CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 2 MAGGIO 2020

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Veronica Menchise, Vigevano, 22:36 – Natura 2020

Potenza ore 23:52 – Luca Rando

Prima poi dovremo fare i conti con la paura e con il totale menefreghismo, tra chi dopo una prima fase ha deciso che era tutto un gioco e che comunque i giovani non sarebbero stati colpiti, che i vecchi avevano vissuto abbastanza ed avevano gli anticorpi, che gli allergici no, non sono a rischio, ed ha continuato ad uscire – ancor di più ora -, e chi ha vissuto e vive nella paura del contagio, chiuso in casa  e attento a pulire ogni oggetto che sia venuto a contatto con l’esterno. 

Me ne rendo ancora conto uscendo a fare la spesa; chi usa la mascherina anche per strada da solo e guarda con circospetta paura ogni persona che si avvicina a tre metri di distanza e chi invece bellamente procede senza protezioni guardandosi intorno con aria spavalda.

Io vivo in bilico tra le due categorie, come molti, credo. Tra la paura e la stanchezza dell’isolamento, tra il timore che, se contagiato, potrei contagiare gli altri, e la necessità di una vicinanza vera. E forse ha ragione Anders quando scrive che il difetto fondamentale dei nostri giorni è «la nostra incapacità di immaginarci tutto ciò che possiamo produrre e tutti i guai che possiamo combinare».

Immaginare: la più grande delle qualità umane è anche la più rischiosa. Sì, forse l’immaginazione deve essere sempre accompagnata dalla gioia e dalla paura di ciò che si può sognare, realizzare.

Potenza, ore 23:15 – Claudia Schettini

“Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse.”

Durante questo lockdown ho avuto il piacere di rivedere gran parte della filmografia di Robin Williams da Mrs Doubtfire, a Patch Adams e stasera è stata la volta dell’Attimo Fuggente, un grande capolavoro. Quante volte abbiamo ripetuto il famoso Carpe Diem di oraziana paternità, anziché “Cogli l’attimo”, o ancora “Hit et nunc”, il qui ed ora?

Io ho sempre vissuto con un piede nel “ se avessi fatto…” e con l’altro nel “chissà cosa succederà quando…”, con un piede nel passato ed un altro nel futuro, tra rimpianti e sogni ad occhi aperti, tra rimorsi e desideri o, peggio ancora, ansie per un qualcosa che chissà se mai si realizzerà. Mi sono sempre sentita nella morsa di un perpetuo pendolo che non si è mai fermato all’oggi, al presente. Ho sempre scelto il bianco o il nero, senza conoscerne le sfumature, senza sapere dove collocare il grigio nella scala cromatica.

Da 52 giorni sono costretta a fare i conti con il presente.

Il passato mi sembra così lontano, il futuro così incerto e ancora più lontano.

Alla fine è più semplice vivere relegata al passato o proiettata verso un domani i cui contorni possono essere solo immaginati. Vivere l’oggi e viverti oggi è molto più difficile così come vivere nel grigio o, perché no, vivere a colori. Se vivi solo in bianco o solo in nero non hai molte possibilità di scelta. Al contrario, se inizi a vederne i diversi toni devi imparare anche ad assumertene le responsabilità. Se vai avanti con i paraocchi hai sicuramente più possibilità di non deviare dalla retta via, di evitare gli ostacoli più impervi e nascosti, hai più possibilità di evitarti proprio. Un po’ come una nave ormeggiata in porto. Legata alla bitta è più sicura, evita tempeste, temporali e l’improvvisa apparizione di Scilla e Cariddi. Ma al contempo si perde il dolce ondeggiare del mare, l’acqua cristallina, i tramonti infiammati.

Ed è solo quando riuscirai a mischiare i colori, quando toglierai i paraocchi, quando ti slegherai dalla bitta che il mondo inizia ad apparire diverso.

“Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva.”

Matera, ore 21.00 – Doreen Hagemeister

“Storia triste di una pandemia”

Oggi, nonostante non fosse un giorno lavorativo, mi sono dedicata al lavoro. Anche questo è una manifestazione evidente di quanto questa quarantena mi abbia sconvolto non solo gli orari, ma anche il senso del tempo scandito dai giorni settimanali. Guardo, tuttavia, il lato positivo: lunedì avrò più tempo libero. Questo è un bene, visto che parliamo del fatidico 4 maggio, giorno in cui entriamo ufficialmente nella Fase 2 e io voglio andare a camminare.

Mi lascia a bocca aperta l’atteggiamento di una buona fetta della popolazione che non rispetta affatto l’ultimo decreto, ma soprattutto non si comporta con le dovute precauzioni. C’è tantissima gente per strada! Pur abitando nella periferia di Matera, la mia strada è trafficatissima. Non riesco a capire le ragioni, ma soprattutto non riesco a concepire questo comportamento. Quanto ci vuole per aspettare il 4 maggio?

Mi chiedo se sono io quella che la pensa diversamente. Essendo nata e cresciuta in Germania dell’Est, per me le leggi non si discutono, si rispettano! Invece mio marito, pugliese, va a correre oramai da 4 giorni.

Rimaniamo distanti oggi per abbracciarci domani.
Fermiamoci oggi per correre più veloci domani
.”

(Giuseppe Conte)

Cerco di far mente locale sulla storia del Coronavirus in Italia. Il 31 gennaio 2020 due turisti provenienti dalla Cina sono risultati positivi al COVID-19 e, ricordo benissimo, non fu dato l’allarme ma il fatto venne piuttosto minimizzato. Nessuno certamente poteva aspettarsi lo scoppio di una pandemia, anche se qualche sentore c’era.

Ci sono decenni in cui non succede nulla
e ci sono settimane in cui accadono decenni
.”
(Lenin)

Dal 21 febbraio in poi la situazione è precipitata e c’è stato un susseguirsi di decreti e ordinanze che, infine, hanno dichiarato zona rossa tutto il territorio nazionale. Siamo in quarantena! Una quarantena segnata da numerosi comportamenti irresponsabili che hanno, purtroppo, contribuito a una maggiore propagazione del virus.

Sembra che molti non hanno realmente compreso il problema. Le restrizioni, in fin dei conti, sono state fatte per salvaguardare la vita della popolazione! Non voglio che il mio sacrificio di essere rimasta due mesi chiusa in casa venga vanificato proprio ora che si vede la luce alla fine del tunnel!

Leggo con amarezza che in Basilicata negli ultimi due giorni sono risaliti i contagi. Non mi meraviglio. Devo dire che adesso l’avvio della Fase 2 mi preoccupa.

Potenza, ore 23:10 – Silvia Favulli

Lo spazio al tempo del covid 19

Fino a pochi mesi fa ci mancava il tempo.

Il tempo per lo sport.

Il tempo per la famiglia.

Il tempo per il partner.

Il tempo per i figli.

Il tempo per noi stessi.

Una vita frenetica fatta di lavoro, riunioni, spostamenti continui, pranzi fugaci, notti insonni, libri lasciati a metà sul comodino.

Il tempo era la dimensione che sentivamo maggiormente sfuggirci, rendendoci spesso tristemente consapevoli che quello perso non l’avremmo più recuperato.

In questa quarantena, invece, abbiamo riscoperto l’importanza dello spazio, il fratello minore del tempo, quello un po’ più sfigatello e trascurato.

è diventato la soluzione più efficace per arginare il virus.

Lo spazio si è ripreso il suo spazio.

E lo ha fatto in modo prepotente, perché oggi,quando parliamo di tempo lo facciamo attraverso caratteristiche tipiche dello spazio.

A esempio quando diciamo: il nostro tempo libero si dilata, parliamo di ore, giornate settimane che sono diventate così lunghe da sembrare, a volte, interminabili.

Uno spazio ristretto ci è stato imposto, quello della nostra casa, mentre per tornare a vivere fuori dalle quattro mura è necessario uno spazio aperto, ampio, che significa distanza…di almeno un metro.

Lo spazio esterno è tutto da riconquistare, ma è uno spazio che deve tenerci separati, che non ammette contatti estranei, se non giochi di sguardi da dietro le nostre mascherine, chissà se più sospettosi o ammiccanti.

Ci è mancato lo spazio in questi mesi e abbiamo avuto un tempo che ci è sembrato troppo.

Lunedì mattina avremo una libertà relativa, che ci permetterà di riprenderci molti spazi che ci erano stati tolti come le strade, i parchi, le ville.

Potrebbe essere l’occasione per riequilibrare le due dimensioni, o forse, saremo costretti ad un nuovo stile di vita in cui vivremo più tempo e abiteremo in modo nuovo lo spazio.

Tolve ore 20:52 Rocco Mentissi

Guardo la pioggia, l’ ho sempre amata, mi rigenera.

Lei suona sui tetti e la strada, intenerisce la terra, illanguidisce le bandiere al balcone. Loro smettono di sventolare e si fermano ad ascoltare il canto che incanta e bagna, che rapido si ripete e danza testardo.

Voglio, però, smettere di essere pioggia, fino ad oggi ho vissuto come lei: un ostinato tornare e battere sugli stessi punti, stessi luoghi. La pioggia ha il sapore del passato, perché cade quando ritorna e ritorna cadendo, movimento incessante ma permanente.

Da domani sarò vento, imprevedibile, qui e altrove, caotico, motore mobile, che dal deserto cava futuro.

Faenza (RA) – Domenico Marchione
Due colori riaffiorano nella mia  mente.
È il nero, del rispetto, della tradizione e l’oro ramato.
È l’immagine di mia nonna.
Vi racconterò, oggi, del mio primo e lungo viaggio in treno.
Avevo quasi nove anni in quella Pasqua del 1981. Decisero, i miei genitori, di passarlo lontano dalla nostra casa, dalla nostra regione, che mai prima di allora avevo lasciato.
Il terzo dei figli maschi di nonna era emigrato, con i suoi due fratelli più grandi, prima in Svizzera e poi, solo lui, in Lombardia a Vigevano, dove lavorava nelle ferrovie dello stato.
Mia madre preparò la grande valigia di pelle marrone lasciata in soffitta da mio padre, tredici anni prima.
L’ultima volta era stata usata per il suo ultimo viaggio di ritorno dall’ Australiana, dove aveva passato dieci anni della sua gioventù.
A Foggia, in quel primo pomeriggio, non riuscimmo subito a partire. Il treno diretto a Milano era troppo carico di gente. Aspettammo molte ore e finalmente arrivò il secondo treno, il notturno. Riuscimmo a salire, ma a stento. Trovammo posto e sistemammo le valige. Dopo quasi due ore, nel cuore della notte, il riscaldamento si blocco. Un guasto tecnico disse il controllore. Diventò freddo, troppo. Dalla bocca l’aria che usciva sembrava nebbia. Mia madre staccò le tende dal finestrino e coprì me e mia sorella. Arrivammo in stazione, a Milano, la mattina presto. Fummo accolti da una fitta nebbia. Mio zio, era sul binario, ci aspettava. I miei cugini si erano svegliati presto, eccitati per il nostro arrivo. Mia zia ci preparò una ricca colazione, poi caddi assonato sul divano. Mi svegliarono per il pranzo. Nel tardo pomeriggio ci incamminammo per il centro della città.
Restai affascinato da Piazza Ducale, dal portico con i suoi negozi, dal Duomo. Il giorno dopo fu Pasqua, ricordo una lunga tavolata e tanta allegria. Passai il pomeriggio a giocare a pallone, nel giardino, con mio cugino.
All’indomani per la Pasquetta andammo sul Ticino. Ci armammo di canne da pesca e ancora tante cose buone da mangiare. Trovammo uno spiazzo, più grande di un campo di calcio, ci sistemammo vicino a un tronco grandissimo, levigato dal tempo. I tanti rami li usammo come attaccapanni. Ci raggiunse una famiglia genzanese, con i suoi due figli.
Mi soffermai a lungo a guardare il fiume. Le acque a tratti turbolente, disegnavano veloci mulinelli. Riuscimmo a pescare tre grosse carpe! Quella vita che resiste alla morte, che lotta per continuare a vivere mi eccitò. Era la prima volta che impugnavo una canna da pesca.
Il giorno dopo, con mio padre, uscimmo a fare una passeggiata. Fu solo in questa occasione che vidi i campi di riso. Una pianura che si estendeva a perdita d’occhio, completamente allagata.
Cominciai, nei giorni seguenti, ad annoiarmi. Non vedevo neppure una collina, solo acqua e nebbia. Mi mancava il mio bosco macchia, dove con il mio amico scorrazzavamo sereni. Volevo ripartire. Lo dissi a tavola.
Mio zio mi disse che mi avrebbe portato a vedere tanti alberi. Era sabato, partimmo in macchina. Non percorremmo molta strada.
Parcheggiata l’auto sotto gli alberi, percorremmo un breve tratto di strada; mi ritrovai ancora una volta sul fiume Ticino. Bereguardo è un piccolo centro del Pavese, meno di tremila abitanti. Fa parte del ‘Parco naturale lombardo della Valle del Ticino’.
Anche qui le ampie rive del fiume si prestano ad allegre scampagnate, picnic, e passeggiate immerse nella natura.
Proseguimmo la passeggiata fino al ponte di barche; si di barche! Niente pilastri. Galleggia sul fiume, collegando le due rive, su cui passano anche le auto. Anche questa fu una bella scoperta.
Dopo due giorni ripartimmo.
A Milano ci accompagnò mio zio.
Nella nostra cabina, subito dopo, entrò una signora anziana. Era ben vestita, elegantissima. Pensai dovesse andare ad una festa.
Sistemò la sua piccola valigia vicino le nostre. Poi si girò verso il finestrino, lo aprì, si allungò e prese tra le mani un giornale che il marito gli aveva comprato. Richiuse il vetro e prese posto. Appena partiti prese la parola: “Dove siete diretti?” Mia madre prontamente rispose: “Scendiamo a Foggia. Poi proseguiamo per la Basilicata. Siamo stati a Vigevano, a trovare mio fratello. La osservai allungo. Emanava un profumo intenso e fruttato. Mani lunghe, unghia curate e rosse come il suo rossetto. Calze nere e gonna fino al ginocchio.
Indossava una collana di perle e lunghi orecchini intonati al colore della collana. Alle mani diversi anelli vistosi, con pietre colorate e oro.
Si chiamava Ermengarda.
Aveva la stessa età di mia nonna, anzi qualche mese in più. Mia nonna aveva lavorato duro, in campagna. Era rimasta vedova troppo giovane. Aveva arato e colivato i campi da sola, quando i suoi tre figli maschi erano emigrati. Indossava da sempre vestiti neri. Il lutto sentito e vissuto fin dalla sua gioventù.
A spezzare quel monocolore, grandi orecchini d’oro ramato. Non portava anelli, la fede la donarono con il marito alla patria. Suo cognato, ventenne, era partito in guerra, su una nave, non era più ritornato. Disperso.
Nella prima metà degli anni novanta sulla una rete rai, un documentario ‘Luce’ mi hanno riportato indietro nel tempo. A quel viaggio di ritorno, a quelle mani. Molto dell’oro donato alla patria non fu usato per gli armamenti, per nutrire gli uomini. I gerarchi fascisti si arricchirono trafugando molti di quei lingotti d’oro.
Mia nonna, esempio di forza, onestà, lealtà.
Fin da piccola abituata al lavoro. Prima delle donna, di dieci figli. Gestiva e curava la grande masseria dei suoi genitori, un possente casale della seconda metà dell’Ottocento. Non temeva il futuro, sempre pronta ad affrontarlo con la sua forza e la sua acuta intelligenza.
E oggi mi ritorna in mente il suo esempio, il suo coraggio.
Oggi questo ricordo mi ha messo di buon umore. Ho ripreso in mano un po di vecchie foto.
I ricordi restano uno scrigno magico, da cui attingere energie positive quando se ne sente il bisogno.

Genzano di Lucania – ore 20,00 – Rocco Di Bono

In un famoso racconto di Ray Bradbury, ‘Rumore di Tuono’, lo scrittore immagina che nel futuro, grazie ad una macchina del tempo, vengano organizzati dei safari temporali per turisti. Viaggiando in una remota epoca preistorica, un escursionista proveniente dal futuro calpesta una farfalla e questo fatto provoca una catena di allucinanti conseguenze per la storia umana. Morale: una singola e lontana azione può determinare future ed imprevedibili conseguenze. È il cd. “effetto farfalla”, che Edward Lorenz cita nel titolo (“Può il batter d’ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?“) di una sua conferenza del 1972. Un anno dopo, nel 1973, per noi italiani l’effetto farfalla si manifesta in maniera concreta con lo scoppio della guerra arabo-israeliana dello Yom Kippur, che provoca un forte aumento del prezzo dei prodotti petroliferi. E’ la stagione della cosiddetta “‘austerity” (che poi significa austerità) e che significherà misure drastiche di risparmio energetico: divieto di circolazione delle automobili nei giorni festivi, (ri)scoperta delle fonti energetiche alternative e adozione di misure antispreco come il controllo della temperatura degli impianti di riscaldamento (in questo periodo fu imposta la temperatura ideale di 20 gradi nelle abitazioni). Un terremoto: che scuote la vita pubblica e privata degli italiani, i quali prendono coscienza di parole e problemi nuovi come la questione ambientale e le politiche energetiche. Mentre ci avviamo verso la fase finale del lockdown, mi viene in mente che forse, in futuro, non dovremo più parlare di effetto farfalla, ma di effetto pipistrello. Quello che dalla lontana Cina è stato capace di provocare disastri sanitari, economici e sociali, infettando il mondo intero con un virus infinitamente più piccolo di una farfalla.

https://www.youtube.com/watch?v=_EyZUTDAH0U

Genzano di Lucania, ore 15:05 – Gianrocco Guerriero

Lunedì prossimo avrà inizio la fase di rodaggio per il ritorno alla vita sociale. Per cominciare, poco dopo l’alba, uscirò con Aurora. È da giorni che me lo chiede. L’ultima volta che ha varcato il cancello di casa risale a due mesi fa. Penso che faremo un lungo tratto a passo veloce, per avere modo di sgranchirci le gambe, goderci la primavera e chiacchierare un po’. Mi piace, sorprendere mia figlia con qualche astruseria, soprattutto se non se l’aspetta. E poi guardarla mentre ride, con quegli occhioni grandi color castagna che quando era piccola sembravano due caverne illuminate. Fatta eccezione per le mie bambine e pochi altri, a me manca la capacità di riconoscere d’istinto la spontaneità di un sorriso. Ciò mi ha reso “ingenuo” per molto tempo. Ne conosco anche al ragione, ma ora non ha importanza. Ho rimediato studiandomi la mimica facciale sui libri di anatomia e psicologia. Ci impiego più tempo del normale, tuttavia il risultato è accurato e lo elaboro con la corteccia celebrale, anziché con l’amigdala, il che mi permette di acquisirne consapevolezzza razionale anziché mere reazioni istintive. Oggi ho riflettuto sul fatto che adesso, con i volti coperti dalle mascherine, mi ritrovo a essere avvantaggiato: posso distinguere meglio degli altri i sorrisi corticali da quelli sottocorticali e di questi ultimi capire se sono di gioia autentica, di incoraggiamento o di superiorità e disprezzo: ho imparato talmente bene a riconoscere i muscoli coinvolti in ogni tipo di sorriso che classificarli è diventato facile e divertente. Mi sono già messo alla prova e il risultato è ottimo: mi è bastato analizzare dati incrociati, per rendermene conto.

Per quanto riguarda Aurora e Alexandra, invece, come dicevo, non c’è nulla da razionalizzare: con loro mi basta solo il cuore.

Parma ore 19   Cristina Cogoi 

Ho un sogno 

più forte di altri 

È temerario 

Non molla 

Non cede 

È ambizioso come me 

ma non vuole essere menzionato.

Come i desideri se detto non si avvera 

ma è così luminoso che a breve chiunque lo percepirà. 

Ho un sogno che non accetta scuse, non accetta pandemie, non accetta paure 

Non posso deluderlo e per questo non mollo 

 né ora né mai. 

Asti – ore 17,45 – Carmela Bruscella

Sicuramente in questi giorni di pandemia molti si sono dedicati alle proprie passioni, tra cui anche quelle culturali; c’è chi ha letto libri, chi ha dipinto, chi ha scritto canzoni o sta scrivendo libri, chi ha creato sculture. E’ stato un modo per trascorrere il tempo a disposizione e coltivare quelle attività che a volte vengono in subordine perché c’è sempre qualcosa di più urgente da fare.

Io ho fatto proprio così ma ciò che mi manca è l’attività dell’Associazione Culturale Amici della Lucania Asti e provincia, di cui sono vicepresidente. All’inizio dell’anno avevamo programmato diversi eventi culturali per l’anno 2020 che a seguito del Covid-19 sono stati sospesi. Quando organizziamo i raduni lucani, le mostre, le presentazione di libri e le gite, partecipano molte persone, lucani e non. Prepariamo anche piatti tipici della Basilicata. Poi dovremo organizzarci a rispettare le regole, a usare le mascherine e i guanti, a rispettare le distanze individuali e ad evitare gli assembramenti e chissà per quanto tempo.

Ora tra noi soci ci salutiamo sul gruppo Whatsapp. Condividiamo pensieri e notizie.

Quando ci rivedremo sicuramente sarà una grande gioia e anche se non potremo abbracciarci, come facciamo solitamente, ci sentiremo ugualmente uniti e pronti per ricominciare.

Maschito ore 17.47  -Gemma Carmelitano

SEMPLICEMENTE DIVERSI

C’è chi è discreto ,essenziale e alterna espressioni di sdegno ad ampi sorrisi ;

regala una luce e una forza che non ha e sorride quando avrebbe voglia di piangere;

produce serenità nonostante la tempesta che ha dentro;

i suoi gesti incidono la storia di questo tempo e la sua presenza scuote le pigre abitudini e la superficialità di chi è inconsistente.

C’è chi scioccamente si perde in inutili conflitti e perde tempo a lamentarsi del temporale anche se fuori splende il sole ;

non si rende conto dello spettacolo meraviglioso che si apre ai suoi occhi e che si imprime sulle nubi ancora cariche pioggia :

l’arcobaleno è lì e le colora di vita !

E poi ci sono io…che come una sinfonia ,come un soffio sottile che mi ruba il cuore 

mi fermo e penso a dove ci porterà questo tempo, questa diversità tanto semplice e complessa ,tanto ricca quanto povera ,tanto grande eppure così piccola se accettata …e sorrido dicendo :

com’è bello il mondo nonostante tutto!

Potenza, ore 18 – Antonio Califano

Tempo meteorologico ambiguo, a tratti caldo poi quando ti scopri un colpo di vento freddo ti costringe a ricoprirti, ambiguo almeno quanto il nostro tempo interiore, si alternano fasi di tranquillità con momenti di apprensione che sfiorano a tratti il vero e proprio panico, sarà necessario un cambio di prospettiva interiore, io me lo sto imponendo. Dice Rilke “Gli angeli sono terribili perché lasciano andare le cose, smettono di afferrare le cose dalla prospettiva dell’ego, ci esortano ad un riorientamento della nostra prospettiva”. Gli Angeli sono il nostro daimon, la coscienza. Sono uscito con questo pensiero in testa, incontrato in una lettura mattutina; comunque chiamiamo le cose, la nuova fase della nostra vita dovrà rimodellarsi in una nuova “immagine” del mondo, non sopporto più l’egoismo anche nelle sue manifestazioni minori, sono intollerante verso le quotidiane fiere della vanità. La fase due o è il prodotto di una riconsiderazione di quello che siamo, di come viviamo, di come amiamo, di come guardiamo le cose o non sarà possibile. Tutte le norme, le regole non servono se non riconsideriamo il nostro essere nel mondo, la felicità a cui tutti abbiamo diritto non è imporre il nostro modello agli altri, non è il controllo, è la giustizia come esercizio pratico del considerare tutto quello che ci circonda come uguale a noi stessi e cercare forme di “organizzazione” che rispettino questo principio. È l’imperativo categorico di cui parlava Kant non lo stato etico, la tragedia della storia è stata sovrapporre questi due piani e aver scelto quello più facile, il secondo. In questo concetto si colloca anche il mio essere comunista, e vi prego risparmiatemi la pippa della dittatura e del totalitarismo. Penultimo giorno prima del “tentativo” di riavvio, non so se sono felice o se sono semplicemente impaurito, sono contento di riabbracciare mia figlia e i miei due nipotini, ma li guarderò con occhi diversi, li aiuterò a fare altrettanto, ma mi basterà? Questo diario quotidiano mi ha aiutato a fare un percorso, il 4 Maggio smetterà di essere quello che è stato finora, non avrebbe senso, avrà senso costruire una nuova prospettiva, troveremo il modo di farlo collettivamente con i vecchi e i nuovi amici, ma solo se lo faremo anche dentro di noi.

Potenza, ore 24:00 – Giampiero D’Ecclesiis

Tutto finisce, tutto si logora, si consuma, esaurisce la spinta propulsiva.

Gli uomini si dividono in due grandi gruppi, quelli che non si staccano e che provano a succhiare linfa vitale anche a costo di sacrifici immani e quelli che no, quelli con lo sguardo perennemente al “come era bello prima” e quelli che sanno solo guardare avanti.

Io preferisco bere alle sorgenti e scoprire nuovi sentieri, passato il momento del contagio ci sarà bisogno di esploratori, servono nuove strade per il nostro paese, nel lavoro, nei rapporti, nella vita.

Aspetto che arrivi il momento per iniziare un nuovo cammino.

Villa d’Agri, ore 00:51 – Rosaria Russo

È notte ed una giornata “ballerina” è appena terminata…

Gli stati d’animo sono stati talmente contrastanti che non ho avuto la forza di metterli in ordine eppure dopo la tempesta esce sempre il sole.

Nonostante un’emicrania abbia fatto da sfondo alla mia giornata, mi son resa conto ancora una volta di quanto può essere volubile il nostro umore, tanto da non poterlo controllare. Tuttavia non possiamo permetterci di sprecare il tempo anche se ne abbiamo in abbondanza a nostra disposizione. Abbiamo la capacità di reinventarci ma tante volte lo dimentichiamo.

In fondo questa dote la conosciamo bene, ma in alcuni momenti preferiamo lasciare andare, rinchiudendoci in noi stessi come una sorta di “protezione”, senza proferire parola. Preferiamo macinare pensieri e pensieri , rimuginare su tutto quello che non ci va giù per poi finire con lo star male, aspettando che qualcuno ci venga a salvare. Ed è proprio vero che “Nessuno si salva da solo”, collegandomi ad un libro a me caro della Mazzantini. A volte un gesto ed una parola al momento giusto possono fare la differenza. Ricordiamoci che siamo umani e non siamo di “ferro”; d’altronde bisogna toccare il fondo per poter risalire.

Torino, ore 11.30 Dario Anobile

Questi ultimi giorni di quarantena – o meglio di fase 1 – assomigliano al finale di un brutto sogno da cui ci si vuole svegliare al più presto. E, proprio come nel mondo onirico, alla nostra volontà è concesso un territorio piuttosto limitato.

Sebbene nella pratica il cambiamento sia minimo, è forse la mente il posto in cui si può e si deve ricominciare a riappropriarsi di spazi ormai abbandonati.

Uscire poco alla volta dalla paura e dall’immobilismo e iniziare cautamente una vita nuova, di convivenza con il virus, almeno fin quando non ci saranno le condizioni per riprendere a pieno le consuete abitudini.

E così, chiedo un po’ a chi mi capita quali saranno le prime cose che faranno a partire dal 4 maggio: uscire per un gelato o una passeggiata al parco, poter tornare a girovagare per le strade di una città non più silenziosa. Sono questi i desideri delle persone a cui l’ho chiesto, ma sono anche i miei e immagino di molti altri. Desideri semplici, che nonostante il periodo di forzata astensione dai riti della vita sociale, non hanno perso forza e anzi, hanno acquistato un fascino nostalgico.

Dalla finestra osservo uno dei molti rider per servizi di consegna del cibo a domicilio e mi chiedo se, malgrado il logorio di questi mesi, si possa tornare alla ‘normalità’ con uno slancio rinnovato anche verso le cose che ci sembrano scontate; e se, alla fine di tutto, si possa tornare ad apprezzare il senso — ammesso che almeno ‘là dentro’ ce ne sia — dell’ ‘attimo fuggente’.

Potenza, ore 12:00, Annamaria

Quale sarà il piano superiore?

Quale sarà il risultato?

Un popolo sicuramente stordito da questo tsunami,

Un popolo più consapevole e forte,

Un popolo che correrà nuovamente verso una vita frenetica, senza mai soffermarsi, spremendo la vita e il pianeta?

O un popolo che inizierà ad apprezzare il tempo, a custodirlo, a ritagliarsi il giusto spazio per aver più cura degli affetti e delle piccole cose che forse ha sempre trascurato o non dato la giusta importanza?

Potenza, ore 9:00 – Claudio Elliott

Gli occhiali, il capitano e l’altro cane femmina

Anche oggi vento, impetuoso e fastidioso. Le nuvole si spostano rapide lasciando intravedere il sole che dopo un attimo ricoprono. Innaffio il giardino a fatica perché le folate spostano l’acqua e la vaporizzano. Poi esco con il cane femmina.

Nonostante le orecchie se ne vadano per conto loro, Thai è felice e scodinzola alla pattuglia dei miei amici mascherati. Oggi sono in quattro: c’è di nuovo il capitano, che credo abbia il compito di controllare il lavoro dei suoi sottoposti.

Lui non sa che durante le nostre frequenti conversazioni sul più e sul meno, immersi nelle chiacchiere, Andrea, Giovanni e Gianfranco non hanno visto passare pellegrini con vino e panini, ballerini di tango, un gruppo di ubriachi intenti a stonare “Lu maritiello”, un coro di alpini, una squadra di rugby, ciclisti e podisti.

Il capitano è sensibile al fascino di Thai più che a quello del rosmarino e si china ad accarezzarlo (il cane, non il rosmarino).

Noto che porta gli occhiali. L’altro giorno non me ne ero accorto.

– Brutto primo maggio – mi dice Andrea. – Una tristezza. Se non ci fosse il lavoro a distrarci e la sua gentilezza …

– E la moglie – aggiunge Gianfranco. – Voglio dire, il caffè che prepara sua moglie.

Il capitano non è conoscenza del fatto che i tre sono stati un paio di volte a casa, invitati da me, per prendere un caffè, così rimedio a volo: – Volete che ve lo faccia portare?

– Per me no, professore – dice, mentre i tre mi guardano e capisco dagli occhi che mi stanno sorridendo.

– Vedo che porta gli occhiali – gli dico. Lui se li aggiusta e risponde: – È un vezzo, più che altro. In realtà ci vedo benissimo.

– Pensa di essere più affascinante? – gli chiede ridacchiano Andrea.

– No, per carità. Lo faccio per sembrare più intelligente.

Questa non mi è nuova: ho vissuto anni a Napoli e so per certo che se indossi occhiali sei trattato con più riguardo e con il punto esclamativo al bar o al posteggio o al ristorante: – Ecco a voi, dottore!  Zuccherato come piace a voi! (non ci sei mai stato in quel bar, ma gli occhiali ti hanno fatto salire di un paio di gradi nella scala sociale). Qui c’è un posto, parcheggiate qui, dottore!

Gianfranco interviene: – Sarà. Ogni tanto li mette anche mia moglie, ma scema era e scema rimane.

Andrea, anche oggi, deve difendere la santa donna e rimprovera il collega che la tratta così male perché non è presente. Gianfranco fa spallucce mentre Giovanni guarda con attenzione il capitano, che non solo ha gli occhiali ma anche un filo di barba incolta. Dice: – Mi ricorda qualcuno.

– Cavour – ipotizzo.

– No – dice il capitano. – Lui era davvero intelligente. A me più che altro servono a dare un tono. Non so.

Thai osserva il suo amico e gli sorride scodinzolando.

– Credo – dice Andrea, che essendo donna è molto sensibile, – che lei voglia impressionare le persone con cui parla, specie le signore. O signorine.

Il capitano la fissa e ha un attimo di incertezza prima di rispondere: – Potresti aver colto nel segno, Andrea. Magari gli occhiali le distraggono dalle cose che dico, che – lo ammetto – non sono sempre intelligenti.

– Ma cosa dice, capitano? Noi la stimiamo molto – dice serio Giovanni.

Intervengo, dopo avere osservato una coda ch si muove: – Thai è d’accordo e, se fosse presente, sarebbe d’accordo anche Billie, il mio secondo cane femmina.

– Ah – dice Gianfranco. – Lei ha un altro cane?

– Raccolta vecchia e cieca sul ciglio di una strada, anni fa – spiego. – Vive in una cuccia nel giardino. Sopravvive, più che altro.

– Povera bestiola – fa Andrea.

– E l’ha chiamata Billie?

– Certo. Sa, con il mio cognome sta bene.

– Già – fa Gianfranco. – Billie Aliotto.

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LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO : LA MANO DEL DIAVOLO

Parte il primo esperimento di video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, per voi le prime sei puntate, da ascoltare e vedere con calma, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Da stasera per voi, su TOTEM Magazine. SEGUITECI , IL MARESCIALLO VI SVELERÀ OGNI SEGRETO
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