
Matera, ore 10:10 – Doreen Hagemeister
“Houston, abbiamo un problema!”
Oggi c’è una pioggerellina che rilassa ma contemporaneamente trasmette un po’ di malinconia.
Mi metto a lavorare. Sto preparando alcune lezioni spaziali. Mi salta all’occhio la missione Apollo 13. Sono passati 50 anni da quella famosa frase che fece trattenere il respiro a tutto il mondo: “Houston, abbiamo un problema!”.
L’11 aprile 1970 partì la seconda più famosa missione lunare della NASA con a bordo tre astronauti, meno famosi, a cui voglio dare un nome: Jim Lovell, Fred Haise e Jack Swigert.
Come vorrei che dessero un nome a ogni singola vittima del Coronavirus.
Partirono pieni di speranza per raggiungere il suolo lunare, senza sapere che li aspettavano quattro giorni pieni di paura e di problemi, una disperata battaglia per la sopravvivenza! Infatti, qualcosa andò storto. Dopo quasi 56 ore a oltre 300 mila chilometri dalla Terra uno dei quattro serbatoi d’ossigeno esplose, costringendo i tre astronauti a trasferirsi nel modulo lunare Aquarius e a sopravvivere per quattro giorni in uno spazio concepito per ospitarne due e solo per metà tempo. Era il 13 aprile (in realtà l’esplosione avvenne alle 3.06 UT, Tempo Universale coordinato usato dal controllo missione, per cui per loro era il 14 aprile).
Inviarono un messaggio a Cape Canaveral: “Okay, Houston, abbiamo avuto un problema qui”.
Aggiungiamo che il clima politico non era dei più favorevoli. Dopo il successo di Apollo 11 nel ’69, che segnò la vittoria degli americani nella corsa allo Spazio durante la Guerra Fredda, l’opinione pubblica americana sotto Nixon iniziò a pensare che non sia più così necessario stanziare decine di milioni di euro per la scoperta del cosmo.
Il disastro di Apollo 13 avrebbe certamente segnato la fine delle missioni lunari, ma infine riuscirono ad atterrare sani e salvi nell’Oceano Pacifico.
Dal fallimento sorse un successo.
Si tratta di una storia di coraggio, fiducia e abilità, che vede protagonisti tre eroi spaziali. Ma ci sono tanti parallelismi con la situazione odierna.
Il nostro mondo trattiene il fiato per una catastrofe di cui ancora non si conoscono le dimensioni. Il clima politico a livello mondiale? Lasciamo perdere! Ma chi sta in prima fila sono eroi semplici, spaziali a modo loro: medici e staff ospedalieri, forze dell’ordine, chi continua a produrre e vendere i beni di prima necessità, chi aiuta i bisognosi, un elenco infinito…
La paura per Apollo 13 durò molte ore – qua oramai sono mesi che viviamo in una situazione di emergenza segnati dalla paura.
Houston abbiamo un problema!
E come ad allora, ci vogliono ingegno, scienza e tanto coraggio, per fronteggiare la situazione e portarla a buon fine, a un “atterraggio sano e salvo!”
Potenza, ore 22:30 – Claudia Schettini
Finalmente sono le 17:30.
Prendo il computer e mi connetto su Zoom, il nuovo trend di questo strano momento.
Che un nuovo webinar della “Scuola di Politiche” abbia inizio. Dopo una giornata piovosa, grigia e tremendamente lenta avevo un disperato bisogno di prendere una “boccata di aria fresca”.
Da un mese a questa parte siamo tutti connessi, da tutte le parti del mondo, con tutte le restanti parti del mondo. E che figata, viva la tecnologia. Meno male che esistono i computer, meno male che esistono queste piattaforme che permettono a tutti, dai più grandi ai più piccini, di rimanere un po’ ancorati a quel pizzico di realtà-surreale che ancora permane. Meno male che possiamo cliccare un tasto e sentire e vedere persone che ci parlano del più e del meno a un palmo di distanza dai nostri occhi.
Forse vado un po’ in controtendenza rispetto all’adulazione di questa affascinante alchimia tecnologica…ma meno male che ci sono le persone. Quelle persone che dietro lo schermo ci hanno messo il cuore, prima che la testa, per permetterci di restare comodamente nelle nostre case pur rimanendo…sul pezzo. Quelle persone che non perdono occasione di farti sentire viva, anche solo per un’oretta al giorno, oretta che vale tutte e 23 le rimanenti ore. Quelle persone che ti hanno fatto sempre sentire parte di un progetto più grande di te che forse non potevi immaginare nemmeno. Quelle persone che, oggi più che mai, ti fanno arrivare la loro presenza dritta al cuore. Quelle persone che hanno passato le loro festività pasquali a trovare il modo per far convergere il maggior numero di persone possibili su questa piattaforma tanto figa. Quelle persone che formano una grande famiglia che non si sta perdendo d’animo nemmeno durante questa crisi. Anzi, quelle persone che ti fanno sentire meno sola durante questa crisi.
E no, non è una “pubblicità occulta” della summenzionata scuola.
Semplicemente dovremmo smetterla di dare tutto per scontato e capire che, talvolta, un grazie in più a chi cerca di alleggerire il peso di queste interminabili giornate non guasterebbe.
Voi che leggete e che, sicuramente, in questo periodo avrete ascoltato lezioni, partecipato a conferenze, a riunioni o anche alla lezione di palestra, pensateci bene…dopo tutto dietro a un click ci sono sorrisi .
Dietro a un click ci sono volti stanchi, volti preoccupati.
Dietro a un click ci sono lacrime.
Dietro a un click ci sono abbracci che aspettano solo di avvolgere qualcuno.
Dietro a un click ci sono emozioni, quelle emozioni che, si sa, i computer non possono provare eppure quelle emozioni che in questi giorni, come per magia, si riescono a percepire anche da dietro ad uno schermo.
Potenza, ore 20:26 – Luca Rando
Quando queste erano le vacanze di Pasqua, il martedì era il giorno della ripresa dei ritmi scolastici. Per me, col mercoledì libero, spesso un giorno di correzione dei compiti, di organizzazione del lavoro da fare, anche di piacere, sì di piacere nel pensare al ritorno tra i banchi. Oggi anche è stato un giorno di lavoro dopo lo stacco di domenica e lunedì, con la mattinata passata tra gruppi facebook di Google Meet, privacy Zoom, gruppi Whatsapp, lettere e lezioni da preparare. In un attimo è passata la mattina e poi, di pomeriggio, correzione di elaborati fino alle 19, con il momento di incontro di Vicinitudini.
Il tempo che pensavo liberato è pieno di impegni, anche gravosi e con sempre qualcosa che manca. Ce lo ripetiamo anche oggi, con qualche crisi passata per il tempo che passa e l’idea che le cose gioiose da fare nell’ultimo anno forse non ci saranno, che forse non ci sarà quell’incontro sperato e che, insomma, quella cosa tanto disprezzata che è la mattina a scuola, ci manca.
A me manca l’abbraccio, lo ripeto, mi manca il contatto degli occhi e delle mani, e le parole che ci scambiamo sul far della sera sono quell’abbraccio mancato. Ma vorrei dire che nonostante tutto fanno bene quelle parole e che
“la
nube nel giorno più nera
fu quella
che vedo più rosa
nell’ultima sera”
Potenza, ore 18- Antonio Califano
Chissà perché il giorno dopo il Lunedi dell’Angelo, lo ricordo sempre così: lento, sonnolento, pigro con un senso da post abboffata di cibo e di alcol. Ma ieri abbiamo mangiato come tutti gli altri giorni, bevuto poco, dormito tanto, qualcuno parla di una memoria del corpo, dei muscoli, dello stomaco, del movimento oltre quella della mente che ha la tendenza a rielaborare il passato, sarà quella. Ci serve la memoria, ci servirà ancora di più nei prossimi mesi, anni, servirà a ricordarci movimenti, sensazioni, emozioni oltre che i “fatti”. La storia della nostra vita, come insieme di fatti, è poca cosa se non si accompagna al ricordo delle emozioni, alle sensazioni, ai colori, agli odori. Avremo bisogno di ricordare le scelte sbagliate per non farle più, ma sono scettico, l’uomo è un animale che si adatta e per adattarsi ha bisogno di dimenticare più di quanto abbia bisogno di ricordare. Fidiamoci di più delle emozioni, della legge del “cuore”, non di quello sdolcinato e francamente insopportabile da emoticon e “da volemose bene”, quello è un muscoletto “molto elastico” come dice Woody Allen di cui mi fido poco, ma di quello di Pascal che presiede a “l’Esprit de finesse”, la comprensione istintiva come la chiama per lo più, diverso da “l’Esprit de geometrie”. Queste verità del cuore hanno per oggetto l’uomo, si sentono più che vedersi, non sono razionalmente dimostrabili e si stenta a farle capire a quelli che non le sentano da sé. Quello “Esprit” mi dice che non ci si può commuovere ascoltando Francesco e permettere che gente muoia in mare mentre tenta di sfuggire ad un destino bastardo, che chiudere i porti, pandemia o non pandemia, è barbarie, la nostra umanità si sta dissolvendo su quelle imbarcazioni disperse nel mediterraneo e di cui non importa niente a nessuno. Gabriel Garcia Marquez una volta disse: ” l’intelligenza è solo una parte dell’uomo e forse neanche la migliore”. Saluti da Macondo.
Genzano di Lucania, ore 15:30 – Gianrocco Guerriero
Il cielo è buio. Stamattina è caduta qualche goccia. Sono sceso a ritirare l’amaca e le sedie dal giardino. Mi sembrava di stare raccattando il necessario prima di un bombardamento, ma il dentro era fuori e il fuori dentro. Non riesco a crederci che da ieri sia passato un solo giorno. Anche oggi sono sveglio dalle quattro e mezza e il mio umore già era come il tempo dietro la finestra. No, non è soltanto per la pandemia, anzi: la mera pandemia non c’entra niente. È per la lotteria, semmai. E la rima qui c’azzecca, perché serve a evocarne un’altra più profonda, che non ha niente a che vedere con la fonologia, perché è semantica. Stiamo attraversando un filo, adesso: da un grattacielo all’altro: ogni previsione vale quanto un dado in aria o un numero del lotto. Non avrei dovuto leggere Foucault, tanti anni fa, né documentarmi per scrivere romanzi, forse. Così (non) facendo, sarei rimasto cieco: mi sarei commosso anch’io guardando la parata degli aiuti dalla Russia e dalla Cina, qualche settimane fa, come ho visto fare, in un fetore di retorica che mi ha disgustato. Avrei altresì minimizzato sulla svolta in Ungheria e avrei guardato a Trump, a Johnson e ai nostri sovrasti come mattacchioni buoni per un film all’italiana. E c’è di peggio, ancora: dalle restrizioni (a volte necessarie per i popoli e per i bambini) non si torna facilmente indietro: la libertà che davamo per scontata fino a perderne il sapore è persa, ormai, almeno fino a dove osa la mia fantasia: chiunque stia al comando, sulle “poltrone”. Abbiamo osato troppo, probabilmente. Ecco, dunque, qual è la lotteria: da essa estrarremo anche il passato oltre al futuro: un passato nuovo. Ho appena appreso di un vecchio detto a quanto pare molto noto nella Rossijskaja Federacija, che m’ha turbato: “Noi russi viviamo in un paese con un passato imprevedibile”.
Ieri è già diverso da come l’ho vissuto, oggi. Più passano le ore e più si sfalda. E il cielo è ancora nuvoloso.
Villa d’Agri, ore 14:00 – Nuario Fortunato
ALMANACCO
Oggi
ottimo risotto al radicchio cucinato da mia moglie. Ho ancora una
mezz’ora prima di immergermi nuovamente in qualche mail di lavoro.
Decido di impiegare questo tempo per sfogliare l’Almanacco
illustrato del calcio (Edizione 2010). In copertina Mou, Totti,
Cassano in versione blucerchiata, Miccoli con la casacca rosanero, il
brasiliano Diego in bianconero, Pato e Jovetic di viola vestito.
Quando sfoglio i miei Almanacchi sento profumo di infanzia, di
adolescenza, di spensieratezza. Sento profumo di vita vissuta.
Tra
i tanti soprannomi, nomignoli o vezzeggiativi assegnatimi, da amici e
familiari, nella mia infanzia, nella mia adolescenza e in tutta la
mia vita quello a cui sono maggiormente affezionato, e di cui ammetto
di essere orgoglioso, è senza alcun dubbio proprio ‘Almanacco’. Il
nomignolo, ovviamente, traeva la sua origine e la sua ragion d’essere
dalla mia smisurata e sfrenata passione per il calcio,
talmente immensa da diventare una vera e propria vocazione. Ogni
calciatore, ogni squadra, ogni campionato, ogni partita non erano mai
abbastanza per poter saziare la mia sete e la mia fame di conoscenza
calciofila.
Che si trattasse della squadra più blasonata del massimo campionato o delle ultime squadre di serie C1, serie C2 e di Interregionale (ai tempi della mia infanzia e della mia adolescenza così erano denominati i campionati di Lega Pro e di serie D) l’approccio era identico: conoscere, studiare, capire. Indipendentemente dalle latitudini e dalle categorie, palmares, moduli, sistemi, carriere, trascorsi e percorsi erano il mio pane quotidiano.
Anche il semplice scambio di figurine con l’amichetto, piuttosto che con il compagno di banco, era per me momento per dar sfogo a statistiche, aneddoti, analisi tattiche. Una sorta di match analyst e di opinionista ante litteram, quando il calcio non aveva ancora svenduto i propri connotati autentici al look post-moderno, nei tempi in cui il calcio nostrano conservava ancora intatte la magia e la fantasia radiofonica di ‘Tutto il calcio minuto per minuto’ o l’attesa per il meraviglioso ’90° Minuto’ dei vari Valenti, Carino, Ciotti e Necco.
Così, anche l’uscita del sabato pomeriggio per la frequentazione del Catechismo diventava occasione per un salto in edicola alla ricerca di album Panini, Guerin Sportivo e, appunto, l’intramontabile Almanacco. Tutto materiale da ingurgitare e fagocitare, come in un rituale che si ripeteva di anno in anno, di stagione in stagione. Non esistevano le pay tv, Internet, il Var e i tanti commenti corrosivi che accompagnano il calcio attuale. Non esistevano le esasperazioni tattiche, le riprese col drone o le tante diavolerie di un calcio tante volte isterico, ma la mia passione sì, quella era la stessa.
Esisteva ancora il ruolo del libero, interpretato, tra gli altri, dai vari Scirea, Di Bartolomei, Tricella e Battistini. Esistevano ancora il terzino marcatore e lo stopper, da Bergomi a Ferrara, da Ferri a Collovati. Esistevano i terzini fluidificanti, il play si chiamava centromediano metodista e gli interni si chiamavano mezz’ali. Esisteva la fantasia al potere sulle fasce, con gente come Conti, Causio e l’indimenticabile Pierino Fanna, per poi arrivare a Donadoni. Esistevano stranieri istrionici e dalla storia affascinante come Juary, Dirceu e Barbadillo. Esistevano allenatori come Vinicio che praticavano la zona quando nel mondo si era vista solo in Olanda e allenatori innovatori come Radice o Bagnoli. Esistevano personaggi alla Mazzone, l’Inter dei tedeschi o il Milan degli Olandesi, con l’avvento di quel Sacchi che, per molti, cambierà il calcio ma che, personalmente, non riuscirò mai ad amare, non per la mia fede nerazzurra ma per poco amore delle esasperazioni.
Esistevano, appunto, i miei Almanacchi, i miei album Panini e i miei Guerin, che ancora custodisco gelosamente, come cimeli indistruttibili, perchè la memoria non ha tempo, i ricordi non hanno data di scadenza, le passioni non hanno età.
Parma 14.30 Cristina Cogoi
Ho così voglia di vedere il mare da sentire un dolore quasi fisico, ho bisogno di respirarne l’aria salmastra, ho bisogno di calmare i miei pensieri perdendomi nelle sue onde, ho bisogno di guardare il sole dritto negli occhi sino a dover distogliere lo sguardo, ho bisogno di sentire la sabbia sotto la pelle che mi accoglie e mi scalda come solo lei sa fare.
Ho così voglia di vedere il mare che sarei capace di fare una pazzia se non fossi ligia alle regole, se non fosse che mi fermerebbero subito.
Lui mi richiama come il canto delle sirene, mi inebria come un vino prelibato, mi attira come solo certi desideri tentatori sanno fare, senza pace, senza sosta, senza mai desistere.
Chiudo gli occhi la spiaggia e’ assolata deserta.
La mia pelle ambrata, nuda, appena ristorata da un bagno in acque ancora fredde, accoglie i primi caldi raggi del sole lasciandosi accarezzare, come fossero mani di un esperto amante, assaporandone ogni attimo regalato.
La mia mente vivace, come i suoi pensieri, mi inganna ancora una volta, le piace farlo, si diverte, è allenata lo fa da molti giorni oramai, ma io la lascio fare, fingo di non accorgermene, così mi trasporta ogni giorno in posti nuovi, anzi a volte la anticipo la stimolo, glieli suggerisco, entrambe fingiamo, ci inganniamo a vicenda e in questo vivere così faticoso impariamo insieme l’arte della sopravvivenza.
Potenza, ore 14:30, Annamaria
La spesa è diventata ormai qualcosa di speciale.
All’ ingresso del supermercato si fanno delle code che non ho mai visto neanche nel periodo di Natale, si entra uno alla volta, gente con le mascherine, gente senza guanti, gente che rispetta le regole, gente che non se ne importa. Una grandissima disattenzione o una dettagliata attenzione che in tanti momenti ho dovuto ricordare, non ho mai dimenticato di non incrociare persone o di mantenere una dovuta distanza.
E il non sapere bene cosa si porta a casa, il rientrare nel nostro luogo sicuro che oramai sta diventando quasi come la nostra pelle e dover disinfettare tutto, a partire dai prodotti acquistati.
Non so…ho un’ amara sensazione, che sperando che ognuno faccia la sua parte, possa finire prima o poi, e tornare così ad avere la nostra libertà perchè alla fine dei conti è quello che ci manca al punto di impazzire.
Potenza, ore 9:00 – Claudio Elliott
Pioggia e altro
Oggi, primo martedì dopo Pasqua, piove, il che non è una regola: negli anni passati, diciamo dal medioevo fino all’anno scorso, è sempre piovuto dal venerdì santo al lunedì dell’Angelo, la Pasquetta dei gaudenti, delle scampagnate, delle gite al mare, dei pic-nic, che venivano invariabilmente annaffiati da scrosci e male parole. Quest’anno un sole dispettosamente splendente ha guardato con occhio ironico le spiagge desolate, le aree verdi deserte, le piste montane senza un solo ciclista nel raggio di chilometri. Natale con i tuoi, e Pasquetta anche.
Pioggia o no, Thai vuole uscire: i miei tre custodi sono già nella loro postazione, a pochi metri da casa. Lei li saluta scodinzolando e annusandoli.
– Il primo che parla del tempo lo arresto – dice Andrea, da dietro la mascherina.
– Mi ero organizzato da settimane con amici e parenti per un bel barbecue su al bosco – dice Giovanni – ma questo maledetto virus ha scombussolato tutto.
– Anche noi – aggiunge Gianfranco. – Dovevamo essere una ventina e mo’ è avanzata roba per un mese.
– La congeli – dice lo spirito pratico di Andrea.
– Passerà – dico. – Pare che la curva sia in discesa.
– Non lo so – dice Giovanni. – L’atro giorno comunque sono andato a fare la spesa al supermercato.
– Sai che fila! – commenta Andrea,.
– Infatti. Tutti uno dietro l’altro come soldati, a distanza di legge, mascherina, qualche scambio di opinioni, ma sostanzialmente rassegnati.
– La rassegnazione è d’obbligo – dico, mentre Thai mi tira verso un cespuglio sotto cui si è nascosta una lucertola. Il nostro giardino è il suo consueto territorio di caccia anche se, a onor del vero e con mio magno gaudio, quasi sempre le fauci fameliche rimangono vuote.
Giovanni riprende: – Insomma, eravamo in fila aspettando che arrivasse il nostro turno quando si avvicina uno tutto trafelato e chiede: -State facendo la fila?
Un signore grande e grosso lo fissa e gli dice, in dialetto: – No, stiamo facendo il trenino di Natale!
Mentre noi ridiamo a crepapelle quello si allontana borbottando: – Azz, siamo già arrivati a Natale.
– Poco ci manca, dico – fa Giovanni.
– Il trenino. Questa è bella – dice Andrea, mentre la pioggia continua a scendere.
– Ragazzi – dico – con questo tempo ci tocca rientrare. Ma c’è sempre una macchinetta di caffè pronta per voi.
I tre si guardano: capisco che l’invito non li ha lasciati indifferenti.
– Però – aggiungo – mia moglie ha messo una regola.
– Sai che novità – commenta Gianfranco. – A casa mia è tutta una regola.
– Allora – chiede Andrea, – quale regola?
– Dovete fare la fila.
Potenza, ore 23:50 – Giampiero D’Ecclesiis
E’ passata un’altra giornata. Faticosa. Poco produttiva. Inutile.
Mi sento come l’uomo di un racconto di Varlam Šalamov, cammino da solo nella neve alta per fare la strada, silenzio, solo il rumore della neve che scrocchia sotto le scarpe e la sensazione gelida dei cristalli gelidi con cui il vento mi accarezza il viso.
Alla fine è così che mi sento, la distanza sociale che ci separa diventa distanza di affetti, di contatti, fa emergere le solitudini, l’incapacità di comprenderci, lentamente e inesorabilmente ci indurisce il cuore.
E io mi sento così, un puntino perso nella sconfinata pianura innevata di un punto imprecisato della Siberia, che si inoltra sempre di più in un deserto di ghiaccio, con la speranza di trovare un baracca chiusa e una stufa calda.
Ma, man mano che avanzo, mi interessa sempre meno trovare il rifugio. Vorrei solo smettere di marciare.
Potenza 14 marzo – a fine giornata – Pino Paciello
Zero contagi e mi sento come mio padre che alla fine del 1943 visse con più di un anno di anticipo la fine della seconda guerra mondiale. Gli altri, i nostri connazionali, erano ancora impantanati prima a Montecassino, poi sulla linea gotica.Oggi la guerra non è finita ma leggo quasi ovunque manifestazioni di giubilo per aver sconfitto il morbo. Qui prima che altrove. E volete mettere la soddisfazione di avere, una volta tanto, la possibilità di esibire un primato nazionale? Dite che il Molise ha fatto prima? Vabbe’, ma quello è solo una provincia degli Abruzzi.
E abbiamo fatto tutto da soli, stavolta non abbiamo dovuto attendere l’aiuto degli alleati. C’è chi dà i meriti ai nostri generali, e chi, invece, alla prode resistenza dei nostri partigiani chiusi nelle proprie trincee. Qualcuno comincia addirittura a irridere la civilissima locomotiva lombarda ritenendo che il nostro vagone di terza classe meriti ormai la testa del treno.
Ma quanta miseria c’è nel desiderio di revanche di questi quattro straccioni?
Parte il primo esperimento di video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, per voi le prime cinque puntate, da ascoltare e vedere con calma, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Da stasera per voi, su TOTEM Magazine. SEGUITECI , IL MARESCIALLO VI SVELERÀ OGNI SEGRETO