
Varese, ore 22:23 – Nina Di Stasi
Non saprei definire la giornata di oggi, anzi ieri. Mi sono svegliata abbastanza presto ed anziché rimanere ancora un po’ nel letto a leggere il mio libro, ho deciso di andare in cucina e preparare il ragù. Ho spalancato le imposte e sono uscita sul balcone a respirare una boccata d’aria fresca e pulita. Nessun altro dei miei vicini era sveglio, silenzio assoluto, solo io! Rientrata ho cominciato a tagliuzzare le verdurine per il soffritto, mentre eseguivo i vari passaggi mi è venuto alla mente quando ragazzina, la domenica mattina, mi destavo, raggiunta dall’inconfondibile profumo del sugo che preparava la mia mamma. Riusciva a raggiungere il mio olfatto, passando dalla serratura della porta chiusa. Non resistevo alla tentazione di assaggiarlo, sollevato il coperchio della pentola, intingevo un pezzetto di pane in quel delizioso intingolo rosso che sobbolliva piano piano per diverse ore. Lo facevo di nascosto, stando ben attenta a non farmi vedere! Mi estasiavo di quel sapore così intenso, pieno, avvolgente, pregustandomi in anticipo il mio piatto di ziti, una pasta lunga rigorosamente spezzettata a mano. Era la nostra tradizione! Natale e Pasqua invece erano contraddistinti da un piatto più elaborato, pasta al forno o lasagne. Sono trascorsi tre anni, ma l’assenza di mia madre, sopratutto nei giorni di festa è sempre così dirompente, da farmi chiudere nella mia scatolina. Oggi è stato diverso e nonostante la preoccupazione e la paura per ciò che sta succedendo, ho avuto la sensazione che lei fosse al mio fianco, a suggerirmi passo passo come preparare con meticolosa cura il pranzo pasquale e quindi garantirmi l’ottima riuscita, ma soprattutto ad infondermi quella carica positiva di cui mai come ora necessito, una sorta di: NON PREOCCUPARTI FIGLIA MIA, ANDRÀ TUTTO BENE
Villa d’Agri, ore 23:20 – Antonella Marinelli
Piccola storia sociale. Anna come tante.
Trentacinquesimo giorno rosso. Anna (nome di fantasia questa volta per preservarne la dignitosa tenerezza) è una madre quasi cinquantenne che vive di lavoretti precari. Di umilissime origini, adolescente negli anni ’80 dei paninari. Quando le sue coetanee con i jeans Americanino e i Monclerini popolavano il liceo della Valle, lei, Anna, meno fortunata nell’aspetto e meno abbiente, si era fermata alla terza media con la sua magrezza e gli occhi grandi scavati. E a nulla era servito quell’accento così esotico che si portava dietro dai primi anni di vita vissuti in terra di Francia.
Sarà che l’indigenza umana e sociale è un sigillo che ti porti dietro a vita, fatto sta che questa donna è rimasta fra gli ultimi della terra e non si è mai risollevata. Ha famiglia adesso. Ha sposato un uomo, grassoccio, un carpentiere che ha perso il lavoro da quando è iniziata l’emergenza sanitaria. E’ malato oncologico. Questa primavera si sarebbe dovuto recare a Roma, per un appuntamento con un luminare esperto di neoplasie. Visita medica rimandata per il lockdown.
Ho pensato a questa donna e all’ultima volta che l’ho incontrata nel negozietto a pochi passi da casa mia. La ricordo frugare in un portamonete per tirare fuori qualche spicciolo che le sarebbe stato utile per comprare il pane e il latte. Pare abbia il vizio del gioco Anna, slot machine e gratta e vinci. Mi chiedo come io abbia potuto pensare subito a questo, vedendola scavare alla ricerca di monete. Il pregiudizio, pure di questo orpello non si liberano quelli come Anna. Ho poi chiesto del figlio. Ricordo bene questo ragazzo che sogna di fare il cantante. Lavora adesso, fa l’addetto vendite in un negozio di alimentari. I pochi soldi che guadagna li usa per aiutare la madre e per incidere canzoni.
Non è vero che “siamo tutti sulla stessa barca”, forse nello stesso mare, ma Anna non sa neanche nuotare.
Agli ultimi. Anna come tante.
Tolve 22:55 Rocco Mentissi
C’è la tua fisarmonica vicino al mio pianoforte, vicina ai miei libri, i porti che mi hai sempre indicato, verso cui mi spingevi, “ l’unica vera ricchezza” dicevi “ insieme al potere delle parole”. Poi la scuola del cuore vero, che ha fatto di me un vinto, che ha perso quasi tutto, però, senza mai perdersi. Oggi ho visto tua moglie, mia madre, in uno schermo. Tra gli auguri e i sorrisi di Ivan e Francesco, ho letto sul suo volto, sgranato, la gioia di vederci e improvvisamente, inavvertitamente poche lacrime mi sono cadute dagli occhi, sfuggite al mio pudore severo, battuto da un amore sconfinato. Pensavo a quanto siamo vicini in questi giorni di paradossali distanze: i nostri tre cuori sono, magicamente, miracolosamente, allineati, come quel felice, fantastico 2 Dicembre, come quel maledetto, ultimo 28 Settembre. Non sono certo di essere nato più di quanto sia certo del fatto che, finché amo, nulla può morire.
In un attimo siamo laggiù insieme, noi tre, davanti a quel fuoco, lontano, della casa dei nonni, e siamo qui, ora, nel fuoco che fonde cielo e terra, morte e vita, in un enigma, inestricabile, illogico, doloroso, meraviglioso.
Potenza, ore 10:00, Annamaria
Innumerevoli pensieri per distogliere lo sguardo dalla realtà e un continuo drogarsi di illusioni per non sentire il peso della verità.
Impariamo a guardare l’immensità del cielo;oggi ho alzato il capo,non lo facevo da un pò,e ammirando il cielo ceruleo di stamane, sono rimasta lì a riflettere.
Quanto siamo insignificanti,ora più che mai? Siamo come un piccolo puntino in mezzo a un fiume di parole.
Se lo si guarda nel modo giusto,il cielo, ci si può liberare da un peso immenso.
Matera, ore 20:40 – Doreen Hagemeister
“Volare”
Anche oggi era una giornata splendida con un sole caldo e una luce primaverile. Stamattina mi ero seduta sul balcone sotto il mio pino. A un certo punto ho sentito dei cinguettii più forti e il rumore dello sbatter d’ali sopra la mia testa. Sono abituata a vedere gli uccellini sul mio albero, ma il rumore non proveniva dal pino.
Ho alzato la testa e, sopra il compressore d’aria dell’aria condizionata al muro esterno, ho visto tanti uccellini. Mi sa che c’è almeno un nido. C’era un viavai incredibile. Sono stata un bel po’ di tempo ad ammirare questi piccoli pennuti tanto indaffarati. Era un’immagine sorprendentemente rilassante. Non avrei mai immaginato che guardare una scatola di metallo con tanto di ventola potesse piacermi. Ha un aspetto freddo, industriale. Ma combinata con ali instancabili e pigolii frenetici diventa un quadro quasi romantico. È come se la natura si fosse riconquistata un suo spazio, senza chiedere il permesso all’uomo.
Che bello deve essere volare!
Vedo gli uccellini che si sollevano nel cielo, sempre più in alto, finché non li perdo di vista. Cosa si vede da lassù? Penso alla celebre frase di Gagarin:
“La Terra è blu… che meraviglia. È bellissima.”
Proprio ieri era l’anniversario del volo di Jurij Gagarin, primo uomo nello spazio (1961). Il cosmonauta e pilota sovietico appena ventisettenne compì nel 1961 un’orbita completa intorno alla Terra in 108 minuti, inaugurando trionfalmente l’era delle missioni celesti.
“Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini.”
Volare ha un sapore di libertà. Quella libertà che ci manca in questo periodo. Pasquetta in casa. Di solito facevamo una gita, oppure ci si organizzava con amici o in famiglia per passare la giornata in campagna. Invece nel 2020 ci si reinventa. Noi abbiamo fatto una grigliata in giardino. Altri amici un picnic nel loro soggiorno. Non si può uscire! Ognuno fa del suo meglio per rendere speciale la giornata e soprattutto per non far pesare la situazione ai propri cari.
A sottolineare la mancanza di libertà passano due elicotteri dei vigili del fuoco a sorvolare la zona. Anche loro volano. Volano per il nostro bene. Volano in un giorno in cui certamente avrebbero preferito passare la giornata con la propria famiglia.
Gli uccellini si sono zittiti, come se anche loro cogliessero il messaggio.
Ma poi riprendono a canticchiare allegri e a svolazzare spensierati. “Andrà tutto bene!
Parma ore 8.30 Cristina Cogoi
Sto organizzando il mio picnic di Pasquetta sono presissima ho i minuti contati non ho tempo da perdere.
Sto aspettando così tante persone e devo ancora preparare tutto, bollire le uova e dipingerle, preparare i tramezzini e le insalate , decorare la tavola, recidere fiori e spargere petali ovunque, disporre coperte nel prato , cuscini variopinti e lanterne che illuminino all’imbrunire.
Arriveranno tutti da ogni parte, siamo così in tanti oggi, gli inviti mi sono scappati di mano ma sono così felice che ho voluto strafare.
Non è forse questo la felicità?
Essere generosi quando arriva nella tua vita ? Essere grati ? temerari ? Coraggiosi ? Altruisti ?
Questa volta ho pensato a tutto io, nessuno deve portare nulla, solo presenza solo sorrisi solo fiducia nella vita.
Per l’occasione ho noleggiato la mia band preferita e’ una sorpresa nessuno se l’aspetta.
Per l’occasione ho prenotato il sole.
Per l’occasione ho gonfiato centinaia di palloncini bianchi che ognuno di noi libererà verso il cielo esprimendo un desiderio senza mai rivelarlo.
E’ quasi ora, è quasi tutto pronto devo solo pensare a che abito mettermi ma so già quale sceglierò.
E’ un abito nuovo mai indossato color del mare, lungo e morbido, scollato sulle braccia e sulla schiena, voglio sentire gli abbracci che riceverò dopo tanto tempo di carestia.
Voglio che la mia pelle li memorizzi uno ad uno, imprimendoli nella memoria come ricordi indelebili.
Ecco suonano alla porta o forse lo sto solo
Immaginando, chiassa’ poco importa, io nel dubbio ho spalancato tutti i cancelli del mio cuore.
“ Se Siamo tutti soli allora siamo tutti insieme e questo ci deve far riflettere”.
Questo ci deve bastare
Questo ci deve dare la forza per resistere ancora un giorno, ancora un altro giorno.
Piacenza, ore 14:28 – Antonio Calabrese
SITUAZIONE EPIDEMIOLOGICA DI UNA POESIA DI PROVINCIA n.2
Su via Taverna, dopo l’ospedale,
Un logorroico dialettale piacentino
E una badante bionda dell’est Europa
Discorrono sui massimi sistemi del mondo,
Su quanto la situazione incida sull’economia
Su affetti, i divieti e concessioni per ripartire,
Augurandosi calorosamente Buona Pasqua.
Anche se è già Lunedì dell’Angelo.
Potenza, ore 18 – Antonio Califano,
C’è un sole invitante, esco a fare un giro per il quartiere con tutte le precauzioni dovute, ormai uso come mascherina la fascia da moto, è in materiale tecnico completamente isolante e in più la posso lavare senza problemi, poi mi sento “figo”, mi aiuta a volermi bene in un momento in cui in molti non credo sopportiamo il nostro involucro fisico. Incontro pochissima gente sempre protetta e a distanze siderali. Ieri sera la solita lunga telefonata con Skype con gli amici di sempre (rivedo Franco con cui ho condiviso una delle mie vite e che da tanto vive a Roma) un po’ a cazzeggiare, un po’ a ricordare, un po’ a parlare di cose serie, fa bene al cuore. Chiacchiere nel tempo e se il tempo è come diceva Agostino da Ippona una estensione dell’anima, chiacchiere dell’anima, confuse a volte come sono confuse le nostre anime. Guardavo le pochissime macchine passare e mi è venuto uno dei miei flash di memoria: mi rivedo, più o meno negli stessi luoghi, da ragazzino girare con penna e taccuino, a copiare le targhe , i numeri delle automobili che incrociavo, all’epoca rare come ora, era la fine degli anni cinquanta poco prima della motorizzazione di massa. Si era sparsa la voce che chi ne copiava cento, dovevano finire con cifra dispari però, avrebbe vinto una bici. Non si è mai capito chi poi metteva in palio queste bici, qualcuno diceva la Fiat, chi “quelli della lotteria”, chi la chiesa “che quelli hanno un sacco di soldi”. Io ne ho raccolto sicuramente più di cento ma non ho mai saputo a chi consegnarle, devono essere ancora da qualche parte. Perché dispari poi, magia dei numeri, il dispari viene associato ad una sorta di imperfezione, di rarità ma non è così, al contrario, i Pitagorici attribuivano ai numeri dispari una sorta di perfezione e superiorità rispetto ai pari perché nella loro rappresentazione grafica , con dei punti, davano origine ad una figura chiusa mentre i pari ad una figura aperta. Il chiuso è completo e quindi perfetto l’aperto è incompleto quindi imperfetto, tranne che il numero dieci che è rappresentabile con un triangolo equilatero fatto di dieci punti, la tetraktis, figura sacra. Prendiamola così: con la pandemia, siamo dispari di noi stessi, siamo chiusi in una religiosa perfezione ……ma mi sa che mi sto prendendo per il culo e poi amo l’imperfezione. Che si fottano i Pitagorici!
Villa
d’Agri, 13:00 – Nuario Fortunato
Abbiamo aperto i nostri cuori
ai nostri balconi, intonando inni e cori, ma chiudiamo i porti ai
barconi. I porti sono in quarantena? Voglio consegnare una mia lirica
alla lettura.
MEDITERRANEO
Brilla il sole sul Mar di
Sicilia.
Il giorno inizia, la vita si rinnova.
Le acque
restituiscono un corpo,
forse cento, o forse più.
Sagome
inanimate ridotte a carcasse galleggianti.
Esili mani nere armate
di libertà
ondeggiano in superficie,
lì dove si posa e
riposa ogni sopito miraggio.
Il lamento del silenzio diffonde voci
laceranti,
l’angoscia della morte cancella la vita dal mondo.
Si
raccolgono volti senza nome,
come candele consunte spente da un
soffio di vergogna.
Dietro ad ogni viso una storia e la sua
croce,
consegnate alla memoria senza sguardo e senza voce.
Non
nomi da elencare ma numeri da cancellare,
in quel mare di tragica
passione.
La fuga dalla terra dello strazio
nelle piatte acque
paga il suo più caro dazio.
Potenza, 0re 23:45 – Giampiero D’Ecclesiis
Adesso sono stanco. Stanco davvero.
Non è la mancanza di contatti, non è il non uscire, è qualcosa di più, non sto vivendo.
E non dipende solo dall’epidemia.
Vado a dormire con un pensiero chiaro nella mente, sono stufo di sentirmi dire domani andrà meglio. Decisamente mi sta passando la voglia di giocare.
Per carità, facciamo finta di niente. Poi passa, ‘e cos’ e niente.
Ve lo volete sentir dire, ce lo vogliamo sentir dire, siamo tutti preoccupati di essere coivolti, di doverci chiedere “ma perchè…?”, di essere costretti a metterci per un istante davanti allo specchio senza scuse, senza alibi, senza giustificazioni. E io ve lo faccio il piacere, è la cosa che imparato a fare meglio.
Tranquilli. E’ cos’ e niente. Bonanotte.
Genzano di Lucania – ore 19,00 – Rocco Di Bono
Per affrontare e superare le nostre piccole paure quotidiane spesso può bastare una canzone; per le grandi paure, come quelle che serpeggiano in questi tempi di coronavirus , è un po’ più difficile, ma ci si può sempre provare. Lo fa Brunori sas, cantautore e musicista calabrese (di Cosenza), nel cui lavoro risuonano echi ed influenze di un altro grande calabrese, Rino Gaetano. E se nelle canzoni dello scomparso artista crotonese risuonano le paure collettive della sua generazione (da “Il cielo è sempre più blu” fino a “Mio fratello è figlio unico”) e la salvezza è sempre sociale e universale, la scena cambia radicalmente nelle canzoni di Brunori sas, dove paura e salvezza hanno invece sapori individualistici e battistiani (“… se ti guardi intorno non c’è niente da cantare / solamente un grande vuoto che a guardarlo ti fa male”). Può, allora, una canzone salvarti la vita? Sì, ci dice Brunori sas in “Canzone della paura”, ci sono “canzoni che ti salvano la vita / che ti fanno dire “no, cazzo, non è ancora finita!” / che ti danno la forza di ricominciare / che ti tengono in piedi quando senti di crollare / ma non ti sembra un miracolo / che in mezzo a questo dolore / e tutto questo rumore / a volte basta una canzone / anche una stupida canzone / solo una stupida canzone / a ricordarti chi sei / a ricordarti chi sei…”. Canzoni come questa.
Potenza, Ore 17.00 – Enrico Sodano
Diario di un sognatore al tempo della pandemia: (re)spirare la vita!
Mai più, è meglio soli che accompagnati da anime senza sogni pronte a portarti con sé, giù con sé ….(Tiki bom bom bom)
Respira profondamente e poi giù, dentro di te, una discesa senza alcun freno, fino all’ombellico, ritirato indietro, così tirando fuori quel respiro, riesci a risalire. Quel respiro è un dettaglio, ritagli di questa discesa.
Così si resta soli ed in una quarantena come questa e’ facile sbagliare meglio farne ancora altri, respirare e non pensarci piu’.
Respira ad occhi chiusi, prova a farlo. Immagina un mondo migliore, la tua città, con il cuore di chi non ha il dono della vista e la idealizza: suoni, colori, voci, tutto un universo senza tempo è un sogno da realizzare, vedere e respirare.
La ti ragione si farà sentire, perché ciò che conta non c’è niente di più, ci sei ma non ci sei.
L’unica cosa che in tempo di pandemia non puoi sospendere è la cultura dell’amore. Quante cose vorresti gridare mentre corri fuori tra le strade di una notte senza piu’ rumori, strade che nascondono nuovi amori, quelli che il giorno rende a colori. Tipico di un domani che non si incontrerà mai con te, con quello che immaginavi ieri di te.
Perché la vera rivoluzione è questa.
Non accettare la sospensione di oggi come condizione del proprio stato d’animo, ma vivere questo tempo per sognare la normalità ed averne cura. Niente sarà più come prima, ma prima arriva il nostro amore per la vita.
Questa pandemia avrà da il lato i popoli e dall’altro il potere, economico, sanitario.
La vita è nel popolo come nel potere, logora chi non ce l’ha! Avere il dono della vita è il bene da custodire dei popoli, la devianza del potere tende a disturbare questo equilibrio sottile.
La forza degli esseri umani è logorare il potere.
Con la cultura dell’amore, quella che non si può più sentire, neanche con una stretta di mano. Quanto mi manca abbracciarsi la vita con la cultura dell’amore. Respirare per riconquistarsi questa normalità!
La Pasqua più bella è quella che abbiamo dentro: (ri)nascere!
Citazione dal film Contagion:
Dr. Ellis Cheever
“ Sai da dove viene la stretta di mano? Nei tempi antichi era un modo per dimostrare a uno sconosciuto che non portavi armi. Sì, offrivi la mano aperta per dimostrare che non avevi brutte intenzioni. Chissà se i virus lo sanno”.
Potenza, ore 19:30 – Luca RAndo
“Tra oro e oblio”
Al
di là della nebbia c’è il sole
perduto nella frattura dell’alba
tra un no e un sì alla luce
dove il buio che arretra
lascia spazio alla domanda.
Nella
crepa del cuore
riscoprire l’intimità della foglia,
la voce del vento, il respiro placato
dal molto che manca, dal niente
che abbiamo – quel tutto.
Al
di là della rabbia, del dolore
ritrovare la pienezza del vuoto,
il filo dell’erba, il poco
che è molto e indugiare
sulla soglia di chi
ci aspetta domani
Genzano di Lucania, ore 19:00 – Gianrocco Guerriero
Comincio con il dire la cosa più importante che ho pensato oggi: sto scoprendo cose belle che ho intorno da un paio di decenni e che non avevo mai visto: non così: perché quando le vedevo le consideravo poco necessarie, quando non di peso: un giardino grande e verde attorno a una casetta di periferia, l’importanza che può avere una famiglia e quello che si può produrre con le mani e il tempo. Dopo oltre un mese a guadagno-zero non mi sono mai sentito così ricco. Sono sveglio da quasi quindici ore: le prime cinque le ho trascorse con gli occhi su uno schermo a fare revisioni e con la gatta accovacciata su di me (anche lei è importante). Avevamo progettato tutto ieri sera e le “bambine” avevano la luce dentro agli occhi quando, appena sveglie, sono venute a toglermi l’iPad e a dirmi “su, andiamo!”. Primaveggiava, fuori: ho preso l’amaca comprata l’anno scorso al mare e poi dimenticata senza averla neanche aperta (il tempo era un debito perenne, allora), ho indossato una t-shirt e un cappello da cowboy, ho preso il serramanico più adatto e l’ho messo alla cintura, poi ho cercato una vecchia corda da palestra e siamo usciti: scegliere gli alberi perfetti per fissarla è stato divertente: vederle dondolarsi, litigare e ridere ha illuminato il sole. A sistemare tavolini, panche e brace è arrivata l’una, intanto che la madre friggeva patatine. Il mezzo pollo e l’entrecote scovati in freezer ieri sera erano pronti per la brace, con il pane fatto in casa e il vino: non ricordo una pasquetta che sia stata così bella. Dopo pranzo, un po’ in disparte mi sono rilassato con un libro, un sigaro e un rum e poi mi sono dondolato anch’io, a pensiero aperto e occhi chiusi. Per stasera ho promesso ad Aurora e ad Alexandra la magia: concluderemo la giornata guardandoci il documentario dell’esperimento di Young con elettroni singoli: devono sapere già da adesso che non sappiamo ancora niente e che viviamo per capire.
Potenza, ore 9:00 – Claudia Schettini
Apro gli occhi, mi lavo velocemente e, senza nemmeno prendere il caffè, infilo tuta e scarpette.
Ho bisogno di andare a correre tra le campagne adiacenti alla casetta in cui sto trascorrendo queste lunghe giornate. Il sole è caldo già di prima mattina.
Musica nelle orecchie e via. Alzo il volume: oggi i pensieri mi stanno tartassando. Devo ammazzarli in fretta prima che facciano male e uccidano il cuore.
Perdermi nella natura tra le note dei miei cantanti preferiti è la panacea migliore.
In lontananza, dietro le montagne che la incorniciano intravedo la mia città, Potenza.
Mi prende all’improvviso una grande nostalgia di niente e una grande nostalgia di tutto.
Sono a casa, ma non sono a casa mia.
Sono vicina ma troppo lontana.
Non riesco a vedere ciò che sta accadendo in città.
Non so se ci sia traffico, ci sia gente in giro o se i miei concittadini siano ligi alle regole e siano rimasti nelle loro case.
Da persona che ha bisogno di controllare sempre tutto mi sento impotente.
Ma non posso fare niente e allora resto ferma, ferma a guardare la mia città all’orizzonte mentre la musica va avanti. Almeno lei non si è fermata e, prepotente, cerca di contrastare il rumore assordante del silenzio che mi circonda.
Potenza, ore 8:24 – Ida Leone
Ieri è stato il mio compleanno.
Una ricorrenza triste e surreale, che ho passato a farmi travolgere dall’affetto di parenti e amici, senza riuscire a trarne conforto. Combatto contro qualcosa contro la quale le mie armi, per totale impreparazione, sono spuntate e del tutto inefficaci. Ogni giorno devo lottare per non farmi sopraffare dall’ansia cumulata per la situazione esterna e per quella interna. Però ieri ho acceso due candeline su una pastiera fatta con tutta la cura possibile, ho raccolto tutta la famiglia, anche quella all’estero, intorno a quelle candeline e ho soffiato.
E ho sorriso.
Parte il primo esperimento di video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, per voi le prime cinque puntate, da ascoltare e vedere con calma, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Da stasera per voi, su TOTEM Magazine. SEGUITECI , IL MARESCIALLO VI SVELERÀ OGNI SEGRETO