di Veronica Turiello

Dopo la scoperta dello spettro da parte di Isaac Newton, il bianco e il nero hanno vissuto la propria esistenza come non-colori. Bianco e nero hanno resistito insieme all’idea di negazione della loro esistenza ma all’improvviso il bianco ha tradito il nero. La storia del nero, come colore, come identità, come calamita di senso, è finita per secoli in un altrove imprecisato.
I secoli bui si ripetono in giornate nere, in fatti di cronaca nera che diventano lo scarto tra vita e morte. Al colore nero ogni altro colore oggi nega il respiro. Il nero è la colpa di George Floyd, ucciso a Minneapolis da un agente che gli ha tenuto il ginocchio premuto sul collo fino a soffocarlo, incurante dei suoi Non respiro.
Nera è la pagina scritta attraverso questo crimine mentre una selva di persone di ogni razza, con cartelli di ogni colore prova a salvare l’identità di George Floyd dal buco nero delle migliaia di storie di afroamericani uccisi in situazioni simili o addirittura accusati, arrestati e processati per crimini mai commessi. Lo fa ripetendone il nome come un canto, come una preghiera. Come fa Sethe, protagonista di Amatissima di Toni Morrison. Come fa Celie ne Il Colore Viola di Alice Walker.
Il ristretto giardino della cultura del bianco non è mai andato oltre la siepe di Harper Lee. E mi chiedo quanto sia facile oggi leggere un fatto simile salvandolo dall’ottica della lettura malinconica del temporaneo sdegno e senza che rimanga letteratura del dolersi di facciata, di un pietismo recitato e stucchevole.
Mi chiedo quale sia il modo corretto per trattenere questo episodio e per inserirlo nella storia senza che diventi un numero. Soffocare è la morte del nero. In strada, sotto il peso del bianco. Il bianco tradisce ancora come lo fa il soffocamento. LO sdegno per questa morte che nega volontariamnete il respiro è identica a quella che lo nega in mare, con l’acqua che si prende tutto? Che nega anche il nome? Soffocare accade ai bianchi come in Soffocare di Chuck Palahniuk. Il Victor Mancini del racconto è un uomo che finge di morire soffocato in facoltosi ristoranti della città in cui vive per ottenere pietà e aiuti economici dalle persone che si affannano a salvargli ogni volta la vita. Soffocare è finzione teatrale, mezzo di petà vera e addirittura di favore economico. L’affanno per salvare la vita di un bianco è il peso per negarla a un nero. Soffocare è morire da neri.
Al nero si offre il lato oscuro dell’umanità. È il male per antonomasia nel Medioevo, è il male nella fiaba dei diversi paesi del mondo con i suoi ideattipi dell’Uomo nero o del corvo nero delle fiabe tedesche. È il nero delle streghe o del culto satanico, è la pelliccia che ricopre il corpo degli animali associati alla bestia. Nel tempo è il colore della malvagità umanizzata, è il colore del villano contrapposto al cavaliere che è sempre “lucente”. Lombroso sottolinea il colore scuro di capelli e pelli creando il mito criminale del delinquente nato. È nero il sole delle eclissi. Segno di Apocalisse. È magia nera, sono nere le labbra di Giuda che con un bacio tradisce e metaforicamente uccide Gesù.
Della storia del colore nero di Michel Pastoureau, esperto in Storia del colore, ricostruita in modo cristallino, amo la rivalutazione in chiave positiva del nero attraverso la stampa, attraverso l’inchiostro nerissimo e denso contrapposto a quello leggero dei manoscritti. Il nero si fa nobile nella sua capacità di raccontare a un numero inimmaginabile di persone una verità incisa nel bianco.
Non è forse questo, oggi, il mezzo per dare respiro al nero? Non è un mezzo, un fine sufficiente per scrivere in modo diverso la storia del nero?
Lo strano caso dello smart working in Italia
di Anna Russelli

Altra lezione da COVID 19 da portare a casa: un singolo evento di portata epocale rende concreti in maniera rapida ed efficace cambiamenti inseguiti per anni e, da molti, guardati con diffidenza e liquidati come “impossibili”, “utopici”, “troppo radicali”.
E’, ad esempio, il caso delle città, costrette ad abituarsi nel giro di pochissimi giorni a vivere a ritmi diversi, a riscoprire la mobilità sostenibile, a ridurre il traffico e gli affollamenti.
Ed è anche lo strano caso dello smart working in Italia, affacciatosi molto timidamente nel panorama giuslavorista italiano con la legge 81 del 2017, e rimasto sulla carta da allora, salvo qualche rara eccezione, qualche pavido accordo qui e là, qualche “concessione” da parte di datori di lavoro meglio disposti. Eppure quando si andava in un’azienda a chiedere di concedere lo smart working a uno o più lavoratori, il responsabile di turno ti guardava come per dire: “cioè, dovrei pagare la gente per stare a casa?”
Poi è arrivata l’epidemia, e nel giro di poche settimane, in tantissime aziende, centinaia, migliaia, decine di migliaia di lavoratori, si sono ritrovati in smart working; pc portatile, timbratura da postazione, lavoro a casa, insomma. Senza particolari complicazioni organizzative, se non quelle logistiche, perlopiù risolte in brevissimo tempo. Nel mese di marzo 2020, l’italia è diventata un paese di smart working di massa.
E, incredibile ma vero, alle aziende piace anche. Improvvisamente, solo per fare un esempio, spariscono o diminuiscono drasticamente i costi di gestione (consumi di energia elettrica, spese di connessione, riscaldamento o condizionamento). C’è meno assenteismo, non esistono più i ritardi. Tanto che più di qualche top manager comincia ad accomodarsi sull’idea che forse si potrebbe anche ripensare l’organizzazione del lavoro a partire dal dato di fatto che, per l’appunto, alle aziende lo smart working, nella maggior parte dei casi, conviene eccome!
Ma il cosiddetto smart working (che di fatto, così come è applicato oggi nel Paese, è più un ibrido tra telelavoro e smart working; meglio sarebbe chiamarlo “lavoro remotizzato”) è un Giano Bifronte per chi sta dietro una postazione e cioè i lavoratori ma, soprattutto, le lavoratrici. L’impossibilità di contrattare le regole di applicazione ha determinato l’improvvisazione nella gestione e, nei fatti, una situazione di stress enorme, lasciando irrisolte tante questioni che adesso, però, vanno urgentemente discusse: i carichi di lavoro sono aumentati, il diritto alla disconnessione è diventato un principio astratto, lo stress è esponenzialmente aumentato, soprattutto per chi, quasi sempre le donne, in un Paese ancora troppo maschilista come il nostro, devono gestire contemporaneamente il lavoro, la cura e, adesso, anche la formazione dei figli. Insomma, se smart deve essere è il momento adesso di parlarne, per evitare che, come troppo spesso è accaduto, quello che dovrebbe essere uno strumento di maggiore autonomia e libertà si trasformi in una condizione oppressiva e di sfruttamento.
È tua, è mia, è nostra
di Rosario Avigliano

La Storica Parata dei Turchi o Sfilata come molti continuano o preferiscono chiamarla è un viaggio di adrenalina di un’intera città. Il mio amico Tonino Centola mi disse, in un’edizione di qualche anno fa, “La sfilata termina quando il primo figurante esce dallo Stadio Viviani” e pensandoci oggi, ventinove senza essa, il pensiero di Tonino sintetizzava perfettamente quello che effettivamente l’evento ha rappresentato proprio oggi che il Covid ha detto no.
Sembrano appartenere ad un passato lontano la tenerezza delle notti insonni di che era alla sua prima volta, la lunga snervante attesa prima di essere chiamati ad infilarsi e posizionarsi nella serpentina di costumi lunga due chilometri, diventare amico o amica di chi ti era capitato accanto, il “bum bum” del cuore appena il passo tuo era fuori dallo stadio, il sorriso appena accennato a chi ti aveva riconosciuto e con te, tutti loro, tutti voi e tutti noi protagonisti di una storia complessa da decifrare ma che porta dentro una straordinaria energia capace di unire, aggregare, appartenere. Dentro tutto questo c’era chi sapeva e chi non sapeva di storia, di Tempietto, Iaccara e Nave. È il bello dei Turchi.
Nel profondo del cuore di ognuno di loro il ricordo dei Turchi sarà per sempre racconto di un’emozione speciale, da ricordare, da raccontare. È un Maggio negato, un ventinove vietato, confuso, appeso, disordinato. Se avessi potuto volare sarei volato altrove perché non si può essere spettatore di cose mai successe. Nessuno mai è riuscito a fermare i turchi. Nessuno. L’impresa è riuscita solo ad un invisibile virus e ad un Santo di nome Gerardo.
Smart (strong) working
di Simona Bonito

Lo “smart working”, per le donne, si è dimostrato poco “smart” anzi si è rivelato molto “strong”.
Questo è ciò che emerge da una indagine realizzata poco più di due mesi fa da Valore D che cito testualmente: “…la responsabilità della cura famigliare continua a gravare in prevalenza sulle donne che, soprattutto in questa situazione di emergenza, fanno fatica a conciliare la vita professionale con quella personale.”.
Sebbene si pensi che ormai il futuro “risieda” in casa, per le donne attualmente è ancora difficile individuare tra le mura domestiche una postazione tranquilla e silenziosa per potersi dedicare al proprio lavoro. Non mi meraviglierei di trovare sulla scrivania tra le mail e documenti di lavoro, la lista della spesa, un foglio con l’arcobaleno e la scritta con colori tenui che continua a ripeterci che andrà tutto bene. Se guardassi ancora meglio ritroverei un libro di aritmetica e le impronte di marmellata perfettamente distribuite sull’agenda che ricorda alle 16.00 una riunione con il capo.
Questa è la realtà dello smartworking per le donne, altro che snellimento di procedure e se, siamo tutti ormai abbastanza convinti che questa sarà comunque la direzione verso cui si muoveranno molte aziende e la pubblica amministrazione c’e da chiedersi come tante donne, mamme potranno gestire un lavoro che di smart non ha proprio nulla.
Lavorare da remoto, per molte donne si sta trasformando in una gabbia dorata che non consente loro di distribuire il tempo tra famiglia e impegni lavorativi. Certo, le dinamiche di una riunione in video conferenza sono le stesse di una riunione dal vivo, ma dal vivo non significa doversi districare tra facce buffe che compaiono all’improvviso dietro la nostre webcam e se le donne non stanno perdendo l’attitudine all’adattamento non significa che lavorare in queste situazioni sia la soluzione.
Occorrono strumenti chiari ed efficaci che possano consentire la tanto desiderata agilità nel lavoro senza però costringere le donne a dover affrontare da sole altre sfide per definire il perimetro delle azioni e azzerare le disparità esistenti.
Diciamoci la verità, questa paventata innovazione non sarà un’operazione a costo zero.