di Pierluigi Argoneto

Ma chi dice che non ci adattiamo?
Lo facciamo fin troppo bene e fin troppo rapidamente in quella che oggi va di moda chiamare la “nuova normalità” a cui ci ha costretto il Covid-19.
Due riflessioni rapide: la prima di carattere comunicativo, la seconda sociale (ma poi, vedrete, sono collegate).
Intanto partiamo da un dato di fatto: noi esseri umani abbiamo una risposta psicologica innata verso le epidemie e le pandemie, trasversale ad ogni ceto sociale: ci terrorizzano. Questo comporta che, il più delle volte, si scatenano una serie di reazioni che escono da qualsiasi controllo razionale, tipo affezionarsi a quella messa triste delle conferenze stampa delle 18 (per fortuna non le fanno più) “che parlavano del nulla per spiegare il nulla”. Ora, in un Paese con un tasso di analfabetsimo funzionale da record mondiale, non parliamo poi del livello di comprensione scientifico-matematico di base, affidare la comunicazione istituzionale in tempi di crisi a delle tabelle excel è surreale. Da qui, a cascata, abbiamo subìto un tipo di relazione istituzione-cittadino a metà tra il terroristico e il paternalistico, tra lo psicotico e l’approccio da “buon senso”.
La seconda considerazione parte invece da una ricerca interessante di Michele Gelfand, una importante psicologa interculturale. L’ipotesi della ricercatrice è che le società con regole più tolleranti e aperte sono tendenzialmente «più disordinate. D’altro canto, le culture rigide producono un ordine confortante e prevedibilità, ma sono meno tolleranti».
Cioè se da un lato abbiamo molta rigidità (R), come ad esempio in Pakistan e Norvegia, all’altro estremo abbiamo molta apertura e rilassatezza (A), come in Brasile e Paesi Bassi. La cosa più interessante però, motivo per cui cito lo studio, è che secondo la Gelfand, tra i vari fattori che influenzano il livello di R e di A c’è la minaccia, vera o presunta, di carattere sanitario. In quel caso, interviene la rigidità culturale e si accettano regimi meno democratici. Insomma, il concetto di rigidità o rilassatezza di una società è dinamico e il suo livello cambia in base alla minaccia/paura (reale o presunta) affrontata dalla società.
Questo spiega perché, se mai ve lo siete chiesto, i regimi autocratici continuano a tornare (come recidiva sociale) nonostante la profonda sofferenza che causano. Perché, paradossalmente, la gente ha paura e si vuole sentire più protetta. Non è un caso che le nazioni con governi efficienti e culture rigide siano state le più efficaci nel limitare il tasso di infezione e la probabilità di morte per Covid-19.
Ora la domanda è: a che punto del percorso tra R e A vogliamo posizionarci come società? Qual è la nostra responsabilità in questa scelta sul nostro futuro?
Marrano, uccidi un uomo morto!
di Antonio Califano

Devo confessare un certo fastidio, ultimamente, nel “riflettere” di politica, un fastidio che già provavo prima della pandemia e che si è accentuato in questo periodo di isolamento. La graduale mancanza della “politica”, che è a mio avviso il dato costante dell’ultimo decennio, ci costringe a discutere di qualcosa che non c’è come se ci fosse e questo rende la “discussione” complicata, un pendolo che oscilla tra il banale e l’insensato, provoca incomprensione anche tra persone abituate a dialogare, accentua in maniera negativa un’autonomia del politico che Tronti mai avrebbe potuto immaginare, quando ne divenne il principale interprete in quei preistorici anni sessanta. Pensate, il dibattito politico di ieri è tutto concentrato su una discussione sul delitto di “lesa maestà”. L’opposizione di destra, in una discussione sul decreto che ridisegna il futuro del paese, rinuncia ad entrare nel merito ( e ce ne sarebbe da dire), cioè rinuncia alla politica, per scatenare una bagarre sull’intervento di un parlamentare del M5S ( che è come un orologio rotto ma almeno due volte al giorno è costretto a segnare l’ora esatta) che osa attaccare la gestione emergenziale e la sanità lombarda (la lesa maestà), tutta l’attenzione della stampa, del dibattito viene concentrata su questo. Ci manca solo la richiesta del ripristino del reato di “Fellonia” (che ricordo era la rivolta del vassallo al proprio re, alla base della guerra dei cent’anni) e siamo precipitati in pieno medioevo. Ora che la sanità lombarda abbia funzionato malissimo, che in quella regione si paghino gli scotti di un processo di privatizzazione, per la verità cominciato molto prima ai tempi del “Celeste”, che ha tutelato con i soldi pubblici le eccellenze private e discapito della quotidianità pubblica è cosa banalmente accertata. Insorgere in nome delle vittime lombarde , a cui va il rispetto di tutti, demagogia alla Wanna Marchi, che si siano anche sprecati milioni di euro per costruire una struttura inutile una evidenza davanti agli occhi di tutti. Ma di che parliamo, “Felloni”…….ah dimenticavo ci sta pure Giovanna d’Arco che questa volta non vede madonne piangere ma è contro le lacrime. Insisto, Felloni!
Quel garantismo tanto sbandierato
di Gianrocco Guerriero

Leggo ogni giorno di collusioni tra politica e mafia (era così prima e continua a esserlo ora, forse anche di più). Mi soffermo a rifletterci su qualche minuto e mi rendo conto che le elezioni non si vincono con i voti singoli, quelli ponderati (rari, quasi inesistenti), ma con gli “stock”, che in Italia le cosche malavitose sanno gestire e spostare anche meglio della droga. C’è poco da meravigliarsi, dunque, se al momento opportuno i “pastori” tornano per esigere il loro premio. Anche la politica è un affare, dopo tutto. Forse il più remunerativo. Nel migliore dei casi, sul filo della legge, lo scambio avviene bandendo concorsi e appalti su misura e utilizzando le associazioni come nidi di consenso. E così mi viene di pensare a Mimmo Lucano. Due anni fa (in piena ondata d’odio fascista) venne messo alla gogna per presunti illeciti dopo essersi inventato un modello d’accoglienza apprezzato in tutto il mondo. Gran parte delle accuse nei suoi confronti sono già state confutate lo scorso aprile. Il prossimo processo è stato fissato l’11 giugno. Potrebbe aver fatto quel che non si fa per proteggere sua moglie, il sindaco di Riace: ma guardando i film non ci si commuove per le furberie d’amore? E l’amore non giustifica sempre ogni forma di slealtà veniale?. Eppure metà nazione gli si è scagliata contro, quando tutto il veleno è potuto uscire allo scoperto, sdoganato da un novello “Pietro l’Eremita”.
Se esiste un sindaco che non abbia mai osato un solo passo oltre la legge (magari per il bene della propria comunità ), beh, lo sfido a scagliare di nuovo la prima pietra.
Non fa male ricordarle certe cose, ora che l’attenzione è tutta per il Covid-19. Viviamo in un teatro, e la scena cambia sempre.
22 maggio 2010: fenomenologia di una vittoria
di Nuario Fortunato

Ore 08:30 del 22 maggio 2010 – Nonostante la giornata libera non si riesce a dormire. L’adrenalina in circolo è tanta. C’è fermato, si avverte. Un misto di tensione e attesa che, da un lato, paralizza e, dall’altro, sembra quasi inebriare. Una sensazione ‘includente’, che fa sentire parte di un tutto. Si ha la convinzione di andare incontro alla storia, nerazzurra e calcistica. Una storia che, come tifosi, ci fa sentire testimoni ma anche attori. Ebbene sì, attori. Perché a Madrid ci siamo arrivati anche noi, con i nostri sogni, con i nostri cori, con i nostri pianti, con quegli anni di sofferenza che fortificano i legami e gli amori veri.
Ore 10:30 del 22 maggio 2010 – Dopo la colazione consumata fagocitando tutto ciò che passa il tubo catodico sul tema, una scorribanda internauta, una toilettatura, un bacio alla mamma, si esce. I fratelli nerazzurri sono lì, in piazza, al bar. Una rapida lettura dei quotidiani, uno sfottò dei tifosi avversari, le solite provocazioni juventine lasciate cadere con garbo e ironia, qualche gesto scaramantico in risposta a chi ci vede già in veste godereccia e trionfante. Poi si passa al piano d’azione. Il 5 maggio 2002 è ferita aperta, è nervo scoperto. Non è soltanto una disfatta calcistica. È qualcosa che non ti lascia più vivere in maniera sana la competizione e l’attesa. Ha reso noi interisti diffidenti, frenati, bloccati. ‘Ma al diavolo il 5 maggio’, diciamo in coro. ‘Prepariamoci a festeggiare, svestiamo le vesti degli impauriti. Come va, va. Abbandoniamoci al destino. Peraltro siamo arrivati fino a qui, ce la faremo’. Questa la sintesi ultima del nostro ragionamento. In realtà l’idea della sconfitta non ci sfiora minimamente. Troppi segnali positivi, troppe tracce incoraggianti. Quel mix di forza, fortuna ed episodi favorevoli ci portano oltre ogni ragionevole dubbio. E poi c’è lui, lo specialista: José Mourinho, lo Special One. Un taumaturgo contemporaneo, capace di entrare nella mente, nella pelle e nel cuore. In ogni caso il pranzo si avvicina e decidiamo di darci appuntamento nel primo pomeriggio.
Come andrà a finire? Seguite il link.
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LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO
LA MANO DEL DIAVOLO
Continua il video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Un video racconto a puntate da seguire con calma e vedere quando vi va.