di Lucia Serino
Partiamo dal Sud, Carlos…un paesaggio da vertigine
«Sono cresciuto con le vertigini, a Grottaglie, nell’entroterra tarantino dove le ultime gobbe della Murgia, prima di scivolare nella piana messapica di ulivi e muretti a secco, s’inventano dei canyon in miniatura dentro i quali, come le giardiniere che mia nonna metteva sott’aceto, sono pieni pieni di tutto l’erbario mediterraneo. Le racconto sempre le vertigini. Per vincerle, è evidente. E tutte le volte perdo perché arriva la paura e fa scacco, fa banco, fa novanta, prende respiri e mette brividi che dalla nuca precipitano lungo la spina dorsale e poi tremore, in petto. La paura è cosa buona, perché mette all’erta tutti i sensi e mette al mondo gesti misurati, attenti, precisi. Gli stessi di un climber prima di allungare la mano su un passaggio esposto, di uno speleologo appeso nel bel mezzo di un’immensa voragine, di un marinaio quando a che fare coi gradi della scala Douglas. Di me quando Beniamino Levi, uno dei più grandi collezionisti privati al mondo di sculture di Salvador Dalí, proprio lui, un anno fa mi ha chiesto se fossi mai stato interessato a raccontare il genio catalano attraverso la mia lente creativa»
Come è stato raccontare un genio come Salvador Dalì?
«Affare non facile avere a che fare con uno dei più importanti e discussi artisti del Novecento. Perché raccontare Salvador Dalí, o altri del suo calibro, è come salire sull’Everest sapendo già che non ci sono più centimetri da scalare oltre quegli 8.848 metri, andare più in alto è impossibile. Spiccare il volo, tantomeno. Cadere, l’epilogo più sicuro. E mi sono detto: cosa potrò mai aggiungere alla tanta letteratura della figura più emblematica del Surrealismo alla quale dobbiamo opere visionarie immense eterne e destabilizzanti come La persistenza della memoria o La tentazione di Sant’Antonio?»
E quindi cosa hai pensato di aggiungere?
«Ho accumulato esitazione e collezionato veglie notturne tra libri e documentari dopo aver ripreso il ricordo estatico di un viaggio giovanile in Catalogna, in quella Spagna così orientale, la Costa Brava, dove visitai la famosa casa di Port Lligat nella quale Dalí si rifugiava con la moglie Gala. Di quel luogo stravagante amai tutto, ma ci fu un angolo più di tutti che sentii mio: un pezzo di giardino che, nella quinta di ulivi gibbosi, come quelli sotto i quali mia nonna andava a raccogliere le verdure da mettere in conserva, guarda la baia con le isole di Port Lligat e Sa Farnera».

Ma fondamentale è stata la mostra di Matera
«In contrapposizione alla ragione, funambolando sulle corde dell’inconscio e affermando, proprio come il Surrealismo, che il processo di creazione sta proprio in quella dimensione, ho accettato. Ma sì, una volta queste vertigini vanno sfidate a dovere! Mi dissi sul ciglio della Gravina di Matera dopo aver visitato poco più di un anno fa, in quella che si apprestava a essere la Capitale Europea della Cultura, la mostra “Salvador Dalí – La persistenza degli opposti” (www.dalimatera.it). Nel complesso rupestre di Santa Maria delle Virtù e San Nicola dei Greci e tra vie e piazze della Città dei Sassi, la Dalí Universe (www.thedaliuniverse.com) in collaborazione con il Circolo culturale La Scaletta (www.lascaletta.net), ha messo in scena un corpus di oltre duecento opere tra sculture in bronzo (multipli, museali e monumentali), Daum in pasta di vetro, grafiche e mobili che hanno incuriosito visitatori da tutto il mondo facendo esplodere una vera e propria febbre per l’artista spagnolo».
Sono tue anche le foto, Carlos. Cosa esplora Dalì a Matera?
«Nasce così, giorno dopo giorno, fotografia dopo fotografia, tra scenografie surrealiste, SOGNO A SUD, un libro da vedere e da leggere nel quale immergersi tra le visioni di un anziano Salvador Dalí che, in uno stato ipnagogico, ha la visione di se stesso giovane che – con monologhi interiori – esplora la misteriosa città rupestre popolata dalle sue sculture e dove personaggi e soggetti dei suoi quadri prendono vita nella cornice di Matera, sempre un affare di stupore e respiri a debito. Il Surrealismo di Dalí e la forza rivelatrice della bellezza arcaica dei Sassi, tutta opera di pastori e contadini che, nei millenni, hanno scolpito una delle architetture più affascinanti e ingegnose del Mediterraneo.
Un viaggio imprevedibile, che è anche un emotional film nel quale l’attore abruzzese Antonio D’Emilio è Salvador Dalí, nell’immortalità dell’uomo, dell’artista, delle sculture della Dalí Universe e di Matera tra lo spettacolo mozzafiato dei Sassi, della Gravina, dell’altipiano della Murgia e delle sue grotte, caverne e chiese ipogee affrescate»