Fascismo vs Libertà: in democrazia la resistenza non finisce mai

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Immaginiamo uno Stato con le seguenti caratteristiche.

1. È a partito unico.

2. È nazionalista (ovvero crede nella omogeneità etnica, mira (illusoriamente) a tale omogeneità e individua nel “diverso” un nemico.

3. Promuove una forma di sacralizzazione laica delle Stato e si serve della religione per consolidare ed espandere tale idea.

4. Si avvale di un uso maniacale (quasi scientifico) della propaganda, al fine di ottenere quella che potrebbe definirsi una sorta di “mitizzazione della contemporaneità”, attraverso una pressione ideologica persuasiva che non lasci spazio al pensiero critico.

5. È uno stato che promuove la virilità e dunque relega le donne e le persone fragili in secondo piano avvalendosi dell’equazione “protezione = dominio”.

Bene, questa che ho abbozzato (per difetto, mirando alla sintesi) non è una visione distopica, ma una forma di governo sperimentata, per la prima volta al mondo, in Italia, con violenza crescente e per oltre vent’anni, lo scorso secolo (e non tanto per volontà diretta di Mussolini, il quale forse avrebbe voluto altro, quantomeno al suo esordio del 1919, quanto piuttosto a causa dell’esigenza di un sistema perverso che aveva preso corpo e del quale alche il simbolo-duce finì per diventare mezzo, fino all’epilogo disastroso della Repubblica di Salò).
Una novità, l’avventura governativa italiana, che porta con sé tristi primati. I termini “fascismo”, e “totalitarismo” nascono per l’appunto in tale contesto, e si diffondono in buona parte dell’Europa (fungendo da spunto per la nascita e il consolidamento del nazismo) e riuscendo ad approdare finanche oltreoceano. Anche i primi “campi di concentramento”, in Africa, vengono concepiti dalla violenza delle milizie fasciste (a dispetto del luogo comune che vorrebbe gli “italiani brava gente! — ciò che accade sui social da due anni a questa parte ne è conferma), e, sul fronte interno, gli squadristi e la polizia segreta (OVRA) rappresentano un altro esempio di vocazione al sopruso e alla repressione violenta contro ogni minima forma di dissenso. Il culto dello stato è religione e le menti vengono forgiate dall’ideale fascista fin dalla tenera età, addirittura attraverso la distribuzione capillare di tessere di partito gratuite ai nascituri come fossero acqua battesimale e una educazione (militare per i ragazzi e da casalinga per le ragazze) inculcata attraverso l’educazione scolastica. Il ruolo delle donne è quello di servizio e sottomissione, infatti. Le parole d’ordine — quelle della religione fascista — sono CREDERE, OBBEDIRE, COMBATTERE. E vale la pena di analizzarli linguisticamente nei dettagli, questi termini, poiché in essi c’è tutto ciò che si può e si deve dire della natura del totalitarismo fascista e dei totalitarismi in genere.
CREDERE implica la resa incondizionata della razionalità, quindi l’annientamento della corteccia celebrale, e, di conseguenza, dell’individualità, “Credere” induce una forma di ipnosi che porta al dominio dell’azione emotiva, regolata dall’amigdala, quindi dal cervello antico.
OBBEDIRE implica l’instaurarsi di una condizione di esistenza acritica, in cui la mente individuale viene totalmente assoggettata a una mente sociale gestita dalla propaganda.
COMBATTERE è l’epilogo inevitabile. L’azione riflessa che il credere e l’obbedire fanno scattare inevitabilmente e che trasforma una società in una forza antagonista che trova la propria ragione d’esistenza solo nella individuazione di un nemico da annientare, interno o esterno che sia.

Ecco. Questo è stato il fascismo in Italia. Questi sono i fascismi ancora vivi in tutto il mondo, compreso quello da poco esploso in Ungheria, dopo anni di cova da parte di Orbán, e quello che da un paio di decenni vige in Russia. E la festa della Liberazione del 25 aprile celebra il riscatto da un tale modo orribile di considerare la società.
Leggo di gente indignata (donne, purtroppo, anche, tante…) la quale, in nome della libertà di espressione che la democrazia concede, ritiene di avere il diritto di rinnegare l’importanza della Liberazione dall’esperienza totalitaristica. Come ho scritto e detto in altre sedi, ciò equivale ad avere il diritto di bruciare il proprio appartamento in un condominio. È una fallacia (una assurdità logica) già riconosciuta e catalogata da Goebbles e nota come “principio di trasposizione”, quello per cui un fascista dà del fascista a un antifascista che si oppone al suo fascismo (chiedo scusa per il divertente gioco di parole). Purtroppo l’attuale destra italiana (Lega, Fratelli d’Italia e alcune minoranze estremiste) non è una sana destra postfascista, ma, dagli atteggiamenti ostentati (in primis l’ostilità verso la Festa della Liberazione) dimostra di avere, nel migliore dei casi, le idee molto confuse, riuscendo solo a diffondere recrudescenza e nostalgia fascista nei propri sostenitori, spesso ignari di conoscenze storiche e con la mente edulcorata da quello che fu (e purtroppo ancora pare sia) il mito.
C’è un’ultima cosa importante da dire. Quella avvenuta in Italia negli anni 1943-45 è stata una vera e propria guerra civile. La riconciliazione era e resta d’obbligo. La comprensione razionale e il perdono reciproco anche. Chi ha commesso crimini, da ambo le parti, era sotto l’egida dell’amigdala, subordinata a quella di un cervello sociale perverso e capace di governare idee e azioni dei singoli individui. Ritengo, dunque, che un giorno dell’anno debba essere dedicato anche alle vittime di Salò, delle foibe e di tutti gli italiani che erano dall’altra parte. E che anche quest’altra ricorrenza sia festeggiata da tutti perché se morire da eroi e vincitori è un forma sublime del morire, quasi un privilegio, morire invece da sconfitti e nell’errore causato dalla contingenza è una forma del morire che non bisogna augurare a nessuno e va anch’essa quantomeno compresa e ricordata. Quindi sarebbe giusto considerare anche loro protagonisti dello “scontro dialettico” che ha portato alla sintesi democratica che abbiamo ereditato e dobbiamo preservare, insieme, senza opposizioni e distinzioni.
La festa della Liberazione è e resta la vittoria della corteccia celebrale sull’amigdala. Della libertà sull’oppressione. E in tal senso appartiene a tutti.
Un’ultima osservazione: il contrario di “fascista” non è “comunista” come un abusato luogo comune vuol far credere in linea con il primo degli undici principi della comunicazione individuati da Goebbles, ovvero il “principio della semplificazione e del nemico unico”. (Anche il comunismo ha fatto i suoi danni, seppur partendo da una idea di uguaglianza che può considerarsi nobile). Il contrario di “fascista” è semplicemente “uomo responsabile innamorato della libertà”.
Ho scritto molto sul mio diario, negli ultimi tempi, per cercare di comprendere le ragioni che hanno indotto anche persone che stimavo e stimo ad abbracciare idee eticamente “oscene”. Ho scritto per cercare di capire come funziona la mente umana. Per ricordare. Le mie amicizie e il mio affetto vanno oltre l’ideologia, su questo non c’è dubbio, poiché siamo multipli, ma quando si tratta di cose veramente importanti, quali la mia libertà e il futuro delle mie figlie, beh, in tal caso chiunque può diventare un mio rivale e, sul piano delle idee, sono disposto a combatterlo. Senza sconti. In democrazia la resistenza non finisce mai.

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