CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 25 APRILE 2020

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Veronica Menchise, Vigevano, 20:01 – “26/4”

26/4 di Veronica Menchise

TANTI AUGURI ALLA NOSTRA VERONICA

Potenza, ore 12:20 – Claudia Schettini

25 aprile. Liberazione in lockdown, un ossimoro. Risuona quasi come uno scherzo.

Liberazione è il sollievo, è l’eliminazione di un’oppressione che affligge.

La liberazione ti conduce alla libertà. Quella libertà che 75 anni fa il nostro Paese riuscì finalmente a raggiungere. Quella libertà che, oggi, vorremmo tanto riavere.

Anche parlare di bisogno di libertà, nel XXI secolo, in un paese democratico sembra uno scherzo. Quella libertà che fino a 46 giorni fa era scontata, impossibile da mettere in discussione. Quella libertà di cui disponevamo in quantità talmente elevate da non potercene fare quasi più nulla.

Eh già, le cose acquistano valore solo quando le si perde o quando ci vengono sottratte.

Ma la libertà possiamo trovarla ogni giorno, dentro di noi.

Non c’è bisogno di aspettare qualche ricorrenza speciale, non c’è bisogno di poter finalmente uscire di casa, di poter andare dall’altro capo del mondo.

La libertà ce l’abbiamo sempre, a portata di mano.

La libertà la possiamo esprimere in mille modi diversi e se ci sentiamo in gabbia beh, abbiamo tanto tempo a disposizione per cercare quella maledetta chiave e aprire la serratura.

“Libertà è partecipazione”, diceva Giorgio Gaber.

Rendiamoci partecipi di ogni singolo giorno della nostra vita. Ogni istante è diverso da quello precedente che, ti piaccia o no, non ritorna. Rendiamoci partecipi dei nostri sentimenti, delle nostre emozioni e anche dei nostri timori. Non partecipiamo solo come spettatori esterni. In quest’ultimo caso avremmo poca libertà di intervenire e di aggiustare ciò che meno ci piace. Raramente durante una rappresentazione teatrale uno spettatore si alza, va sul palcoscenico e inizia a cambiare la posizione degli attori o dice loro cosa sarebbe meglio facessero. Si sentirebbe fuori luogo. Un attore, al contrario, ha più voce in capitolo sull’andamento della scena. È più libero di parlare, di dare suggerimenti, di fare proposte. È partecipe, insomma.

Stamattina la foto del presidente Mattarella, con tanto di mascherina, solo sulle scalinate dell’Altare della Patria, mi ha particolarmente colpita. Mi ha fatta sentire parte di qualcosa di immenso, di prezioso, di inspiegabile quasi. Mi ha fatta sentire parte del Bel Paese, parte di un progetto di rinascita, in cui ognuno deve dare il suo piccolo contributo. Non mi sono sentita solo cittadina italiana, Mi sono sentita partecipe della tragedia del Mio paese e, soprattutto, partecipe di quello che verrà dopo.

Un antico detto africano recita “Se vuoi andare veloce, vai solo. Se vuoi andare lontano, vai insieme”.

PS: a proposito di libertà, per i miei fedeli lettori…stamattina andando a correre, quando sono uscita dal cancello, non ho girato a sinistra…bensì a destra. Qualche metro dopo, una macchiolina rossa in mezzo all’erba ha attirato la mia attenzione. Un papavero rosso si distingueva in tutta la sua eleganza. Se non è liberazione questa…


Lauria, ore 21:54 – Giacomo Bloisi

Sono quasi le 10 di sera. Ecco i miei cinque minuti serali che passo sul mio balconcino e in cui mi concedo l’ultima sigaretta del giorno, lontano da pc, smartphone e notizie varie. A sinistra il rintocco puntuale dell’orologio del campanile di San Giacomo e, sotto di me e in lontananza, il rumore limpido e indisturbato della cascata adiacente al Presepe del ruscello che non ho mai sentito così nitidamente bene. Penso che anche questa sia libertà, vissuta in un tempo strano e che in altre diverse occasioni ho definito anomalo. Non passa neppure un auto, segno evidente che i laurioti questa “libertà di starsene in casa” la stanno prendendo bene, e soprattutto apprezzo di più le luci che vedo in lontananza da Trecchina e dalla Seta, quasi a volerci fare compagnia insieme. Anche in questo 2020, in un certo qual modo, stiamo resistendo, e mi tornano alla mente le parole dei miei “saggi”, quei nonni che con i loro racconti sempre significativi e mai tristi (e non è un dettaglio da poco), raccontavano la tragedia della guerra sempre con quella prospettiva legata alla speranza e alla vittoria finale. Ed ecco perché penso che, questo 25 aprile 2020, sia il più significativo che sto vivendo sulla mia pelle, perché nel mio piccolo sto apprezzando in pieno e in maniera concreta, e allo stesso tempo elementare, il mio concetto di libertà. La libertà di non poter incontrare un amico a fine viale, la libertà di starmene a casa e ascoltare un album che mi piace o leggere un libro, ma soprattutto la libertà di sperare che tutto si risolva per il meglio e di credere che ne usciremo. Apprezzo le piccole cose e forse sto diventando “un inguaribile romantico” (parafrasando Vasco), ma questo è oggi per me il 25 aprile, pensare che nessun sacrificio è vano…piccolo o grande che sia e, ovunque ci sia responsabilità, ci sarà sempre spazio anche per una piccola speranza. La sigaretta è finita e rientro in casa, un’altra giornata è passata…ma già so che quelle a venire, non saranno più uguali agli altri giorni trascorsi. Anche quest’ano è stato un buon 25 aprile.

Villa d’Agri ore 23:30 – Antonella Marinelli

Il signor Ugo e l’alzheimer.

Quarantasettesimo giorno rosso. Il signor Ugo è un signore distinto e senza tempo. Arrivò in valle cinquant’anni fa con Anita, sua moglie, pare di nobili natali. Una famiglia benestante e signorile. La vita agiata e tre figli. Il più piccolo dei tre, Roberto, era iscritto al primo anno di Università quando conobbe Cristina, una liceale di Valagri che amava la bici e le uscite in moto con il padre. Nacque tra i due una storia d’amore lunga e non semplice. Cristina viveva alle pendici dell’ultima dorsale appenninica, Roberto a Roma. Quattrocento chilometri di linea telefonica. Tre telefonate al giorno, alle quindici, alle diciotto, alle ventitré. Cristina legò subito con i genitori di Roberto. Frequentava molto casa loro quando lui era fuori per motivi di studio. Cominciarono subito le cene fuori del sabato sera tra Anita e Cristina. I pranzi la domenica con i biscotti alle noci e al miele che tanto piacevano al signor Ugo. Questo signore dalla chioma bianca e spumosa aveva molta simpatia e un grande affetto paterno per la giovane Cristina, al punto che iniziò un rapporto di stima e di amicizia reciproco molto importante. I fratelli di Roberto vivevano fuori e così quando la madre li raggiungeva per qualche giorno, il signor Ugo era ospite fisso dei genitori di Cristina. Lunghi inverni in cene che sembravano non avere mai fine. Si parlava di tutto, di politica, di costume. Erano gli anni di Berlusconi e del Governo Prodi. Il signor Ugo, conservatore e di destra, battibeccava e rideva di gusto con Giovanni, il papà di Cristina, ex comunista iscritto nei DS. Una sera di febbraio si parlò talmente tanto della Valagri degli anni ’80 che, alle due di notte, nessuno si era accorto della coltre di neve che aveva riempito l’asfalto. Il signor Ugo rincasò così com’era arrivato, a piedi, con una MS fumante tra i denti e le mani nel suo loden in puro cachemire, perdendosi nella luce fioca dei lampioni. Quando arrivò il tempo della stesura della tesi, il signor Ugo mise a disposizione il suo tempo e il suo studio per aiutare Cristina. Giorni e giorni di ricerche, spesso fino a notte fonda, fino all’ultimo capitolo. Poi nella vita accade che tutto cambi. Roberto e Cristina dopo undici anni d’amore decisero di non stare più insieme.

Gli affetti perdurano, questo è quello che si raccontano le persone dotate di acume al termine delle relazioni. Ma lo tsunami degli eventi della vita travolge e distanzia. Roberto e Cristina non si sono più visti per anni. Anche il rapporto di Cristina con Anita e il signor Ugo si è annacquato negli incontri sporadici dei conoscenti. Oggi Anita e il signor Ugo vivono ancora soli, ma sono molto avanti con gli anni. Il signor Ugo ha l’alzheimer, non esce più di casa e neanche prima della pandemia. Cristina più volte ha pensato a loro. Ha pensato di provare a sentire la signora Anita. Chissà da cosa sarà stata rimpiazzato il pomeriggio verso la messa domenicale, le lunghe passeggiate in paese con la sigaretta tra i denti, le ore trascorse davanti allo schermo del pc. Una vita tanto intensa come può accogliere lo smarrimento e il lockdown quanto panico e ansia avrà accresciuto in questi due anziani, ora che la solitudine ha più temperamento nella memoria desolata del signor Ugo.

Cristina ha un grande rammarico oggi. Tutti gli auguri negati negli ultimi anni al signor Ugo nel giorno del suo compleanno. Ormai non c’è più tempo. Cristina oggi per il signor Ugo sarebbe una Cristina qualunque.

Matera, ore 18.40 – Doreen Hagemeister

“Bella ciao”

Oggi è il 25 aprile, la Festa della Liberazione. Fino a poco tempo fa si sperava che fosse anche la data in cui potessimo riprendere le nostre vite uscendo dalla quarantena. Non è stato così, ma spero che siamo vicini a un ritorno alla normalità.

Noi siamo a casa e ho approfittato del bel tempo per togliere le erbacce e sistemare alcuni vasi con piante nuove. Una mi piace particolarmente: la barba di Giove, una bellissima pianta grassa con una rigogliosa fioritura che dura tutta l’estate. La mia pianta è molto prospera. È ricoperta da centinaia di fiorellini tra rosa e lilla che sembrano piccole margheritine e danno un tocco di colore al mio balcone. Avverto un forte bisogno di colorare la mia vita!

Mentre faccio questo lavoro, sento dalle case vicine la canzone “Bella ciao”. Questa canzone, forse per il suo ritmo e la melodia, mi mette allegria, pur raccontando una storia triste.

Ora canto anch’io, passando dall’italiano al tedesco. L’ho imparata in tedesco quando andavo a scuola nella Germania Orientale. È forse la canzone più famosa che noi tedeschi associamo agli italiani. Mi viene in mente la città di Bamberg in Baviera, dove gli abitanti allo scoppio dell’epidemia si sono organizzati con bandiere italiane e strumenti, cantando proprio questa canzone in segno di solidarietà col popolo italiano, colpito pesantemente e per primo in Europa. Anche mio marito mette lo stesso brano, indipendentemente dalla musica dei vicini. La sua versione risale a un concerto dell’estate scorsa a Spinazzola, dove lui stesso l’aveva suonata insieme a mia figlia e un gruppo di musica popolare.

Tutti, in qualche modo, lo sentiamo come brano più idoneo della giornata. Non credo sia soltanto una questione legata alla Liberazione dal Nazi-Fascismo, ma ha un valore più ampio. Mentre allora fu cantata per festeggiare la liberazione dalla guerra, ora è diventato un inno alla libertà contro qualsiasi limitazione, come è successo con il Coronavirus che ha confinato mezzo mondo in casa e mette in pericolo la vita stessa degli esseri umani.

Continuo ad aggiustare i miei fiori… mentre canticchio, sottovoce, per non sovrappormi al coro musicale:

Tutte le genti che passeranno
o bella ciao bella ciao bella ciao, ciao, ciao
tutte le genti che passeranno
mi diranno che bel fior.”

Diese Blume, so sagen alle,
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
ist die Blume des Partisanen
der für unsre Freiheit starb

Potenza, ore. 20:09 – Luca Rando

Mi ero svegliato con l’idea di questa giornata, di altri 25 aprile passati in piazza. Ma anche con la semplice idea della liberazione dal tecnologico per un giorno… Non ci sono riuscito, in breve riassorbito dalle tante, troppe cose da fare, immerso nel computer.

La giornata però ha mantenuto l’idea della liberazione, nei tanti messaggi che leggo, nelle tante immagini di un tempo passato eppure ancora vivo e necessario. Tra le tante faccio mio l’augurio di Hilde: “Che la forza che ha animato quei giovani Partigiani, possa essere, oggi, per ciascun individuo, fonte di ispirazione, coraggio e altruistica partecipazione alla vita democratica delle nostre comunità, in qualunque contesto storico ed economico e di fronte a qualsiasi difficoltà”.

Gianni D’Elia, Memoria:

«Andatelo a dire
ai caduti di ieri
che il loro morire
fu come le nevi…»
«No, i fuochi di un tempo
non trovano pace,
la cenere al vento
riscopre la brace…»
«Una cosa il giudizio,
un’altra la pietà,
lottare per la morte
o per la libertà…»
«L’unica dignità
della nostra storia
è la memoria
della verità…»
«Alla vecchia e alla nuova
Resistenza italiana,
contro l’odio che odia,
per l’amore che ama…»
«Andatelo a dire
ai caduti di ieri
che il loro morire
fu come le nevi…»

Potenza, ore 19:00, Annamaria

25 Aprile: per chi sta resistendo negli ospedali, con le cicatrici sul naso e i turni infiniti.

Per chi alla fine non ce l’ha fatta, su quei letti. E ha resistito fino all’ultimo, da solo, combattendo persino contro il proprio respiro. Per chi resiste al dolore, alle lacrime, alla perdita, senza poter fare nulla. Impotente. Per chi ha perso il lavoro, per chi lo perderà, e resiste di fronte a quella maledetta saracinesca chiusa. Per chi è lontano da tutti, dall’amore, dagli affetti e resiste ripetendosi che passerà.

E per tutti noi, che a modo nostro, oggi siamo un po’ partigiani. Con le nostre paure, le nostre ipocondrie, il nostro coraggio. Per noi che presto, resistendo, libereremo l’Italia da questo virus.

Piacenza, ore 17:50 – Antonio Calabrese

SITUAZIONE EPIDEMIOLOGICA DI UNA POESIA DI PROVINCIA n.3

Oggi è festa e qualcuno non lo sa.
Lascio decantare l’umido una settimana
Per aver l’onore di vivere quindici
Dignitosi minuti d’aria al pomeriggio.
Sarà questa la mia liberazione.
Non ho parenti eroi da ricordare,
Non potrò deludere le loro gesta,
Vantare un orgoglio a cui certi nipoti
È possibile incensare per un giorno
E pisciarci sopra su quelli che restano.
Mio nonno non si è ribellato, mia nonna
non ha preparato pane ai ribelli.
Non c’è un premio per andarne fieri
Ma neanche uno per doversi vergognare.

Potenza, giornata senza orario – Antonio Califano

Un anno fa, il 25 Aprile, ero a Bologna. Era una splendida giornata di sole, ero al Pratello, pieno di gente, di bandiere di giovani, di bambini. Bologna è bellissima quando il rosso dei mattoni si anima ai raggi del sole, il Pratello è un quartiere del centro ancora popolare ed autentico, avverti l’antifascismo dappertutto è come se si sentissero ancora i colpi provenienti dalla vicina porta Lame dove i partigiani affrontarono fascisti e nazisti e si conquistarono il diritto alla libertà con le armi. Vedo le foto, anche oggi il Pratello è bello, vuoto ma pieno , senza le persone ma con le persone, tutti i suoi abitanti hanno tappezzato la via con una loro foto e con le bandiere, mi manca la birra al “Barazzo” e la piadina sotto i suoi portici, gli “stand” internazionalisti, le pubblicazioni e le fanzine più strane, la bigiotteria etnica, il vociare di quei bambini in bicicletta. Oggi mi ha preso quella tristezza/felice che spegne per un po’ il mio macinare pensiero. Tra poco monto il sax e attacco, non “Bella Ciao”, sarebbe banale, ma “My favorite Things” del compagno Coltrane e “chi si è visto si è visto”, come diciamo noi terroni, razza inferiore. Feltri….ma va f…c….!

Parma  ore 16:06. Cristina Cogoi 

La libertà è strana 

Tu la possiedi e lei ti viene rubata 

Tu la sprechi e lei ti rimane accanto 

Tu la combatti e lei si arrende

Tu la aneli e lei si consegna a te 

Tu la regali e lei si ricicla

Tu la canti e lei si silenzia 

Tu la vivi e lei si spegne 

La libertà è un soffio di vento 

Basta un nulla per perderla e neanche una vita intera per assaporarne l’essenza.

E allora tutti a sprecarla a deriderla a darla  per scontata sino a quando veniamo imprigionati dai nostri stessi pensieri dalle nostre paure, dai nostri più profondi silenzi ed ecco che lei come per magia, riappare e ci corteggia di nuovo come un amante capriccioso, e ci fa capire che nulla è scontato nulla è dovuto nulla è come sembra  ma solo come ci ostiniamo a voler vedere o peggio fingiamo di voler vivere.

Villa d’Agri, ore 11:00 – Nuario Fortunato

NON SI VIVE DI SOLO PANE

Credo molto nella simbologia del corso degli eventi, del destino. Piccoli incastri, apparentemente insignificanti, che tracciano una via, che lanciano un segnale, che lasciano un segno. Come briciole che indicano un sentiero. Frammenti lasciati lì in un puzzle tanto casuale quanto incredibilmente geometrico.

Capita che tiri fuori la mia magic box, di quelle che ognuno di noi custodisce e conserva, e ritrovi una foto in bianco e nero di mio nonno in abiti militari. La carta, di quelle ruvide, è impallidita, se non ingiallita. Profuma di storia e di tempo passato. Lo sguardo in foto è rigoroso ma non può nascondere gli occhi belli, puri e quel suo sorriso tremendamente intelligente.

Mio nonno partì militare per Sanremo. Poi Ventimiglia, Mentone, Francia, fino ad arrivare sulle Rive ghiacciate del Don. Fu mandato a combattere una guerra che non voleva e che non capiva. Fu mandato a combattere una guerra che mutò stagioni, strategie, nemici e alleati, senza che quei soldati come mio nonno, quei padri come mio nonno, quei mariti come mio nonno, quei figli come mio nonno, quei fratelli come mio nonno, quegli italiani come mio nonno, quegli individui come mio nonno potessero avere la possibilità di decidere, di scegliere, di comprendere.

La pellicola della sua storia sembra uscita da un laboratorio di tecnica documentaristica sperimentale. Racconto e analisi, narrazione e parafrasi, prosa e rielaborazione. Come toccare la storia con mano, senza retorica. Come emozionarsi per la storia e nella storia, vivendo l’angoscia e assaporando il risveglio, soffrendo per il terrore e rinascendo infinite volte.

Migliaia di chilometri percorsi a piedi, i ricoveri di fortuna, i nascondigli audaci, i pranzi fatti di bucce e le cene di erbe. I cieli stellati come una coperta divina ad adornare gli spigolosi giacigli, le albe per contare i giorni, i mesi, gli anni. Le fughe eroiche ed epiche da sicure esecuzioni, i fucili, le rovine, le stragi, la miseria umana. Il sibilo dei proiettili, lo scroscio delle bombe, i pianti disperati, le urla devastanti, il rantolo della morte. L’arguzia di fingersi morto tra i morti, l’audacia di fingersi vivo, lì dove la vita non c’era. La disperazione, la solitudine della paura e la paura della solitudine.

Ci mise mesi mio nonno per tornare. Portò in dote con sé una barba lunga, i pidocchi, la pleurite e la polmonite. Tornò a condurre una vita normale. Capocantiere, agricoltore, attivista politico, icona di civismo. Mai un’imprecazione contro la sua Nazione, mai un ravvedimento blasfemo contro la sua Patria. Mai. Quando gli chiedevo cosa, nonostante tutto, lo spingesse a rispondere al richiamo appassionato delle pulsioni politiche e civiche, mi rispondeva, con semplicità ma con immensa profondità, che ‘non si vive di solo pane’.

Credo che dinanzi al dolore si possa reagire in due modi e si possano scegliere due strade: mio nonno scelse la strada dell’umanità, probabilmente della cancellazione parziale del ricordo, della redenzione del futuro. Mio nonno capì che l’amore per la libertà e la democrazia erano più forti della retorica del nichilismo, che Dio era più grande di ciò che era stato costretto a fare. Capì che Dio se non può cancellare l’odio dal mondo può cancellarlo dentro di noi, dalla nostra memoria più intima.

I suoi racconti, probabilmente un po’ romanzati, per me hanno rappresentato una liturgia che diventava verbo, un’eredità testamentaria che si faceva verità storiografica assoluta. Mio nonno raccontava non soltanto per diletto ma per farci capire quale immenso bene fosse la libertà. Perché imparassimo ad amarla e a difenderla. Sempre.

Genzano di Lucania, ore 15:15 – Gianrocco Guerriero

Sono a casa come quasi tutti in Italia. Oggi è la festa della Liberazione. Io sono fra quelli che credono nel valore di questa ricorrenza. Sento fra le mani il calore e la viscosità di tutto il sangue versato (da una parte e dall’altra) per poter costruire la struttura sociale in cui sono venuto al mondo: offrirei anche il mio, per ricambiare, se fosse necessario lottare un’altra volta. Tuttavia non è facile parlare di “libertà” fintanto che non ci sia messi d’accordo sul significato da attribuire alla parola. E sono convinto che un significato possa considerarsi intellegibile solo quando lo si riesca a traslare, anche solo a livello di immaginazione (di esperienza mentale, per così dire) in una azione. In tal senso, sono pragmatico à la Pierce. Evitando qualsiasi speculazione filosofica, dunque, mi limito a proporre un quesito-esempio che desidero lasciare aperto. Immaginiamo un grande condominio e chiediamoci: uno qualsiasi degli individui che vi abitano è libero di dare fuoco al proprio appartamento?

Penso che la risposta a questa domanda non sia diversa da quelle che esigono rispettivamente la crisi politica che stiamo vivendo da qualche anno a questa parte e gli interrogativi di natura sociale che ci attanagliano oggi a causa della pandemia. Esse – le domande – hanno rilanciato in campo la parola “libertà” ed è quantomai necessario reimparare le regole del gioco.

Breda di Piave, ore 9.00 – Federica Neso

È S.Marco!!E’ la Festa della Liberazione!!!

Il nostro Governatore ci ha dato l’illusione che siamo verso la fine lasciandoci andare a prendere cibo da asporto anziché farcelo portare…ed è sembrata subito festa…

. Ma mio figlio mi chiede quando potrà andare dai suoi amici..quando quella pizza se la potrà godere con loro…

Sta finendo tutte le energie… I sorrisi sono ogni giorno un po’ più spenti.

Alla fine sono loro questi ragazzi ad aver perso molto… Dalle vacanze di carnevale si ritrovano ad uscire per le vacanze estive… Senza le feste di fine anno scolastico, senza festeggiare la fine del campionato, senza salutare di persona gli insegnanti per chi ha finito un ciclo scolastico… E nel peggiore dei casi senza aver potuto salutare i nonni….

Si usciranno ma avranno perso molto… Una generazione che sta attraversando un buco nero… Speriamo abbiano la forza, perché in questi casi anche se tendi una mano poco vale, di non farsi trascinare in quell’assenza.

Saranno forti.

Me lo auguro.

Buon San Marco ?

Potenza, ore 10:30 – Claudio Elliott

La cognizione del tempo durante l’isolamento

Non so cosa capiti nella mente degli altri, ma posso dire con assoluta certezza che in questo periodo ho perso ogni cognizione del tempo: non so che giorno della settimana sia né la data. Quando ne ho parlato con mia moglie e ho addebitato questa sorta di amnesia al virus, lei mi ha guardato con compatimento: – Virus? Anche quando perdi gli occhiali pur avendoli sul naso, è colpa del virus?

– Vabbè, quella è distrazione.

– Consolati con la distrazione, tu. Non sei più un giovanotto.

Ho capito dove vuole andare a parare e cerco di parare il colpo, giocando d’anticipo: – Rimbambimento senile, vuoi dire?

– Non l’ho detto.

– Ma lo hai pensato. Però credo che questa volta ti sbagli: da quando siamo in isolamento, e la colpa è del virus, è come se il tempo scorresse più lento: gli impegni si sono diradati, non possiamo vedere gli amici con cui ammazzarlo, il tempo; non si hanno documenti da firmare e datare. Ti vai a lavorare e questo ti facilita.

– Giusto. So sempre che giorno è, che data è.

– Ma noi che non lavoriamo più non abbiamo punti di riferimento: è una sorta di disorientamento temporale.

– Queste profonde riflessioni come ti sono nate, stamattina? – mi chiede lei, che ha sempre apprezzato la mia superficialità.

– Mi hai chiesto tu di andar a fare la spesa, munito di guanti e mascherina?

– Certo. Ti ho anche scritto la lista delle cose da comprare. A proposito, hai lasciato le buste in macchina?

– Le buste sono macchina, sì.

– E come mai  non le hai portate a casa?

– Sono vuote.

Impallidisce quando mi chiede: – Non hai preso la lista?

– L’ho presa, l’ho presa.

– E allora, perché le buste sono vuote? Guarda, non ci capisco più niente, con te. Esci a fare la spesa, hai la lista ma non compri nulla. Ah, ho capito: hai lasciato il bancomat a casa. Distratto, diciamo.

– Ce l’ho, eccolo – e lo brandisco e lo sventolo e me lo faccio passare tra le dita per poi avvicinarmi al calendario e indicando la data odierna. Le chiedo: – Oggi che giorno è?

– Ehm. Dunque, ieri ho lavorato, oggi non devo andare. Ah, è sabato. Cos’è questa commedia con il bancomat?

– Giusto per farti avvicinare qui, al calendario. Sabato, sì. Ma è  il 25 aprile, festa nazionale. E sono tutti chiusi.

Non sa cosa dire. Si rifugia nel solito: – Vuoi un caffè? – e senza aspettare la risposta svapora verso la cucina.

Potenza, ore 18:00 – Giampiero D’Ecclesiis

25 aprile, festa della Liberazione.

Grazie. Credo che questo sia un giorno che non possa che iniziare con questa parola.
Dopo una mattinata rinfrancata dall’assenza di fascisterie istituzionali, trascorsa nella sacrosanta celebrazione di una giornata che tutti dovrebbero festeggiare indipendentemente dalla loro collocazione politica (eccezion fatta, naturalmente per i fascisti), il pomeriggio mi rilasso.

L’ottimo Paride Leporace pubblica i suoi 10 titoli cinematografici sul tema, tutti film che ho visto e, prima ancora che faccia la comparsa tra di essi, mi viene in mente di celebrare la mia Festa della Liberazione andandomi a riguardare “Le quattro giornate di Napoli” di Nanni Loy.

Adoro questo film, mi tocca nelle mie corde più profonde per un’infinità di ottime ragioni che hanno a che fare con il background personale, familiare, è un film che da un po’ non vedo perché la sua visione, è più forte di me, mi scatena sempre la stessa, irrefrenabile reazione emotiva.
Trovo il film grazie al web che è una meravigliosa inesauribile biblioteca sempre disponibile, ne inizio la visione e cerco di dispormi ad essa con la migliore serenità d’animo.
Eccole la le scale dell’Università, quante volte mi sono seduto sotto quei due leoni, quel viso del marinaio così giovane e così bello, l’uomo in giacca, sudato, che traduce le parole aspre del comandante del picchetto tedesco.

La gente raccolta alla base della gradinata che assiste.
Tutto è pronto per la fucilazione, ma non basta, il pubblico deve gradire, deve applaudire, ma chillu guaglione ‘ngoppa ‘e scale pare nu Gesù Cristo in croce, chiagne, nun vole murì e appresse a isso chiagnene ‘e persone, l’uomo con la giacca obbligato a tradurre per i tedeschi suda,

Nun chiagnite! NUN CHIAGNITE! Ca chiste ve sparene ‘nguolle! Applaudite! Dovete applaudire!”

E tra le lacrime qualcuno tra la folla inizia un applauso ancora più doloroso delle lacrime.

Una canzone meravigliosa e struggente come solo a Napoli si sono composte recita:

Quanne sta a Santa Lucia,
Signurì ce dice a nuie,
là ce steve a casa mia,
so’ rimaste sultante ie.
E chiagnenne
chiagnenne s’avvia
ma po’ a nustalgia
fa presto a fernì.
Basta che ce sta ‘o sole
ca ce remaste ‘o mare
na nenna a core a core
na canzone pe’ cantà.
Chi ha avuto
ha avuto, ha avuto.
Chi ha dato,
ha dato, ha dato,
scurdammece ‘o passato
simme ‘e Napele paisà.

Succede quello che succede sempre, piango. Piango con i singhiozzi. Piango di dolore autentico, di un dolore che chi non ha almeno una parte del cuore napoletana non lo può capire. Mi alzo, vado in bagno e mi lavo la faccia, ricaccio indietro quelle lacrime e quel groppo pesantissimo che mi si è formato sulla bocca dello stomaco.

Mi risiedo. Voglio finire di vedere il film.

Un camion fermo ad un incrocio, uomini con le mani alzate che vengono caricati, mitra spianati, il suono dure di ordini urlati in tedesco poi da due scalinate che scendono verso l’incrocio le donne.
Una massa prima disordinata che pian piano diventa compatta, silenziosa avanza, inarrestabile, i soldati gridano, minacciano, dai camion i richiami degli uomini trascinati via “Carmeliiiii….Cunce…..” e quei visi con i fazzoletti in testa che diventano di pietra, una marea montante che avanza, una marea d’amore e di forza, i soldati arretrano e l’onda avanza, ad un tratto un grido furente, come il richiamo di una belva ferita:

Arredatece l’uommene nuoste!” iniziano “le giornate”.

Ecco, piango di nuovo, irrefrenabile, a singhiozzi. E’ successo di nuovo. Devo fermarmi. Mi lavo la faccia di nuovo, mi affaccio alla finestra e l’aria fresca sul viso mi placa la commozione, mi resta una traccia di furore che con una brace ardente piano di placa sotto la cenere.

Buon venticinque aprile a tutti

https://www.youtube.com/playlist?list=PLTnbehVW51PTcMSodQljAfkg7yNoZqbM0
LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO : LA MANO DEL DIAVOLO

Parte il primo esperimento di video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, per voi le prime sei puntate, da ascoltare e vedere con calma, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Da stasera per voi, su TOTEM Magazine. SEGUITECI , IL MARESCIALLO VI SVELERÀ OGNI SEGRETO
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