà, indietro non si torna, il neoliberismo imperante è sconfitto e ripudiato dai suoi stessi rappresentanti, dobbiamo inventarci un futuro diverso. Sarà migliore o peggiore? È questa la scommessa, di sicuro sarà un futuro fatto dalle persone normali, dagli infermieri, i medici, i farmacisti, i commessi dei supermercati (tutto al femminile e al maschile naturalmente), le donne, soprattutto le donne che reggono le famiglia e io dico è ora che reggano il mondo, e non dai “fenomeni” celebrati dal consumismo edonistico. Del resto cosa sarebbe questo terribile presente senza di loro?
Firenze, 12:00 – Rossella Spiga
Interno giorno.
Annaspo senza destare sospetti, mi nascondo felina dietro gli schermi e in silenzio conto i giorni. Detesto le margherite che si affacciano sfacciate, i rumori forti che rompono l’aria, la mia vigliaccheria travestita da libertà.
Mi trascino in avanti, ma non voglio che l’isolamento passi presto, devo lamentarmi ancora un po’.
Aprile è tornato,
torna anche tu.
Potenza, ore 23:36 – Luca Rando
Questi giorni passati in quarantena hanno di buono le sere passate con la famiglia a guardare insieme la televisione: una volta sceglie uno, una volta un altro. Non è tanto cosa si vede ma è lo stare insieme. Certo, non proprio tutti (i figli grandi preferiscono il cellulare e gli amici) ma almeno con Matteo e mia moglie. Poi verso fine serata ci raggiunge Giulio, sempre ombroso, mentre Michele lo vediamo solo quando andiamo a letto.
Intanto è passata anche questa domenica. “Pace”, “serenità”, ripetono i messaggi. Nella mente canticchio Come together…
Matera, ore 22:20 – Doreen Hagemeister
“Oggi volo”
La mattina mi sono dedicata ai servizi, ma ogni tanto scappavo sul mio balcone a prendere una boccata d’aria e a svagare la mente.
In mattinata il tempo era ancora buono e ammiravo, in lontananza i monti che ospitano i paesi vicini. Dall’altro lato del balcone la Gravina, una vallata che mi ricorda tanto i paesaggi tipici dei film western. Penso alla mia cavalla.
A un certo punto ho visto un nibbio reale che volteggiava nel cielo sopra la mia casa. Non avevo mai visto esemplari sopra la città. Trasmetteva pace e serenità. Non aveva nulla di affannato. Volteggiava maestoso con le sue eleganti ali a ventaglio a bassa quota, libero. Era semplicemente bellissimo, con colori che passavano dal nero, al bianco con sfumature rossicce.
Sembrava la personificazione della famosissima canzone di Domenico Modugno:
“Volare
oh, oh
cantare oh, oh
nel blu dipinto di blu
felice di stare
lassù
e volavo, volavo felice più in alto del sole
ed ancora
più su
mentre il mondo pian piano spariva lontano laggiù
una
musica dolce suonava soltanto per me.”
Il desiderio di libertà si è fatto forte. Ogni tanto il nibbio scompariva dalla mia vista, coperto dagli alberi e dai tetti delle case vicine. Continuavo a scrutare il cielo, un fremito di gioia mi percorreva ogni volta quando lo ritrovavo. Non so quanto tempo sono stata sul balcone. Nel frattempo si è annuvolato il cielo, si è alzato il vento e cominciavo a sentire freddo.
Ho salutato il mio amico, grata di avermi fatto volare con lui, grata di questi attimi di libertà.
Essendo la domenica delle Palme e l’onomastico di mio marito, le chat si riempivano di auguri e abbracci virtuali. Una giornata speciale, che abbiamo festeggiato con un pranzo raffinato, incoronato da un ottimo vino e zeppole per tutti! E per l’occasione i nostri amici (dai tempi dell’università) hanno deciso di organizzare un aperitivo tutti insieme. Ovviamente in tempi di pandemia era impensabile prendere la macchina e incontrarsi. Ecco perché ci siamo ritrovati su una piattaforma online, in videochiamata. A un certo punto eravamo collegati da ben otto case, la maggioranza da Bari, noi da Matera e un amico addirittura da Zurigo. Ognuno col suo bicchiere che brindava. E il mio soggiorno si è riempito di chiacchiere e risate, come se stessimo davvero in un bar, tutti allegramente insieme.
Bella giornata!
Parte il primo esperimento di video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, per voi le prime tre puntate, da ascoltare e vedere con calma, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Da stasera per voi, su TOTEM Magazine. SEGUITECI , IL MARESCIALLO VI SVELERÀ OGNI SEGRETO