
Potenza, ore 19:40, Annamaria
E chissà se quando tutto sarà finito abbracceremo davvero chiunque.
Io sarò felice, ma resterò coerente.
Andrò a stringere forte, fino quasi a far mancare il respiro, solo le persone che amo, chi ho sentito vicino al cuore nonostante la lontananza.
Potenza, 0re 20:00 – Ida Leone
E quindi, pare che il lockdown stia per finire.
Io l’ho passato a fare da infermiera / badante / OSS / terapeuta, con l’angoscia mia compagna quotidiana, tenuta a bada solo ricorrendo a riserve di energia emotiva che non so fino a quando potranno bastare.
Sento perciò di avere sprecato una occasione.
Esco da questo periodo così grigio per tanti senza averlo davvero vissuto, consapevole solo dell’aggravio di paura e responsabilità che mi ha causato, impossibilitata come sono stata ad accedere a esami clinici, diagnosi specialistiche, terapie ospedaliere.
Avrei voluto usarlo invece per ragionare a fondo su di me, per approfondire questioni e letture, per saggiare la mia capacitá di tollerare isolamento e solitudine, e adesso che finisce avrei voluto uscirne vittoriosa, come di chi ha passato una prova di maturità.
Vorrei aver avuto la serenità di provare nuove ricette.
E invece ho solo imparato a far scendere la tristezza in fondo allo stomaco, per digerirla ogni sera con un sorso di birra cruda.
Potenza, ore 18:00 – Antonio Califano
È tornato il sole, non piove, esco, già questo mi pare abbastanza, ci si accontenta, ci si aggrappa a segni, si interpretano sensazioni. Scopro di avere più paure ora che all’inizio della quarantena, il futuro mi spaventa, mi spaventa il ritorno ad una normalità che non ho mai accettato e non mi fido di quello che di diverso sta per accadere. Avverto intorno un affannarsi a cercare in una data, il 4 maggio, una sorta di un “epifanico” cambio di pagina di cui abbiamo un disperato bisogno ma vedo agire già meccanismi di rimozione, torneremo ad essere “animali sociali”, ma non troppo, quel non troppo mi inquieta, già agiva prima dell’inizio della pandemia. Ci riflettevo ieri, oggi mi ritorna in mente. Lo shock coronavirus è la causa o solo un fattore che ha evidenziato il “negarsi socialità” già prodotto negli anni precedenti, non è che ce ne accorgiamo solo ora perché ci è impedito il suo simulacro fatto di “banale mondanità”? La crisi della politica come partecipazione, i fenomeni della delega, la distruzione della democrazia dei partiti, quegli esecrati “lupanari” demoliti dopo tangentopoli, dove pure la gente si riuniva e discuteva per ore formandosi una coscienza civile, il voto in rete, la democrazia digitale spacciata per la nuova Agorà, erano già avvenuti prima. La scuola tornerà mai ad essere quel luogo di contatto sociale, di formazione di coscienza civile, di incontro di diversità come una volta, ma una volta quando? Non certo nell’orgoglio efficientista delle prove Invalsi, delle aule multimediali, dei registri elettronici, delle aule informatizzate, della scuola azienda, nei numeri chiusi all’università ma questo era già avvenuto o mi sbaglio? E ora? Tutto si confonde come in un libro di Philippe Dick, tutto diventa storia controfattuale, il passato, il presente e il futuro che sembra già “l’inverazione” del peggior presente, si sviluppano universi paralleli, speriamo che si creino anche porte temporali per scegliersi il proprio universo e il proprio tempo dove abitare, io domani una porta ce l’ho, si chiama memoria, si chiama 25 Aprile.
Potenza, ore 10:00 – Giampiero D’Ecclesiis
E’ tornato il sole.
L’ultima settimana di pioggia mi ha bloccato in casa ancora più severamente, ho dovuto interrompere le brevi sedute di allenamento che avevo iniziato.
Corro davanti casa, nel cortile, devo riprendere il tono muscolare e rimettere in riga il mio sistema cardiovascolare che riposa convalescente da agosto. Mi aiuta il mio smartphone e una app di allenamento, ho selezionato un programma di allenamento base, studiato esattamente per chi, come me, riprende a muoversi dopo un periodo lungo di inattività.
Oggi riprendo.
Dopo la prima sessione di cinque minuti di camminata veloce dalle cuffie mi arriva precisa l’indicazione di iniziare a correre.
La corsa, una delle cose che ho sempre fatto con piacere, mai stato veloce ma resistente si, inizio ad allungare la falcata e mi viene naturale, sento l’energia flettere i muscoli delle gambe, i glutei, i polpacci, il vento mi inizia a sfiorare la faccia.
Sento l’impulso di accelerare ma resisto. Piano Giampiero, non forzare.
Dopo poco avverto la sensazione di fatica, il mio respiro si fa rapidamente affannoso, rallento.
-Devo spezzare il fiato- mi dico, dopo qualche decina di metri a passo lento, riprendo la corsa, la mi rendo conto che il fiato non l’ho spezzato affatto, ad un tratto una voce metallica mi ammonisce:
The heart rate is too high. Slow down.
Rallento e respiro.
Lascio scorrere i minuti e ripasso alla sessione di camminata veloce, il respiro torna normale.
Dopo alcuni minuti mi dice di ricominciare a correre. Va meglio.
I muscoli si sono riscaldati, il mio controllo sul ritmo e sulla respirazione è migliore, tum tum, bam bam – tum tum bam bam – tum tum, bam bam, inspiro inspiro espiro espiro – inspiro inspiro espiro espiro – inspiro inspiro espiro espiro, sono abbastanza sciolto.
Era il mio ritmo, torno per un attimo sulle corsie in terra rossa del Viviani, il professore che mi grida di aumentare, il mio avversario è pochi metri davanti, tu tum, ba bam – tu tum ba bam – tu tum, ba bam, aumento il ritmo, il respiro diventa affannoso, ora sono a bocca aperta, ma il ritmo non cala, l’avversario è vicino, più vicino, più vicino, siamo quasi spalla a spalla, ce la faccio, ce la faccio…
The heart rate is too high. Slow down.
Rallento, mi fermo, li vedo sfilare veloci, quel ragazzino magro con la bocca aperta che cerca di forzare il passo e il suo avversario che tenta di resistergli. Mi fermo e respiro, lascio calare lentamente il mio battito, ripenso ai due corridori della mia fantasia.
Appuntamento a domani.
Potenza, 24 aprile 2020 – Claudio Elliott
Cucinare al tempo del virus
Stamattina la pattuglia che sorveglia i dintorni di casa mia ha un nuovo agente. Questa proliferazione (agli inizi dell’isolamento erano due, poi sono diventati tre e adesso ne vedo un quarto) mi preoccupa: non è che in questa zona della città ci siano focolai rimasti finora nascosti?
Dopo i soliti convenevoli protetti, Andrea mi presenta il nuovo arrivato: – Il capitano – e mormora quello che credo sia un cognome, che però rimane intrappolato nella mascherina. Comunque, visto che un “piacere” non si nega a nessuno, gli faccio un eloquente cenno con la testa e dico il mio cognome. Di lui scorgo, come degli altri, solo gli occhi: mi paiono severi.
La conferma arriva subito: – Lei – chiede con voce e tono autoritari – perché è uscito?
Vorrei dirgli che la consuetudine degli ultimi giorni prevede una conversazione con i suoi tre sottoposti con alcune varianti a base di caffè e chiacchiere, nonché visite al mio domicilio, ma non voglio mettere nei guai i miei amici, così mi rifugio nella verità: – Sono uscito con il cane.
Lui si guarda attorno, mentre i tre mi fanno di no con le mani. Forse non ama i cani?
– Non vedo il cane – dice, con tono severo. Mi giro un attimo: ha ragione, Thai è riuscita a sfilarsi dal collo il guinzaglio ed è partita per chissà dove. Lui, sarcastico, si rivolge alla pattuglia: – Vedete il cane del signore?
È Giovanni a rispondere: – No, ma le possiamo garantire che il signore esce solo con il cane o per fare la spesa.
Gli altri tre confermano.
– E lo vedete il cane?
– No. Però il signore – obietta Gianfranco – ha il guinzaglio.
– Vuoto – precisa il capitano, che rovista in macchina e tira fuori un preoccupante blocchetto e una penna.
Cerco una scappatoia perché so che le sanzioni sono pesanti. Dico: – L’ordinanza prevede che si possa uscire con il cane ma non di stare con il cane.
Sento che Andrea ridacchia sotto la mascherina. Il capitano mi si avvicina: – Lei vuole fare lo spiritoso?
– Non me lo sognerei mai.
I suoi occhi mi scrutano in silenzio: di sicuro ha notato il mio tono serio e compunto.
– Meglio che non lo faccia, infatti. Il mio senso dell’umorismo è inversamente proporzionale al mio grado, non so se mi spiego.
– Pensa a quando sarà generale – sussurra Gianfranco e sono l’unico a sentirlo.
Il capitano mi si avvicina ancora di più, si leva un attimo la mascherina, che nasconde un paio di baffetti color caffellatte, e annusa, poi si rimette la protezione.
– Lei puzza – mi dice.
– Scusi?
– Sento uno strano odore.
– Mi sembra indelicato, capitano – dice Andrea.
– Allora, signorina, vieni a sentire. Ti consento di levarti la mascherina per un attimo.
– Sarà caffè – commenta ad alta voce Giovanni.
– Il caffè è un profumo – specifica il capitano – e lo riconosco. Allora, Andrea, che odore senti?
Mi si avvicina, mi chiede scusa, annusa un attimo e poi dice: – Rosmarino.
– Ecco. Ed è un odore che odio. Lei usa un dopobarba al rosmarino?
– È proibito da qualche ordinanza? – chiedo, cercando di ricordare se esista in commercio un dopobarba con quella fragranza.
– Non si parla di dopobarba in nessuna ordinanza.
– Anzi – dice Andrea, che non si è scostata da me – sento anche aglio e cipolla.
– Peggio che andar di notte – bofonchia il capitano, a cui – è evidente – non piacciono gli odori mediterranei.
– E ceci – aggiunge Andrea.
– Infatti – confermo. – Ho appena finito di preparare pasta e ceci per pranzo. La pasta però l’aggiungo più tardi, se no si scuoce.
– Quindi lei cucina? – chiede lui, come se fosse un delitto.
Sto per chiedergli se qualche ordinanza governativa proibisce ai maschi di dedicarsi alla cucina, ma vengo preceduto da Gianfranco: – Anche io mi ci dedico, quando mia moglie me lo permette.
– In realtà, anche io – dice Giovanni – ogni tanto cucino. Roba al forno a legna e barbecue.
Credo che al capitano sembri di essere capitato in una scuola di gastronomia e che non apprezzi la situazione. Sta per dire qualcosa quando compare Thai, che gli si lancia addosso scodinzolando. Lui si china e l’accarezza e Thai si mette a pancia all’aria per godersi le coccole. Finalmente il capitano sorride, e anche Thai.
Dopo qualche istante, rimetto il guinzaglio al cane e mi allontano salutando, seguito da Andrea che mi fa una domanda, a cui rispondo: – Olio di oliva extravergine, aglio, rosmarino, qualche pelato, sale, pepe nero e tagliatelle all’uovo. O pasta spezzata. Come preferisci.
Parma ore 6:00 – Cristina Cogoi
Brividi scorrono sulla mia pelle
Carezze invisibili la sfiorano
Labbra conosciute percorrono la geografia della mia mente e seminano speranze
Mani delicate disegnano sulla mia schiena lettere immaginarie
Chiudo gli occhi, immobile le respiro, le seguo, le accolgo.
Le sento muoversi, mani sicure, forti, mani sapienti, ora tremano mentre compongono frasi invisibili che solo il cuore conserverà oltre il dolore antico, oltre la paura, oltre le distanze e il tempo.
“ Fidati di me “
Mi rimane scolpita questa sulla pelle
Le altre le capirò strada facendo.
Genzano di Lucania – ore 19,00 – Rocco Di Bono
O
ragazza dalle guance di pesca
O ragazza dalle guance d’aurora
Io
spero che a narrarti riesca
La mia vita all’età che tu hai
ora.
Coprifuoco, la truppa tedesca
La città dominava, siam
pronti
Chi non vuole chinare la testa
Con noi prenda la strada
dei monti
Silenziosa
sugli aghi di pino
Su spinosi ricci di castagna
Una squadra nel
buio mattino
Discendeva l’oscura montagna
La speranza era
nostra compagna
A assaltar caposaldi nemici
Conquistandoci
l’armi in battaglia
Scalzi e laceri eppure felici
Avevamo
vent’anni e oltre il ponte
Oltre il ponte ch’è in mano
nemica
Vedevam l’altra riva, la vita
Tutto il bene del mondo
oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte
Tutto il bene
avevamo nel cuore
A vent’anni la vita è oltre il ponte
Oltre
il fuoco comincia l’amore.
Non
è detto che fossimo santi
L’eroismo non è sovrumano
Corri,
abbassati, dai balza avanti!
Ogni passo che fai non è
vano.
Vedevamo a portata di mano
Oltre il tronco il cespuglio
il canneto
L’avvenire di un mondo più umano
E più giusto più
libero e lieto.
Ormai
tutti han famiglia hanno figli
Che non sanno la storia di ieri
Io
son solo e passeggio fra i tigli
Con te cara che allora non
c’eri.
E vorrei che quei nostri pensieri
Quelle nostre speranze
di allora
Rivivessero in quel che tu speri
O ragazza color
dell’aurora.
Avevamo
vent’anni e oltre il ponte
Oltre il ponte ch’è in mano
nemica
Vedevam l’altra riva, la vita
Tutto il bene del mondo
oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte
Tutto il bene
avevamo nel cuore
A vent’anni la vita è oltre il ponte
Oltre
il fuoco comincia l’amore.
Avevamo
vent’anni e oltre il ponte
Oltre il ponte ch’è in mano
nemica
Vedevam l’altra riva, la vita
Tutto il bene del mondo
oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte
Tutto il bene
avevamo nel cuore
A vent’anni la vita è oltre il ponte
Oltre
il fuoco comincia l’amore…
(testo di Italo Calvino, musica di Sergio Liberovici)
Buon 25 Aprile a tutti!
https://www.youtube.com/watch?v=PJlAVidYtlM
Villa d’Agri, ore 19:30 – Nuario Fortunato
VOLTI A META’
Appena rientrato a casa dall’ufficio. Oggi il dovere mi ha concesso l’opportunità di una libera uscita, di stravolgere la quotidianità routinaria, di abbandonare ‘le mie prigioni’. A onor del vero non che mi affligga particolarmente la nuova dimensione che sono riuscito a costruirmi su misura, come un impeccabile sarto. Mi ha stupito particolarmente la mia capacità di adattamento, quel saper sgattaiolare furtivamente e abilmente dalla mia comfort zone. E’ incredibile quanto le difficoltà possano trasformarsi in opportunità.
Ammetto
però che uscire lì fuori aggiunge un senso di piccantezza a questo
scorrere lento. In
un’atmosfera sempre più surreale incrocio tanti volti bardati di
chi come me si muove per lavoro. Volti a metà li chiamo io. Volti a
metà che timidamente consegnano sguardi impauriti, spesso occhi
spenti. Qualcuno, come me, prova ad abbozzare un sorriso. Sono
cresciuto nella cultura di quel sorriso che è terapia sociale. Ci si
muove per lavoro. Il Paese, già in ginocchio, non può fermarsi
completamente.
Le
mascherine e i volti bardati sono lo specchio di una nuova società:
una società che non ha più distanze sociali. I volti bardati
livellano i ruoli, ci consegnano individui simili nell’essere
tremendamente vulnerabili. I volti bardati sono quelli di un esercito
silenzioso, dove non esistono tenenti, colonnelli, caporali, ma
soltanto alfieri muniti della medesima baionetta, pronti a
contrapporsi fieramente e stoicamente all’incedere del nemico
invisibile.
Accanto
ai nostri eroi (medici, infermieri, personale paramedico, forze
dell’ordine e volontari) c’è un’altra schiera di eroi: i volti
bardati, i volti a metà. Operai, lavoratori, trasportatori,
imprenditori, commercianti, giornalisti. Un’Italia che non molla.
Chi
non la vive in prima persona o attraverso la testimonianza di parenti
e amici non può comprendere la portata del rischio e della paura. I
volti a metà stanno dando un piccolo, grande contributo, in termini
di sacrificio. Lo si fa per il Paese, lo si fa per la Costituzione.
Il lavoro è un debito di riconoscenza nei confronti di noi stessi,
delle nostre famiglie, del nostro Paese, delle nostre aziende.
Tutti
i volti bardati, tutti i volti a metà, tutti coloro che stanno
continuando a lavorare da casa, probabilmente non sanno della traccia
indelebile che stanno lasciando nella Storia di questo Paese.
Ritorneremo a sorridere. Senza mascherina. Andrà tutto bene. Che
Iddio ci benedica e ci protegga.
Matera, 24 aprile, ore 18.40 – Doreen Hagemeister
“Carta, penna e sole”
Stamattina la giornata si è annunciata bella. C’era un sole incredibilmente splendido che illuminava tutto e riscaldava non solo la terra ma anche l’anima. Mi sento rinascere. Osservo con attenzione il mio giardino: ci sono fiori che sbocciano, le piante sul balcone e sotto il pino sembrano rinate. Alcune di queste le avevo date per irrecuperabili e ora mi stupiscono con la loro perseveranza nel voler vivere. Sono stati giorni lunghi, intrisi di tristezza, condivisa solo con la pioggia incessante. La stessa pioggia, però, ha innaffiato le mie piante, ha lavato il balcone, ha rinfrescato l’aria che ora sembra più pulita.
“Se camminassimo solo nelle giornate di sole non raggiungeremmo mai la nostra destinazione.” (Paolo Coelho)
Un conflitto interiore mi assilla: da un lato sento la mancanza della pioggia che mi faceva compagnia, dall’altro voglio godermi il sole e la luce. Decido di seguire il corso naturale degli eventi. Mi metto in costume e prendo carta e penna. Decido di lavorare “a mano”, senza computer, sotto il sole, come non lo facevo da tempo.
Mi viene da ridere se penso che oggi il mondo celebra la Giornata mondiale delle Ragazze in ICT (tecnologie dell’informazione e della comunicazione), fortemente voluta dall’ONU per mirare alla parità dei sessi anche in questo ambito. Oggi l’informatica e le telecomunicazioni sono fondamentali nella vita di tutti. In questo particolare momento storico tutti abbiamo dovuto fare i conti con le nostre conoscenze informatiche. Abbiamo dovuto imparare nuovi applicativi, ma soprattutto abbiamo dovuto sostituire la nostra vita sociale con una “vita in digitale”.
E pensate, io sono pure sposata con un informatico!
Basta, non ne posso più! Penso a una battuta di Stefano Benni che ho letto di recente: “Computer: cretino ad alta velocità in dotazione, spesso, a cretini molto lenti.” Sarò certamente più lenta del pc, ma lui non è pazzo come me. E dalla mia follia riesco a trarre idee, divento creativa.
Comincio ad abbozzare i pensieri sul foglio. Man mano la pagina si riempie di parole e disegni. Guardando i miei scarabocchi mi vengono nuove ispirazioni. Nel frattempo mi abbronzo. Rileggo e correggo.
“La penna è la lingua dell’anima.” (Miguel de Cervantes)
Mi piace quel che ho “creato”. La sensazione della mano leggermente dolente mi fa sentire viva! Basta poco per essere felici!
Genzano di Lucania, ore 20:30 – Gianrocco Guerriero
Sono uscito qualche ora per necessità anche stamattina. Ho un’altra mascherina personalizzata, un regalo di compleanno: è nera e su un lato è stata ricamata l’equazione di Dirac, che rappresenta una sorta di “biografia” dell’elettrone e prevede l’esistenza del suo “alter ego”, il positrone, il quale ama tenersi “nascosto” nel vuoto quantistico, altrimenti noto come “energia di punto zero”. Mi sembra un ottima metafora, per il nascondimento sociale cui ci tocca sottoporci per un tempo dalla lunghezza imprevedibile, complementare al nostro io-sociale consolidato. Ripetevo ieri che finanche nel linguaggio usato correntemente rimmarrà impressa l’esperienza che stiamo vivendo. Sono certo che già a partire dalle prossime edizioni, alcune espressioni “nuove di zecca” entreranno nei vocabolari. Mi è tornato in mente il periodo in cui imperversava l’AIDS. Giovanissimo, all’epoca, come tutti, ero terrorizzato dal nemico invisibile, anche se a causa della timidezza e dell’introversione che ancora non avevo domato, non potevo considerarmi affatto un soggetto a rischio. Ma mi sono rimaste impresse alcune parole locuzioni che, per analogia, sono tentato a trasferire (o a ridefinire) e a estendere nell’attuale contesto. È poco più di un divertente gioco linguistico, il mio. Mi limito all’elencazione di dieci voci significative.
- Rapporto socialmente protetto: interazione fra individui della stessa specie attraverso l’utilizzo di guanti e mascherina.
- “Se lo conosci lo eviti”. (Pubblicità progresso): campagna di sensibilizzazione atta a promuovere la conoscenza delle norme minime necessarie per proteggersi dai coronavirus.
- Distanza sociale: distanza minima da mantenere in ambito sociale. (Accorciarla denoterebbe scostumatezza e ignoranza).
- Saluto protetto: rito sociale che precede e segue qualsiasi interazione sociale, da eseguirsi secondo le regole indicate nel punto 1.
- Fila protetta: modo di disporsi per accedere a svariate forme di servizi in ottemperanza alle regole indicate nel punto 1.
- Abbraccio occasionale: interazione sociale intima, di cattivo gusto, che prevede il contatto attraverso l’intreccio di corpi e braccia fra persone non appartenenti allo stesso nucleo familiare ristretto.
- Libertinaggio sociale: tendenza perversa ad ammucchiate conviviali.
- Onanismo sociale: piacere sociale solitario ottenuto attraverso tecnologie di comunicazione avanzate sostitutive (TCVS)
- Rapporto orale sociale protetto: sfioramento di bocche e guance con mascherina nel corso rapporti sociali occasionali.
- Sospetto sociale: tendenza legittima a considerare infetto da coronavirus il prossimo fino a prova contraria.
Potenza, ore 21:55 – Luca Rando
Continuo con l’esperimento di Vicinitudini, una delle cose belle di questa quarantena, Condividiamo soprattutto parole, molte riflessioni personali, alcune fissate su carta, e poi racconti da leggere e ascoltare, poesie e tanta musica, che diventa espressione dei sentimenti dei giorni che passano. Così come i film, suggeriti come farmaco per l’animo. ma è soprattutto l’incontro di anime che mi colpisce, la tenerezza delle voci e dei doni che vengono scambiati, le fotografie di una vita che scorre tra pensieri e paure, tra sorrisi e semplicità, reticenze ed espressione di sé senza difese.
Sono le istantanee di questi giorni, che io mi appunto nel quaderno della memoria, le cose importanti, quelle che valgono, quelle che rimangono.
Firenze, ore 22:50 – Rossella Spiga
Una parola che indica pressapochismo ma ha un’anima pretenziosa.
É la prima parola che hai detto che non ho capito subito.
abborracciare
Ma ho immaginato un cappotto appoggiato sulle spalle di una persona conosciuta da poco, appena usciti da un ristorante colti da una fredda e inaspettata tramontana: un abbraccio raffazzonato che sarebbe durato tutta la vita.
Tolve ore 23:15 Rocco Mentissi
Il sole si impadronisce degli angoli della casa ed è il benvenuto, dopo giorni grigi di pioggia. È tanto caldo, mi ricorda Siracusa, la sua piazza infuocata e il greco Platone, arrivato in Sicilia con la sua scienza politica, per nulla ascoltato dal tiranno Dionigi, il quale, addirittura, lo farà vendere come schiavo. La memoria mi conduce anche a Pitagora, approdato prima a Crotone e poi a Metaponto, con il suo carico di musica, matematica e dottrine rivoluzionarie e futuriste. Loro erano extracomunitari scomodi, come lo sono, in fondo, tutti i pensatori liberi e di talento, incompresi, sempre fuori da una comunità o etnica o scientifica o accademica o di qualsiasi altra natura. Libero pensiero, il tuo prezzo è quasi sempre la solitudine.Verità, sei tanto fragile e impopolare da rendere fragile e impopolare anche chi ti segue e ti dedica la vita.
Potenza, ore 23:00 – Claudia Schettini
Stamattina il sole è tornato a farsi vivo.
Il giorno ha assunto, improvvisamente, un altro colore, un colore più caldo, più tenue.
La pioggia e il vento dei giorni scorsi hanno ripulito il cielo e donato un odore più fresco all’aria. Stamattina il paesaggio era nitido e la primavera è entrata, nuovamente, dentro casa.
La strada vuota, costeggiata dai soli alberi imponenti che mi danno una sensazione di sicurezza. Sono lì, immobili, non si spostano. Gli unici punti cardinali che indirizzano il mio cammino durante queste giornate.
I fiori sono sbocciati ormai da tempo e anch’essi hanno il loro posto fisso. A un certo punto del mio percorso so che ci saranno delle margherite sul prato. Loro possono assembrarsi, non c’è un decreto che glielo vieta. Che fortuna che hanno queste margherite. Dietro il curvone c’è una pianta con i fiori lilla; lungo il perimetro della casa dei piccoli alberi i cui rami sono macchiati qua e là di un rosa acceso.
Due case più in alto, eccoli i tre cani che, puntualmente quando sentono anche solo un minimo rumore di passi cominciano ad abbaiare. Ancora più in alto, sulla destra, la casa di amici. Anche il solo passare là davanti, ogni giorno, mi da una sensazione di sicurezza. Nonostante non li veda so che c’è una presenza familiare (fra qualche anno ci ricorderemo delle nostre chiacchiere davanti al cancello, a distanza, in tuta, andando di palo in frasca, da una ricetta appena sperimentata alle previsioni meteo, dai consigli su progetti futuri alle giornate che, inesorabilmente, passano).
Continuo a camminare finché scorgo una casa di un arancione brillante sulla sinistra e, poco più sopra, una roulotte in mezzo ai campi. Sono 45 giorni che quotidianamente mi sto chiedendo cosa ci faccia una roulotte in mezzo al nulla e, soprattutto, se sia abitata da qualcuno.
Salgo ancora più su, controllando di tanto in tanto il contapassi. Ecco il cartello stradale che segna il limite di velocità massimo di 40 kilometri orari. Lo supero e l’ansia comincia a farsi sentire. So bene che di li a poco potrei incontrare dei cani randagi. Però fino alla casetta azzurra dovrei stare abbastanza sicura, in genere sono più in alto.
Stamattina, però, uno di loro ha deciso di farsi vedere prima del previsto. Dai prati ha cominciato a correre verso la strada lasciandomi pietrificata per una frazione di secondo. Alle 8 la strada era deserta, non potevo certo mettermi a correre anche io, non potevo entrare nella casetta blu (in realtà già l’ho fatto qualche settimana fa…per la paura dei cani mi sono infilata nel giardino di questi perfetti sconosciuti chiedendo asilo temporaneo, giusto il tempo per lasciare che gli amici a quattro zampe si allontanassero).
Ho continuato a camminare, dritta per la mia strada…mi mancava ancora un po’di cammino da percorrere prima di potermi ritenere soddisfatta della mia attività quotidiana.
Probabilmente domattina continuerò a salire, ancora più in alto e supererò anche l’altro gruppo di cani.
Oppure, chi lo sa, potrei scavalcare il guardrail e cominciare a correre nel prato verde, o cambiare direzione, o uscire di casa e girare a destra, anziché a sinistr, senza nemmeno sapere dove le mie gambe mi stiano portando, senza nemmeno sapere cosa incontrerò lungo il mio cammino.
D’altronde, il futuro si nutre degli ostacoli
Villa d’Agri, ore 1:30 – Antonella Marinelli
Le case popolari di via Verdi.
Quarantaseiesimo giorno rosso. Ho appena terminato la visione de “La ricerca della felicità”, il classico film che ti fa piangere tutti gli accadimenti che porti con te da sempre. Perché le lacrime alla fine di un film mica hanno un nome, ce li hanno tutti e tutti insieme, nelle cose che hai fallito, in tutto ciò che hai perduto. Ma nonostante tutto non ho mai smarrito il sentiero della felicità.
Non so perché sto pensando alla mia infanzia in via Giuseppe Verdi, quartiere popolare. Un noto imprenditore edile della Val d’Agri aveva fatto edificare tra le due palazzine popolari del rione Verdi un bel palazzo bianco. Ed è prorio al secondo piano del condominio Mazzilli che i miei genitori, insegnanti, destinarono la loro felicità in un nuovissimo appartamento con veduta sul parchetto dei tigli. Tra lastroni d’asfalto e un’altalena che già allora cigolava di ruggine ho vissuto la mia infanzia. Ricordo Maria, una ragazza con cui legai molto. Viveva in una delle case popolari, portava su di un braccio, leggermente più stretto dell’altro, i segni di un parto difficile, cosa che non le impedì di insegnarmi i trucchi della pallavolo. Chiacchieravamo molto. Ma ricordo anche le urla e i suoi pianti quando il padre, boscaiolo, fuori di sé, disperava la madre e gli altri fratelli. E l’estate gridava da quei balconi e quei finestroni il dolore degli umili. Nello stesso palazzo viveva Tonino, con il papà Umberto e la mamma Ninetta. Un giorno sua madre si mise ad urlare fino a consumare le corde vocali perché uno zio, in visita a casa loro quel dì, ebbe una crisi epilettica molto forte e cadde sbattendo la testa sul pavimento. Tonino è poi partito per cercare fortuna al nord. Troppo stretto per lui quel quartiere. Nella stessa via viveva anche Raffaele, un ragazzone possente. Un gigante buono. Era cresciuto con la nonna, perché la mamma indigente si era dovuta occupare degli altri fratelli. Era sempre tirato in mezzo quando solo una siffatta fisicità avrebbe potuto sedare certi animi. Ma non incuteva timore, aveva occhi troppo grandi e profondi. Il primo piano della palazzina A era abitato da Antonietta. Noi imberbi e incoscienti la chiamavano Antonietta “la pazza”, perché la follia le aveva fatto i dispetti spiritandole gli occhi sin da ragazza, quando raccontavano di lei e dei colori di una donna bellissima. La temevamo molto da bambini, temevamo quell’andare disinibito. E soprattutto, ferme nei nostri ricordi di bambini, quelle urla contro il nulla che provenivano dal suo appartamento. Noi pensavamo lottasse con dei mostri terribili. Era così.
Leggo i compiti di italiano dei mei alunni. A qualcuno manca il padre, anche quando ha scelto di andare, non si smette mai di volere bene a un padre. Non si smette mai di cercare un padre. Qualche altro avrebbe desiderato partecipare ai viaggi di istruzione all’estero, ma il costo coincide sempre con l’unica entrata mensile della famiglia. Un altro non scrive di sé, ma i bene informati dicono che il pomeriggio non sarebbe difficile trovarlo con gli scarponi da lavoro nei campi a coltivare il terreno. Il padre deve accudire la madre affetta da gravi crisi depressive.
Cosa sarà accaduto davvero nella vita degli ultimi in seguito a questa grave crisi pandemica? Qualcuno avrà perso il lavoro da precario, qualche altro sarà cassa integrato. Altri ancora avranno dovuto rinunciare alle visite specialistiche ambulatoriali. E se gli ultimi avessero la voglia e la possibilità di scrivere il loro personale diario della pandemia, ho paura di scoprirmi nel disagio del mio retorico dire senza capire.
Dovremmo augurarci una buona Liberazione da tutte le povertà!
Parte il primo esperimento di video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, per voi le prime sei puntate, da ascoltare e vedere con calma, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Da stasera per voi, su TOTEM Magazine. SEGUITECI , IL MARESCIALLO VI SVELERÀ OGNI SEGRETO