
Potenza, ore 24:00 – Milena Grassi
Sono giorni che pulisco sul pulito, spolvero, disinfetto ogni angolo della casa. È arrivato il tempo dello scantinato?
Lo scantinato, si sa, è un piano sotto strada, il sole ci arriva appena e questo mi crea un po’ di disagio.
Ma oggi ho sete di ricordi e so che è nel silenzio di quello stanzino che la mia memoria desidera rifugiarsi.
Si, ho sete di ricordi e non è un caso.
Lì tante cose magicamente vivono: una canna pesca, gli stivali ancora infangati, quella tua camicia di flanella e le pinne e la maschera da sub e …. e…. e….
Lì dove tutto dovrebbe essere silenzio c’è invece il vociare dei ricordi , di impronte e di odori.
Lì, sono in attesa di essere sistemati, spolverati e puliti.
Poi guardo loro e ritrovo il tuo sorriso in Lucrezia, la tua generosità in Aristide, la tua ironia in Alberto e il tuo nome in nostro nipote Edmondo.
Non è un caso, domani è il tuo compleanno, sono serena e io resto a casa
Potenza, ore 12:03 – Claudia Schettini
Stamattina mi sono svegliata con la voglia di un mega croissant, cercando di ricordarmi l’ultima volta che ne avevo assaporato uno. Non mangiato, ma assaporato, gustato, goduto.
Sarà che era domenica e la domenica, quando ero più piccola, nonno mi andava a comprare il cornetto alla crema, il mio preferito. Non vedevo l’ora di addentarlo.
Inizialmente adoravo quello del bar affianco casa. Erano enormi e così pieni che, puntualmente, finivo per macchiarmi tutta.
Poi c’è stato il periodo in cui impazzivo per i cornetti di un’altra pasticceria, un po’ più lontana da casa per cui nonno doveva prendere la macchina.
Poi è stata la volta di una pasticceria ancora più lontana, ma nonno comunque arrivava anche li per comprare i cornetti per la colazione.
Se nonno era impegnato, nessun problema, ci andava nonna però mi dovevo accontentare del cornetto del bar affianco casa. Non male comunque.
Poi i miei nonni hanno incominciato a fare l’impossibile per portarmi il cornetto tutte le mattine, quando capitava che mi trovavo a casa per qualche giorno. A volte non si mettevano d’accordo e me ne arrivavano addirittura due. Appena aprivo gli occhi e andavo in cucina a prepararmi il caffè, la signora che ci aiutava in casa , puntualmente, mi ricordava che anche quella mattina mi avevano portato la colazione. Eccolo lì, il sacchetto bianco di carta sul tavolo, posato sopra il giornale. Lo fissavo e me ne tornavo a bere il caffè sotto le coperte.
Poi è stata la volta del “cornetto solo nelle occasioni speciali”, come il mio compleanno.
E poi i sacchetti hanno incominciato ad accumularsi, l’uno sull’altro.
“Domani apro quel sacchetto “…E poi anche i giorni hanno cominciato ad accumularsi, proprio come i sacchetti.
Poi i cornetti hanno smesso di esistere e sono rimasti immobili nelle vetrine delle pasticcerie.
Eppure i miei nonni non hanno mai smesso di chiedermi se volessero portarmi il “sacchetto”.
Stamattina ho sentito la nostalgia del sacchetto e, di quel dolce sapore che dava un inizio diverso alle mie giornate…girovagando con la testa e con il cuore “à la recherche du temps perdu”.
Firenze, ore 22:25 – Rossella Spiga
Questioni di corrispondenza
Scambi di lettere piene di segreti,
carte ripiegate con cura nel cassetto dei sogni,
la corrispondenza custodisce l’armonia degli intenti tra corrispondenti
non sempre d’accordo
ma che si incastrano corrispondendo,
si spettano l’un l’altra
e si aspettano
per vita al numero più grande che esista:
Due.
Matera, ore 21.00 – Doreen Hagemeister
“Cambiamenti”
È di nuovo domenica e noi, come oramai di consuetudine, ci regaliamo la grigliata domenicale. Ma sinceramente non riesco a godermela come le altre volte. Il tempo è bello e il cibo eccellente. Non manca neanche un vino di qualità. Quel che manca è vedere altra gente. È come se cercassimo, inutilmente, di sostituire l’uscita del sabato con gli amici.
Cerco di non pensarci e mi godo i ragazzi che ridono e scherzano. Ci mettiamo tutti a giocare tra risate e battute.
“Un sorriso è una curva che raddrizza tutto.” (Phyllis Diller)
Poi si torna alla routine. Ho iniziato a svuotare gli armadi e a risistemare la cucina. Ieri abbiamo cambiato anche la disposizione dei mobili del soggiorno. Devo dire che sto facendo un gran bel lavoro e ne sono fiera. Rifletto sul fatto che inconsciamente ho bisogno di cambiamenti. Evidentemente tutto quel lavoro, necessario solo in parte, serve più che altro a me e alla mia famiglia. Ci siamo stancati delle quattro mura, per cui cerchiamo di renderle nuove. Di idee per cambiare ne ho davvero tante, ma non mi basterebbe un’altra quarantena come questa! Mi metto la musica e continuo a sistemare.
Ma oggi un cambiamento c’è stato. Abbiamo ordinato la pizza. È la nostra prima pizza da quando siamo in quarantena. E devo dire che è superba! La pizza del pizzaiolo è diversa da quella fatta in casa. È un po’ come mangiare le patatine fritte a casa. Quelle delle bancarelle della Festa della Bruna saranno sempre migliori. Mi godo ogni singolo morso, mentre ascolto le parole del Premier Conte che parla in tv.
Ed è passata un’altra giornata. Non conto più i giorni che sono confinata in casa. Mi sembrano una piccola eternità. “L’eternità è lunga, soprattutto verso la fine.” (Woody Allen)
Siamo davvero passando alla fase 2. Nonostante si sapesse da giorni in cosa consiste il nuovo Decreto, rimango a bocca aperta. Non ci volevo credere. Avevo bisogno di sentirlo con le mie orecchie. Qualcosa sta cambiando davvero. Potrò di nuovo uscire, anche se con limitazioni. Spengo il computer e, affacciandomi sul balcone, guardo la strada, quella strada che non percorrevo da giorni, settimane, mesi!
Guardo la Luna, è sottile ma incredibilmente luminosa. Rido: la Luna sta crescendo, la mia pancia sta crescendo, il mio ottimismo sta crescendo!
W il cambiamento!
Genzano di Lucania, ore 21:00 – Rocco Di Bono
I dati sono datati: un piccolo gioco di parole per introdurre un argomento che non è affatto un gioco. A inizio 2010, la Basilicata era l’unica regione con il segno negativo nella colonna sulla “crescita totale” degli abitanti. Un progressivo spopolamento che la politica ha provato a contenere, in quest’ultimo decennio, con una serie di progetti e programmi, tutti dai nomi altisonanti, ‘Patto con i Giovani’, ‘Cento Talenti’, ‘Basilicata Pop-Basilicata Rock’, “Nuovi fermenti”, e via elencando. Il risultato, dieci anni dopo, è sconfortante: assieme al Molise, la Basilicata è la regione perde più abitanti, l’1% in meno. In pratica, è come se ogni anno un paese di cinquemila persone scomparisse nel nulla, emigrando altrove. La Basilicata, poi, è anche la regione con la più bassa aspettativa di vita, che qui è pari a 80,2 anni per gli uomini e a 84,5 per le donne. Mentre i nostri paesi si svuotano, si riempiono, in compenso, le tasche delle multinazionali, per le quali il nostro territorio è diventato un boccone ancora più appetitoso, tanto da bucarlo sopra – con processioni di pale eoliche e schiere di pannelli fotovoltaici – e sotto – con i pozzi di petrolio della Val d’Agri. E così, quando in una domenica di sole di fine aprile, ti capita di aprire la finestra e di trovarti di fronte strade vuote e piazze deserte, non ti meravigli: il coronavirus, in fondo, sta solo rendendo più visibile e chiaro ciò che da tempo era sotto i nostri occhi e facevamo finta di non vedere. A quelli che ancora si ostinano a restare, in paesi e città che diventano ogni giorno più vuoti, valga come consolazione una canzone… di ritorno. Nell’autunno 1963, Mina incide “Città vuota“, una cover di “It’s A Lonely Town” di Gene McDaniels. Nonostante la mancata promozione televisiva (Mina era stata bandita dagli schermi a causa delle sue vicende sentimentali), la canzone funziona e arriva in testa alle classifiche, dove ritornerà quindici anni dopo, in una nuova versione arrangiata da Pino Presti, che vede la luce in piena epoca disco-music.
Se tornano le canzoni, forse possono tornare anche le persone.
Potenza, ore 18:49 – Luca Rando
Ho fatto un patto con Michele: non ci tagliamo barba e capelli fino a fine quarantena. La barba l’ho sempre portata. Da quando è iniziata a crescere è diventata per me una sorta di protezione, di maschera con cui difendermi, nascondermi. Sono state rarissime le volte in cui l’ho tagliata completamente (dopo la nascita di Michele, ad esempio), il più delle volte la accorciavo soltanto, specie in estate. D’altra parte non mi so più vedere senza, è diventata espressione di me, anche se mi invecchia, anche se è diventata ormai bianca, come i capelli.
I figli adolescenti sono un cruccio non da poco in questa fase e mi chiedo se sarebbe stato così anche nella vita pre-quarantena. Francamente credo di sì, con aspetti probabilmente diversi, ma le preoccupazioni ci sarebbero state comunque, Il problema è che siamo genitori-insegnanti e quindi in qualche modo doppiamente preoccupati di ciò che fanno i nostri figli, dello spreco di tempo dietro i cellulari. Sono padre severo un po’ rammollito da questo tempo diverso. E poi mi sembra che se il primo e l’ultimo, per ragioni diverse, siano in grado di prendere le cose con il giusto giudizio e di lavorare opportunamente quando serve, anche guidati magari, il mediano ha un carattere diverso, silenzioso e apparentemente strafottente ai rimproveri, solitario e indolente. In parte mi rassomiglia nel suo fare parte per se stesso, senza curarsi degli altri, neanche dei fratelli che si alleano tra di loro. Nella solitudine che è ancor più evidente in questi giorni. Il cellulare, un libro, una stanza vuota è tutto quello che gli serve. Anch’io sono stato così, però ricordo pure la sofferenza di certi momenti, inevitabile certo, ma che vorrei gli fosse risparmiata visto che sono qui, che siamo qui. Ma lui non dice una parola.
Parlare. Pensare. Questo faccio in questi giorni, nient’altro. Spesso parole vuote, ma sempre facendo attenzione, perché “le parole sono tenere, intrattabili e vive”, sempre importanti. E allora? E allora quando parla di barba e di nascondimenti, di figli e di oggetti, di scuola e vicinanza non faccio altro che parlare di me e del mondo, di quello che sono e di quello che vorrei cambiare. Per me. Per i miei figli.
Genzano di Lucania, ore 18:35 — Gianrocco Guerriero
Stamattina c’era il sole. Adesso piove. Mi sono sempre piaciuti, i capricci di Primavera: sembrano quelli di una donna innamorata: mi fanno tornare il piacere dell’attesa. Ho smarrito il senso del tempo: non è che ne abbia mai avuto tanto, ma ora l’ho perso del tutto. I nomi delle ore, dei giorni e dei mesi mi sono familiari, ma non riescono a dirmi più niente riguardo alla durata: sono punti in una geometria conforme: ecco, questa è la definizione più esatta che mi viene in mente. La durata, quella la stabilisco dalla quantità di pagine che riesco a leggere e a scrivere e dalla qualità dei pensieri che concorrono a far evolvere la mia identità nel tempo. Ho deciso che prima del 4 maggio (giorno del parziale “ritorno”) compilerò una lista dettagliata delle cose che hanno riempito i miei ultimi cinquanta giorni di vita, fra i più intensi che abbia mai vissuto. C’è una sfida collettiva alla quale intendo partecipare, adesso: rimettere il mondo in mare su una rotta migliore.
Potenza, ore 17:00, Annamaria
È pomeriggio, e sono in giardino alla ricerca del sole, come ormai accade quasi sempre da quando è sbocciata la primavera.
Sono molti i pensieri che mi passano per la testa in questi giorni: chissà cos’altro succederà, se usciremo mai da questa situazione, se torneremo davvero alla normalità.
La vita ci insegna che gli avvenimenti spiacevoli nascono appositamente per poi poter vedere la luce. So che a primo impatto questa frase può sembrare sciocca, ma per me non è così, perché d’ora in poi ognuno di noi sarà più consapevole di tutto ciò che ha sempre avuto ma dato per scontato, come a dire “tanto è lì, ce l’ho quando voglio”.
E no, le cose non vanno proprio così. Poi all’improvviso arriva qualcuno o qualcosa che te le toglie e solo allora ne percepisci l’importanza.
Non voglio portare alcun rimorso dentro di me, perciò di ogni minima “cosa” e persona che ho nella mia vita, anche se non fisicamente, anche se solo con il pensiero, adesso, ne avrò sempre cura, fino all’ultimo.
E voglio essere positiva e pensare che proprio come il sole tramonta e il giorno dopo è ancora lì a rifarlo, sempre con colori più accesi, io sarò qui pronta a tornare a sorridere ed a vedere ogni giorno qualcosa di bello e di nuovo.
In fondo, se il lieto fine non c’è quasi mai, ci regaleremo sempre nuovi inizi.
Potenza, ore 18 – Antonio Califano
Oggi si esce, si osa, tracimo ai quartieri confinanti, allarghiamo i confini del mio Risiko territoriale, mi doto delle mie armi: mascherina nuova di pacco, occhiali da sole, mi cambio anche la giacca, via il vecchio giubbino invernale. Attraverso il ponte di Francioso ed entro in territorio straniero, poca gente tutti protetti, quando i rari camminatori sono lontani mascherina abbassata al mento, quando si arriva a pochi metri si coprono, in un sincronismo meccanico, bocca e naso. Sembriamo tanti cavalieri medievali che si incrociano ad un bivio, abbassano la grata dell’elmo pronti allo scontro, “cedimi il passo marrano o battiti per il diritto a passare!” Era uno dei giochi che facevamo da bambini tra quartiere e quartiere, finiva sempre con innocue sassaiole, stando attenti a non colpirci ma ogni tanto qualcuno si faceva male, gli americani li chiameranno più avanti effetti collaterali e nessuno dice niente, se accadeva a noi le nostre mamme tornati a casa ci davano il resto, le mamme meglio dell’ONU. Proseguo per il Campo Sportivo, citofono ad un amico che si aggrega, dopo aver “rimediato” il pranzo citofonando ad una condomina con la scusa di chiedere “cosa era quel magnifico odore che si sentiva nelle scale”, delicate strategie di sopravvivenza di single con gli occhi azzurri in una comunità che è ancora un conviviale paesone e meno male. Continuiamo per viale Dante, incontriamo una cara amica in “fase passeggiata”, bellissima con i suoi capelli neri al sole, con una mascherina che ce la fa sembrare una odalisca e, sempre nel rispetto delle distanze di sicurezza, si aggrega, il compagno rude meridionale amico dei nostri sabato goderecci è rimasto in casa a fare le orecchiette, la pandemia al servizio della parità di genere, il viaggio continua. Al secondo doppiaggio della chiesa di Santa Anna, ci raggiunge un quarto membro della spedizione, ci scambiamo “ragionamenti” mentre cominciamo a sbavare come i cani di Pavlov passando davanti al “Blue Moon”, è l’ora dell’abituale Spritz ma non si può, tutto chiuso. Incontriamo altri solitari passeggiatori, ci si saluta, si fanno battute, si urla da lontano per farsi sentire. Ci “sciogliamo” ai confini del quartiere Santa Croce, io doppio la statua della “Madonnina” e ritorno alla base, i nomi dei quartieri, dei luoghi evocano una sorta di “crociata” per liberarci del coronavirus infedele, mi sento tanto un cavaliere Templare. Ritorno alla base, km percorsi 7, va bene, oggi prendo l’ascensore per salire al quarto piano del castello, ma non diciamo niente alla castellana che se no si incazza, nell’ascensore si può subire un agguato degli infedeli come Orlando a Roncisvalle, ed è capace che oggi non si mangia per punizione.
Asti, ore 16,15 – Carmela Bruscella
Forse per qualcuno è stato così.
“Ma cos’è questo suono? Sembra provenire da destra. Ho freddo, mi sento strana senza forze. Sento delle voci lontane. Ma dove mi trovo? Mi sento debole, riesco solo a muovere appena le dita. Sento ancora il suono, sembra meccanico, è vicino a me. Stai calma, cerca di fare il punto della situazione. Ora parlo anche a me stessa, sono combinata proprio male. Sento dei passi. Una mano, sento una mano sul mio braccio, forse ha dei guanti, il suo calore mi scalda un po’. Sono immobile, non riesco ad aprire gli occhi e so che sono sdraiata, la mia schiena è appoggiata a qualcosa. Non ricordo più niente, ho voglia di piangere. No, stai calma. Ecco ricomincio a parlare a me stessa. Ricordati il corso pre-parto, ti hanno insegnato a controllare il corpo. Ti facevano stare ad occhi chiusi, poi ti dicevano di concentrarti sui tuoi piedi e con la mente dovevi immaginare di risalire fino alla testa. Si è vero, mi dicevano che non avrei più sentito la sensibilità del corpo ed era stranamente vero. Mi hanno insegnato a rilassarmi, perciò ora è il momento di metterlo in pratica, allora avevo avuto un parto cesareo. Devo rilassarmi altrimenti impazzisco. Inizio l’esercizio, sono arrivata alle gambe, sento però che vicino a me c’è una persona. Mi ha toccato il braccio. Ha detto anche qualcosa. Mi sembra che sia una donna, si, è una donna. Ha detto “il dottore ha disposto una dose più forte”. La sua voce è cupa, come se parlasse da un fazzoletto. Quindi sono in un ospedale. Ecco perché mi sento male. E poi la gola, mi brucia, ho qualcosa in bocca. Oh mio Dio! Ma cos’è? Ho male, mi dà fastidio. Ora è arrivato un uomo. Ma cosa fa? Mi ha alzato la testa, forse ha sistemato il cuscino. Ho paura, continuo ad avere freddo. Ora mi sembra di vedere una luce attraverso le palpebre. Forse è sul soffitto. Vi prego spegnetela è troppo forte! Ma nessuno mi può sentire, perché non posso parlare, l’ho solo pensato. Forse la donna di prima è un’infermiera, ora mi sfiora la guancia. Mi commuovo, ho voglia di piangere. Ho un tubo in bocca, forse è collegato ad una macchina vicino al mio letto. Il suono che sentivo proveniva da lì? Ora è arrivato un altro uomo. Sarà il dottore. Sento delle voci, ma non capisco niente. La mia mente è offuscata. Ho male al petto e forse ho la febbre. Vi prego aiutatemi! Cerco di rilassarmi. Ecco, mi sembra di ricordare qualcosa. La mia piccola Adele, casa e mio marito. Stavo male e respiravo a fatica. Un’ambulanza mi ha portato in ospedale e mi hanno diagnosticato il coronavirus. Ora ricordo tutto. Vi prego aiutatemi, voglio tornare a casa. Ma sapranno che sono cosciente? O non lo sono?”
Parma ore 11.11 – Cristina Cogoi
C’è una lacrima
Un’unica lacrima nei miei occhi
È forte, orgogliosa, non molla
Conserva la memoria di lacrime antiche e la caparbietà di quelle giovani
Avrebbe così voglia di lasciarsi andare,
di scivolare lentamente sul viso e posarsi delicatamente sulle labbra e dissetarle come fosse acqua agognata nel deserto, ma non cede non ancora, non è ancora il suo tempo.
Appartiene al volto di una guerriera antica, una guerriera che viene da lontano, vuole che lei ne sia fiera, non vuole dimostrarle fragilità, non sa che appartiene al volto di chi ne ha versate così tante da non ricordarsele neanche più, ma che ognuna l’ha resa quella che è ora
invincibile
Se lo sapesse si lascerebbe andare
Se lo sapesse cederebbe il posto ad una nuova
Se lo sapesse scivolerebbe
Ma lei resiste
Ancora un giorno
Ancora un altro giorno
Ancora un altro piccolo sforzo
resiliente come solo certe lacrime sanno essere
Sole
Villa d’Agri, ore 12:00 – Nuario Fortunato
IO, IL MAPPAMONDO, IL SENSO DEL VIAGGIO.
Credo che nulla mi abbia fatto sognare nella mia infanzia più di quel mappamondo posizionato sulla mia scrivania. A volte lo facevo volteggiare a caso, come una roulette, e immaginavo di vincere un viaggio nei luoghi in cui si fermava quella fiabesco ruotare, prestandosi al mio sguardo curioso ed eccitato.
L’amore per la geografia deve avermelo trasmesso mia mamma, insegnante di italiano, storia e geografia alle scuole medie (una volta si chiamavano romanticamente così). È ancora fulgido e vivo in me il racconto del suo ultimo esame di geografia all’Università. Il racconto di quel professore, tanto acido quanto lontano da ogni connessione empatica, che come ventesima domanda chiese a quella studentessa dalla brillantezza così irriverente dove si trovasse il Bacino del Mekong. ‘Da quelle parti’ rispose mia madre, indicando con la mano e con fare evasivo, quasi da congedo, la penisola indocinese. In famiglia era soprannominata ‘la gatta’, mia mamma, per la capacità di cadere sempre in piedi, con intelligenza, arguzia e quel piglio tutto partenopeo.
Ecco, quell’aneddoto per me ha rappresentato e rappresenta l’inizio di tutto. L’inizio dell’amore verso una disciplina che va oltre la passione per un planisfero, oltre il fascino di una cartografia. La geografia è poesia. La geografia è filosofia, nella sua capacità di relativizzare i concetti di spazio e tempo, di forma e sostanza, di potenza e atto.
Quel mappamondo è un confine liminale ma sostanziale posto tra passato e futuro, tra realtà e aspirazione, tra pragmatismo e desiderio. Una linea sottile che si traduce nel senso del viaggio. Un senso del viaggio che appartiene a ogni uomo che, per indole, fa a botte con la sua natura stanziale.
E mi strappa un tenero sorriso la mia mamma quando, munita di atlante e cartografie, segue e mappa a distanza i nostri spostamenti durante i nostri viaggi, facendo da eco ai nostri diari di bordo. Già, il senso del viaggio!
Potenza, ore 9:00 – Claudio Elliott
Al tempo del virus anche Thai, cane femmina, impara a leggere
Appena vedo la pattuglia, noto che sono in tre, quindi il capitano, che l’altroieri ci ha dato prova di essere in parte sensibile e in parte di non esserlo, non è presente.
Dopo i soliti convenevoli, mi avvicino, con Thai al guinzaglio.
Andrea mi dice:- L’ho fatta, la pasta e ceci. Ci è piaciuta molto.
– Però – le dico – vi sono diverse varianti regionali.
– Come per tutte le ricette – s’intromette Giovanni. – Prendi la pasta e patate. In Campania, per dare sapore, si aggiunge la provola affumicata. Mia nonna la faceva sempre così.
– Ma vi siete svegliati affamati? – chiede Gianfranco.- Dico, sono le sette e mezzo: non sentite ancora il gusto del caffè sulle labbra?
– Gianfrà, quando si tratta di mangiare non c’è orario che tenga – gli dice Giovanni.
Osservo che sotto la bardatura antivirus compare una evidente prominenza, segno di un buon appetito.
Thai mi tira verso un cespuglio dove crede di avere individuato un odore interessante, per cui non seguo il dibattito gastronomico che stanno intavolando i tre.
Quando torniamo, l’argomento è cambiato. Parlano di noia. Thai e io non ci intromettiamo, ma ascoltiamo. Giovanni dice che, quando finisce il servizio, torna a casa, che è in un condominio, guarda un poco la televisione, si affaccia al balcone, fa un paio di telefonate e non sa come passare il resto della giornata: non ha neanche un cane da portare a spasso: nel dire questo guarda con occhi pieni di cupidigia Thai, dal che deduco che, se il mio cane femmina fosse fatta oggetto di un rapimento, conoscerei ipso facto il colpevole. E, da tutto il suo discorso, capisco che vive solo, visto che non ha citato moglie o figli.
Gianfranco interviene dicendo che anche lui si annoia, dopo le solite cose quotidiane; tra l’altro la spesa la fa la moglie che, dice, si intrattiene a lungo fuori casa per poi tornare con una busta semivuota, e allora come lo impiega il tempo?
Thai alza un orecchio perché magari ha un’ipotesi da proporre ma le faccio capire che non è il caso.
– E lei? – mi chiede Andrea.- Si annoia mai?
– Oddio, come sapete scrivo libri, ma non è che sto sempre a scrivere. Però ho un grande giardino, che va curato, e un orto. Poi passo un poco di tempo al computer: posta, Facebook, Instagram, giochini non troppo intelligenti.
– Quelli li faccio anche io – dice Andrea.
– E poi – dico – leggo molto. Siete stati a casa mia e avete visto quanti libri ho, no?
– E mica li rilegge? – chiede Gianfranco.
– Alcuni sì. Ogni volta che leggo per la seconda volta un libro, scopro cose nuove.
– A me capita con i film – osserva Giovanni.
– Ma sì – dico. – Anche rivedere un film fa lo stesso effetto. Comunque, in questo periodo così strano ordino i libri a una libreria, che me li porta a domicilio.
– Lo faccio anche io – dice Andrea.
Giovanni e Gianfranco ci guardano come se parlassimo un’altra lingua, poi Giovanni dice: – Non leggo un libro dai tempi della scuola.
– Male – dice Andrea.- Con un bel libro scacci la noia.
Intervengo: – Anche Thai legge.
I tre ridono. Gianfranco dice: – Ma è un cane. Non può leggere.
– Ci sono cani che scrivono, per cui possono esserci cane che leggono.
– Lei ci prende in giro – dice Andrea.
– Venite con me. Andiamo un attimo a casa.
– C’è sua moglie? – chiede speranzoso Gianfranco.
– Questo quando vede una bella donna non sta più nei panni – dice Giovanni.
– Pensavo al caffè – si giustifica Gianfranco.
– Lo credo bene – dice Andrea.
Entriamo in salotto e Thai si lancia a capofitto nella sua cuccia e prende a mordicchiare qualcosa. Per correttezza, devo precisare che lei mordicchia tutto, dalle nostre caviglie ai cuscini e alle copertine che le mettiamo nella cuccia.
– Quello – dico indicando – è il mio ultimo libro. Lo sta divorando.
Parte il primo esperimento di video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, per voi le prime sei puntate, da ascoltare e vedere con calma, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Da stasera per voi, su TOTEM Magazine. SEGUITECI , IL MARESCIALLO VI SVELERÀ OGNI SEGRETO