di Gianrocco Guerriero

Ciò che è accaduto a Minneapolis lo scorso 25 maggio mi ha fatto tornare alla mente un evento accaduto a Sidi Bouzid il 17 dicembre del 2011. Quel giorno il tunisino Mohamed Bouazizi si diede fuoco in piazza, dopo aver subito l’ennesimo sopruso da parte della polizia locale, perché era l’ultimo modo che gli rimaneva per dare voce alla propria dignità, rendendola immortale. Il gesto inaugurò quella che è ormai nota come Rivoluzione dei Gelsomini, miccia d’innesco per la Primavera Araba, le cui conseguenze sono ancora in divenire. Appena due settimane fa, invece, in America è caduta la goccia che ha fatto traboccare un altro vaso: quello quello del pregiudizio (e del conseguente eccesso di violenza) delle forze dell’ordine nei confronti degli afroamericani. George Floyd, un ladruncolo “per necessità”, è stato ammazzato, lentamente e davanti agli occhi di tanta gente, dalla pressione del ginocchio di un agente dai lineamenti del volto tipici di chi stia espletando un dovere di ordinaria amministrazione con prepotenza e sicumera. Nonostante l’uomo fosse stato già ammanettato e avesse dei colleghi intorno, ha ignorato i lamenti che imploravano (chiedendo “per favore”) aria nei polmoni. Nove minuti lunghi quanto sono stati gli anni che sono trascorsi dal 2011 a oggi è quanto saranno quelli che segneranno un altro cambiamento epocale le cui conseguenze non ci è possibile immaginare.
Funziona sempre così. I sistemi complessi sono caratterizzati da biforcazione al di là delle quali tutto muta in un attimo e in maniera imprevedibile. L’America non è più quella degli anni Sessanta già da un pezzo. Nell’istante della morte di Floyd si è avviato un ulteriore cambiamento che si estenderà a tutto l’Occidente. Sono cambiate molte cose, negli ultimi dieci anni, con un ritmo sempre più incalzante. Solo poco più di due anni fa avevo l’impressione di vivere in un altro mondo. Non ho bisogno di un film, per meravigliarmi, ormai. Mi basta leggere un giornale.
Automotive
di Antonio Di Stefano

Se si scorre il Decreto Rilancio, nel Titolo II “Sostegno alle imprese e all’economia”, si può incappare nell’art. 49 rubricato “Creazione di un polo di eccellenza per la ricerca, l’innovazione e il trasferimento tecnologico nel settore automotive nell’area di crisi industriale complessa di Torino”. E’ previsto che questo nuovo polo funga da tramite con gli istituti di ricerca nazionali ed europei e possa favorire e organizzare attività di ricerca collaborativa tra imprese e altri centri di ricerca. Nel nuovo polo si dovrebbero realizzare linee sperimentali per la dimostrazione di tecniche di produzione e per la sperimentazione di nuove forme di mobilità tra cui quella elettrica, la guida autonoma e ulteriori applicazioni dell’Intelligenza artificiale al settore della mobilità. Naturalmente l’articolo 49 individua un intervento puntuale, che si inserisce in un’azione di rilancio di un’area di crisi industriale, Mirafiori, che tanto ha dato (e secondo qualcuno anche tolto) alla storia recente del nostro Paese, tuttavia un intervento comunque in linea con il programma europeo “Green new deal”, per un continente combattivo per il contenimento del cambiamento climatico, e con il Piano Transizione 4.0 del MISE, per una politica industriale più sostenibile. Poi è un investimento in ricerca, settore nel quale in genere figuriamo come gli atleti bianchi in una finale olimpionica dei 100 metri. Insomma tutto quello che avremmo da sempre voluto vedere, ma che non osavamo chiedere.
Mentre leggo l’art. 49 irrefrenabilmente mi sovviene alla memoria il “Campus manifacturing” di Melfi, un centro di eccellenza per la ricerca industriale, la formazione e per lo sviluppo di sistemi innovativi a servizio del sistema automotive locale, sviluppato anche con il concorso del Centro ricerche Fiat (e pensato prima che a Torino decidessero di emigrare in Olanda e di assumere un nuovo discutibile acronimo identitario). Un’operazione di investimento sviluppata dalla Regione Basilicata nella programmazione 2007-2013, che aveva investito circa 11 meuro FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale) per la realizzazione del centro e la sua dotazione in termini di laboratori, che era proseguita con un’azione formativa sostenuta dal FSE (Fondo Sociale Europeo) per la formazione di 20 giovani ricercatori, successivamente assunti nel comparto nel 2016. Un’operazione che può essere giudicata come una buona intuizione nell’uso delle risorse europee (risorse gestite in partenariato con il settore produttivo ed in integrazione tra i fondi, attività che già di per sé rappresentano una buona pratica non comune) e che provava a zavorrare l’investimento ex FIAT, ora FCA, sul territorio, immaginando di costruire condizioni di contesto in grado di determinare vantaggi localizzativi ulteriori rispetto alla mera vantaggiosità agevolativa pubblica.
Non c’è alcun nesso tra diretto tra l’art. 49 del decreto rilancio e il campus di Melfi, né alcuna critica o illazione verso titolarità istituzionali, né alcun additamento di responsabilità o rivendicazione di meriti, né infine alcun retropensiero complottista su eventuali ripercussioni di scelte remote sui destini locali, come se fossimo dimentichi di essere periferia dell’impero.
C’è solo una identità di tema, ovvero la ricerca e l’innovazione applicata al settore automotive, magari declinata su temi differenti, ma forse anche potenzialmente complementari.
E allora da cittadino curioso, ma ignorante, mi chiedo se questi due luoghi, il polo di Torino ed il campus di Melfi, sedi entrambi di potenziale produzione di innovazione, si parleranno, se magari si incontreranno virtualmente in sede di attuazione del Contratto di sviluppo presentato da FCA Melfi S.r.l. il quale investirà 136 milioni per l’ampliamento dell’impianto di Melfi, ma anche per un progetto ricerca industriale e sviluppo sperimentale da realizzare sia presso la sede di Torino che quella lucana e centrato sulla propulsione esclusivamente elettrica dei veicoli. Mi chiedo dunque se la politica industriale del settore automotive nei prossimi anni si avvarrà del centro di ricerca e formazione di Melfi, se la Smart Specialization Strategy regionale lo terrà in considerazione e saprà fornirgli una spinta, se insomma potrà giocare un ruolo nella fase annunciata di rilancio economico improntato alla transizione ecologica.
No, nell’articolo 49 del Decreto Rilancio le risposte a tutte queste domande naturalmente non ci sono. Ma se si ha voglia di pensare in positivo e vagheggiare un mondo possibile anche un decreto legge può essere una buona base.
Quarantuno colpi. Nulla è cambiato sotto il sole d’America
di Ida Leone

41 shots… and we’ll take that ride
‘Cross this bloody river
To the other side
41 shots… got my boots caked in this mud
We’re baptized in these waters and in each other’s blood
(Bruce Springsteen, 41 Shots)
Le autostrade americane sono larghe e piatte come nastri da sposa, e nel Midwest non ci sono montagne. Facile che, percorrendole, le macchine della polizia ferme sul ciglio della strada si vedano da molto lontano. Ogni volta che ho avuto occasione di guardare chi avevano fermato, era sempre un uomo di colore. Non faccio statistica, ovviamente, ma me ne sono stupita ogni volta.
Il razzismo non è mai morto, negli USA, meno che mai ora che alla Casa Bianca siede un bizzarro stupefacente personaggio, la cui stupefacente bizzarria rischia di essere pericolosissima, in tempi di crisi sociali così profonde e spaccature così devastanti.
Nel 1999 a New York l’immigrato dalla Guinea Amadou Diallo è in giro a sera tarda per andare a comprare qualcosa da mangiare. Nella stessa strada alla stessa ora ci sono quattro poliziotti in cerca di uno stupratore, visto in quei paraggi qualche ora prima. La somiglianza – disgraziata – con il giovane Diallo li spinge a fermarlo. Amadou mette una mano in tasca perché nel suo paese di origine la prima cosa da fare se ti ferma la polizia è mostrare i documenti. Il gesto viene frainteso dai poliziotti che asseriranno in seguito di aver temuto che stesse per tirare fuori un’arma, e che non sanno fare di meglio che scaricargli addosso 41 colpi, di cui 19 vanno a segno, uccidendo Amadou Diallo all’istante.
Niente di nuovo sotto il sole. L’episodio porterà a disordini sedati con la stessa violenza di oggi, e tutto proseguirà più o meno come prima. Bruce Springsteen, però, il rocker planetario da sempre attentissimo a questi temi, scrive di getto una canzone che intitola “American Skin” ma che è da molti conosciuta come “41 Shots”, i 41 colpi che hanno ucciso Diallo. La canta solo dal vivo per molti anni, attirandosi le antipatie più o meno palesi delle associazioni delle forze di polizia, che decideranno di boicottare i suoi concerti, e una dichiarazione stizzita dell’allora Sindaco di New York Rudolph Giuliani, uno che non è mai andato troppo per il sottile quando si è trattato di mantenere l’ordine pubblico.
La storia torna di dirompente attualità oggi, perché Springsteen, ospite di una trasmissione radiofonica, chiede di passare 41 Shots nella sua versione integrale. “La canzone dura otto minuti”, dichiara alla radio. “Tanti quanti ne sono serviti per uccidere George Floyd”. Punto. Nulla di più. Per dire – anche lui – che nulla è cambiato, da quel 1999, e invece sarebbe ora che iniziasse a cambiare.
Io sono una grande fan di Springsteen e quindi non spendo altre parole. Ma se volete perderci 10 minuti, anzi otto, ascoltate American Skin, e studiatene il testo. Che, come sempre accade nelle canzoni del Boss, è lucido e tagliente come una lama di rasoio, e arriva dritta al cuore.
LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO
Il video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Un video racconto a puntate da seguire con calma e vedere quando vi va.