Nella Vienna dell’800 il dottor Semmelweis scopre l’importanza del lavaggio delle mani e lo introduce come obbligatorio nella sua clinica ostetrica, notando un beneficio in termini di mortalità e complicanze post-partum.
Nel mondo del Ventunesimo secolo, colpito da una pandemia senza precedenti, il lavaggio delle mani, pur nella sua semplicità, riveste un ruolo centrale come misura igienico-sanitaria nella prevenzione della diffusione del virus SARS-CoV-2.
Quest’abitudine, radicata nell’educazione domestica e oggi imposta dalle principali organizzazioni di tutela della salute, ha un razionale scientifico: il sapone è in grado di interferire con le componenti esterne che rendono integro un microrganismo potenzialmente patogeno, neutralizzandone la pericolosità. È un po’ come espugnare un fortino avendo abbattuto le sue prime e più tenaci linee di difesa.
Tuttavia, non è bastata l’evidenza della clinica del dottor Semmelweis a convincere il mondo, ma la comunità scientifica è riuscita a dimostrare le ragioni microscopiche di questo assedio biologico che si chiama lavaggio delle mani. Come? Con il metodo scientifico.
Un metodo rigoroso che non ammette votazioni, decisioni basate sulle sensazioni, ma è basato su dati, inconfutabili e soprattutto riproducibili.
Questa la premessa necessaria ad alcune considerazioni di carattere generale sul momento straordinario che stiamo vivendo. La necessità di questa puntualizzazione nasce dal fatto che la scienza dei ‘secondo me’ o del ‘me l’ha detto mio cugino’, ‘l’ho letto su Facebook’, semplicemente non è scienza, ma cialtroneria.
Si noti che non esistono verità monolitiche o definitive, finanche in seno alla scienza, ma queste lo sono fin quando attraverso il processo codificato di ricerca, confutazione della tesi e prova delle ipotesi, non si giunge incontrovertibilmente a un nuovo risultato.
La forza dell’uomo rispetto agli altri animali è la comunicazione, che permette una stratificazione della conoscenza e rende possibile che questa possa essere tramandata e conservata nel tempo. L’utilizzo efficace della comunicazione, così come scrive Yuval Noah Harari in un recente articolo pubblicato sul Financial Times, è l’arma vincente che l’uomo possiede per sconfiggere il virus, soggetto solo alle leggi del caso e della natura.
Senza coesione, senza fiducia nella Scienza e negli stessi esseri umani, non c’è misura restrittiva che tenga. Ed è forse questo l’aspetto rivoluzionario di una pandemia destinata a cambiare il volto del mondo e quello delle relazioni umane.
Riuscire a superare la sfida del reinventarsi può davvero essere decisivo per il futuro dell’uomo, che per sua natura, come affermato da Aristotele, è un animale politico (politikòn zôon), sempre alla ricerca dell’altro.
L’evoluzione biologica a cui siamo tutti inevitabilmente sottoposti, ci renderà in un futuro lontano più ‘adatti’ a vivere in questo mondo di macchine, computer, virus, batteri e cemento, ma nel frattempo è necessario un più rapido adattamento alle condizioni attuali.
Così com’è accaduto nei momenti decisivi della nostra storia, da quando i primi uomini unirono le forze per cacciare, migliorare l’agricoltura, inventare la ruota, è necessario affrontare con spirito di coesione questo momento di estrema singolarità e farne un’opportunità nuova, di crescita personale e collettiva, a dispetto di quanti affermano che la ruota è tonda a causa di un complotto.
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