di Luca Rando

Ho sempre sentito come insopportabili “le giornate di…”, come se esistesse un unico giorno in cui dare attenzione alle donne, alla poesia, alla memoria, all’amore, all’ambiente e non dovesse essere invece giornaliera la cura per ciò che ci circonda. Insomma, non reggo l’insopportabile retorica che si sviluppa un giorno durante un anno per poi tornare tutti, tranquillamente, a sporcare, dimenticare, uccidere donne, picchiare bambini… Allora forse, per alcune cose, bisognerebbe moltiplicare i giorni, non, quindi, la giornata mondiale dell’ambiente ma LE giornate mondiali dell’ambiente, far diventare ogni giorno quello di cura della propria citta, del proprio parco, della propria spiaggia, del proprio mare, del proprio filo d’erba, del proprio albero, della propria aria. Che poi è di tutti: quell’albero, quell’aria, quella città, quella spiaggia, quel mare, quel filo d’erba sono di tutti, di chi ci vive e di chi è lontano, di chi non c’è più e di chi ancora deve nascere e vorrebbe magari un mondo vivibile in cui esserci.
Only One Earth. C’è solo questa di terra da proteggere e da abitare. La nostra casa. L’unica, l’ultima che abbiamo. E questa terra è abitata da milioni di specie diverse, specie fragili, che un cambiamento radicale porta velocemente a morire. Uno studio di scienziati tedeschi ha dimostrato come in 27 anni ci sia stata una riduzione di più del 75% della biomassa degli insetti. Il report sulla biodiversità e sugli ecosistemi dell’IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services, la Piattaforma Intergovernativa di Scienza-Politica sulla Biodiversità e i Servizi Ecosistemici) mostra che l’uomo ha modificato sensibilmente il 75% dell’anbiente terrestre ed il 66% di quello marino. Il report dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) “Oceani e Criosfera in un clima che cambia” evidenzia l’urgenza di azioni che affrontino i cambiamenti persistenti e senza precedenti che riguardano l’oceano e la criosfera. D’altra parte sono sotto gli occhi di tutti i cambiamenti climatici (piogge improvvise e torrenziali, grandinate, conseguenti esondazioni, incendi, siccità, innalzamento delle temperature ecc.). Il rapporto malato dell’uomo con la natura è il sintomo di una colpa più grande: quella del sentirsi il padrone di questa terra, con la conseguente idea che tutto ciò che è presente su questa terra sia un oggetto da poter utilizzare e buttare via. È il capitalismo, bellezza, con tutto quello che comporta in ordine a abusi, superbia (“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo”), menefreghismo, e così via.
Tutto questo mentre è evidente che il rapporto costo/benefici con una inversione immediata sarebbe a tutto vantaggio dei benefici, mentre più si rallenta L’intervento più aumentano, per tutti noi, costi e rischi. Ciò è ancor più evidente in un ambiente relativamente piccolo come la Basilicata. È evidente nell’azione distruttiva portata dalle trivellazione di ENI e TOTAL in Basilicata, è evidente nell’aria malata che respiriamo ma è anche evidente nella cura (?) del nostro territorio e dei nostri parchi. Non siamo, insomma, un po’ tutti figli di questo menefreghismo imperante sull’ambiente? La cura delle strade, dei prati, dei boschi non è già un sintomo della nostra attenzione a ciò che ci circonda? Allora quali azioni intraprendere prima che sia troppo tardi? Dare spazio all’altro, far crescere e prendersi cura di qualcuno o di qualcosa, perché queste sono azioni di igiene e di sanità mentale: e quale cura migliore che occuparsi di ciò che è intorno a noi, il nostro mondo, attraverso quella lentezza che in un mondo superveloce diventa pratica rivoluzionaria. Agire rapidamente per l’ambiente ma con la giusta lentezza (cura) che garantisce di percepire la complessità dei problemi, di relazionarsi pienamente alle cose che ci circondano e soprattutto di dedicarsi con attenzione all’altro, al suo ritmo, al suo respiro, al suo pensiero. Un sogno di pausa e di intervallo, contro la fretta dell’arrivare, un sogno del silenzio, contro le troppe vuote parole che ci circondano, un sogno della misura e del qui, contro tutti i seguaci dell’oltre, impazienti e di corsa. Osservare le cose, un albero, da un altro punto di vista che ci consente di comprenderne l’importanza o l’assoluta vacuità.
E prima che sia troppo tardi per tutti
Concedetevi
una vacanza
intorno a un filo d’erba,
dove non c’è il
troppo di ogni cosa,
dove il poco ancora ti festeggia
con il
pane e la luce,
con la muta lussuria di una rosa.
Franco Arminio
Visit Basilicata. Anzi no!
di Nuario Fortunato

La tanto attesa Fase 3, quella degli spostamenti interregionali e nazionali liberi e ‘liberalizzati’, è arrivata. Giuridicamente, socialmente, umanamente e concettualmente significa tanto. Significa tornare a essere padroni del proprio tempo, del proprio spazio, dei propri affetti, delle proprie necessità. Sempre nel rispetto delle prescrizioni e dell’esigenza di mettere in campo tutte le fondamentali misure contenitivo-preventive per arginare un possibile riemergere del virus. Con l’arrivo dell’estate, poi, comprensibile che la Fase 3 si traduca per molti in: mare, spiagge, aria aperta, gite fuori porta, weekend distensivi. E se questo è vero è anche vero che tutto ciò si tramuti in un rigenerarsi di quell’offerta turistica tramortita dagli effetti nefasti del Coronavirus. Quando parlo di offerta turistica, non mi riferisco soltanto ai piani di marketing turistico-territoriali ma soprattutto alle strutture ricettive, agli stabilimenti balneari, ai ristoratori, ai bar, ai tour operator, a tutti gli attori dell’indotto che costruisce la propria proposta commerciale-imprenditoriale in ragione dei flussi turistici. Bene, capita che, mentre il tantissime regioni dal 3 giugno partano e ripartano, accogliendo corposi gruppi di turisti anche stranieri, il Presidente della Giunta Regionale Bardi emani l’ennesima ordinanza (la numero 26), che definire restrittiva è un eufemismo analitico e un artifizio linguistico. Testualmente il corpo dell’ordinanza recita: ‘Al fine di contrastare il diffondersi dell’emergenza epidemiologica da COVID-19, tutte le persone fisiche, anche se asintomatiche, che fanno ingresso o si trasferiscono anche temporaneamente nel territorio regionale della Regione Basilicata, tramite qualsiasi mezzo di trasporto pubblico o privato, sono tenute a comunicarlo al proprio medico di medicina generale (MMG) ovvero pediatra di libera scelta (PLS) ovvero al numero verde appositamente istituito dalla Regione 800996688, indicando luogo di provenienza, luogo di destinazione principale, periodo di soggiorno e recapiti telefonici. Il medico di medicina generale (MMG) ovvero pediatra di libera scelta (PLS) ovvero gli operatori del numero verde appositamente istituito dalla Regione 800996688, sulla base delle comunicazioni ricevute, informano l’autorità sanitaria competente che proporrà l’esecuzione del tampone rino-faringeo per SARS-COV-2 in applicazione delle indicazioni di prevenzione e controllo emanate dalla direzione generale della prevenzione sanitaria e dal Consiglio superiore della sanità del Ministero della salute. (…)’. Adesso, ben venga l’eccesso di premura di un Governatore che vuole tutelare le proprie genti e conservare quanto più a lungo il numero zero nella casella dei positivi, magari rendendo ‘fisiologico’ il trend della totale contrazione del virus, ma occorrerebbe ricordare che oltre al diritto alla salute esistono ulteriori diritti ugualmente sacri, come il diritto al lavoro, il diritto a conservare le proprie libertà personali. Non per polemica ma per fare costruttivo, è il caso di citare quanto ad esempio previsto dall’omologo campano di Bardi, De Luca: ‘A tutti i soggetti provenienti dalle altre regioni d’Italia o dall’estero, in conformità alla disciplina statale vigente, che faranno ingresso nel territorio regionale, fino al 15 giugno 2020 è fatto obbligo, in caso di comparsa di sintomi, di avvertire immediatamente il Dipartimento di prevenzione della ASL territorialmente competente e il proprio medico di medicina generale o il pediatra di libera scelta, ove appartenenti al Servizio Sanitario regionale della Regione Campania, per ogni conseguente determinazione. (…)’. Penso si possa asserire che l’ordinanza bardiana rappresenti motivo di grande nocumento per tutti gli operatori turistici lucani, per tutti gli albergatori lucani e per la filiera turistica lucana. Misure così restrittive finiscono per configurarsi giocoforza come un disincentivo per tanti potenziali ospiti della nostra regione, delle nostre bellezze territoriali, in un contesto già afflitto dalle conseguenze di un’emergenza senza eguali. Sembra quantomeno ipocrita e ambiguo approntare dei bandi a sostegno delle attività deputate a fare turismo se, poi, di fatto se ne depotenziano la ricettività e il bacino di utenza. Praticamente con una mano ti do il ‘Pacchetto turismo’ (con uno stanziamento di 23 milioni di euro, se non erro) e con l’altra ti tolgo i turisti, riducendo di fatto le fila della platea potenziale. La Basilicata non è pronta né attrezzata per vivere in una situazione di autarchia turistica. Non ha i numeri, la capacità, la vocazione per farlo. La politica, allora, cosa può fare o, meglio, cosa avrebbe dovuto fare? Offrire soluzioni innanzitutto, non creare problemi. La buona politica Un governa i processi mentre la politica si accontenta di amministrarli. Ecco, oggi la Basilicata è amministrata. Semplicemente e tristemente amministrata.
Coronavirus: prova di banco per lo stato di diritto
di Claudia Schettini

Quando la sicurezza di un Paese è minacciata da un grave ed imminente pericolo, sia che si tratti di conflitti interni, sia di catastrofi naturali sia, come nella fattispecie, di epidemie, spesso è lo stesso testo costituzionale ad indicare la possibilità per il governo di adottare, con procedimenti particolari che raggirano la scarsa rapidità parlamentare, qualunque misura, di carattere temporaneo, volta a scongiurare tale pericolo e a proteggere i propri cittadini. Si tratta di misure che, talvolta, limitano le libertà fondamentali sia individuali sia collettive ma, proprio perché impiegate al fine di salvaguardare la salute pubblica e in un limitato lasso temporale, sono accettate dai governati.
Tuttavia, le restrizioni che oggi quasi tutti i paesi hanno adottato per far fronte al Covid-19, giunto in un momento già difficile per lo stato di diritto, in alcuni casi, soprattutto nei paesi appartenenti alla regione Medio orientale, al Sud-East asiatico e all’America Latina si sono spinte troppo oltre, trasformando la gestione emergenziale in un mero strumento di imposizione autoritaria. L’attacco alle libertà democratiche sembra così essere un effetto collaterale della pandemia con il rischio, essenzialmente politico, che tali misure straordinarie non vengano rimosse completamente. Il timore maggiore è che le restrizioni delle libertà individuali e collettive resistano più a lungo dello stesso virus e vengano normalizzate nelle strategie di sopravvivenza delle classi al potere, esplicitando così la loro natura autoritariaepriva di alcuna legittimazione politica.
La crisi sanitaria, in paesi dove già esistevano fragili democrazie e dove i parlamenti avevano solo un ruolo di facciata e spesso erano anche ostaggio dei militari, rischierebbe di far rivivere gli anni più bui della Storia tanto da poter parlare di “Democrazia in ritirata”. Numerose sono infatti gli interrogativi che in questo periodo ci si sta ponendo: tornerà una vita istituzionale normale? Tornerà un equilibrio tra i poteri? Quid per i diritti compressi?
Il coronavirus potrebbe non essere solo una breve “parentesi”, come l’avrebbe intesa Benedetto Croce, della vita politica e sociale, ma concreto è il pericolo di aggravamento non solo della rigidità dei regimi autoritari, ma anche della crisi delle democrazie e dell’ideale di stato di diritto.
Earth day 2020: Apocalypse is now
di Evilia di Lonardo

Oggi è la Giornata mondiale dell’ambiente. Earth day. 5 giugno 2020.
20.tonnellate sversate nell’Artico siberiano.
21mila chilometri quadrati di foresta amazzonica rasi al suolo dal 2016 al 2018.
5 milioni di ettari distrutti dagli incendi in Australia.
Centinaia di miliardi di locuste in Etiopia, Somalia, Kenya (tranne nel resort di Briatore).
Piogge torrenziali e frane in Madagascar.
Incendi vicino la centrale di Chernobyl con conseguente livello di radioattività 16 volte superiore alla norma.
Fuoriuscita chimica in India e a Venezia.
Esplosione del vulcano Taal nelle Filippine.
Terremoti in Portorico, Turchia e Italia.
Alluvioni in Indonesia.
Ciclone nelle Fiji.
Inondazioni, uragani e siccità.
Riscaldamento globale, estinzione animale, chimica industriale.
Un elenco non esaustivo così come si fa con le vittime di mafia, del terrorismo, dei genocidi ma non con le vittime della violenza nei confronti dell’ecosistema. E non pensate di essere al riparo a “Pozen”. In una regione poco industrializzata e ai primi posti nelle classifiche dei tumori conosciamo tutti qualcuno morto di cancro o no?
Due mesi di lockdown Covid19, con tutte quelle tenere immagini, ripostate all’infinito, della natura che si riprende i suoi spazi, non bastano a cancellare secoli di sfruttamento indiscriminato a favore di un sistema economico non più sostenibile.
La confusione mentale e relazionale si esprime sempre più nella violenza; dall’elefantessa incinta morta per aver mangiato un ananas riempito di petardi [no, ma l’ananas era per i cinghiali (e perché i cinghiali possono esplodere tra mille sofferenze?)] ai cigni impallinati mentre covavano, la razza umana esprime tutta la sua frustrazione nei confronti di un corpo che non riconosce più da tempo.
Due mesi e da homo sapiens ci siamo trasformati in homo minus habens. Ma tante grazie per l’opportunità l’offerta. Tutta questa presunta tecnologia per il miglioramento della qualità della vita ci riduce a meno di esseri monocellulari dalle fantastiche vite monogrammate.
E non servirà comprare un’auto elettrica: come si produce l’energia elettrica?
Non servirà diventare vegani: al gattino casalingo diamo da mangiare la scatoletta intensiva? E il packaging degli hamburger di soia come viene prodotto?
Non servirà acquistare solidale: trasportiamo le merci per aria o per mare?
Non servirà pulirci la coscienza con qualche comportamento green. Non è possibile. Ogni oggetto che possediamo comporta lo sfruttamento di qualche risorsa naturale e lo sfruttamento delle regioni povere che presto torneranno a chiedere il conto di una schiavitù perpetrata all’infinito.
Nietzsche diceva che “la Terra ha una pelle e questa pelle ha delle malattie. Una di queste si chiama Uomo”. Non sono bastati due mesi e non basteranno cento anni affinché il ciclo della vita non si compia definitivamente. Da culla dell’Umanità siamo ormai prossimi agli anni della vecchiaia. Il tempo sta scadendo. Nessuno farà niente e forse ci troveremo nell’aldilà. Sempre che anche lì non ci sia Umanità.
LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO
Il video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Un video racconto a puntate da seguire con calma e vedere quando vi va.