Fuori Fase – 12 giugno 2020

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Ricette culturali
di Simona Bonito

Era il 1945 quando Elio Vittorini scriveva di cultura e tentava di spiegare lo stretto legame che esiste tra questa e la società in cui si vive. Era il 1945 per una Italia che tentava di rialzarsi dopo una guerra che l’aveva messa in ginocchio quando pubblica la sua riflessione “Una nuova cultura”.

È il 2020 oggi, mentre l’Italia cerca di rialzarsi di nuovo dopo una esperienza negativa che in molti hanno definito guerra. Rileggere Vittorini, oggi significa puntare il dito su una società che ancora una volta non da valore alla cultura, non la promuove e la sottovaluta, se non proprio la ignora.

La vera sconfitta di questa pseudo guerra, risiede proprio nel fatto che pochi hanno guardato con occhio attento alla cultura; non è un caso se oggi, l’Italia è un paese in cui riaprono le discoteche e non si pensa alle scuole, ai poli culturali, alle sedi in cui per molto tempo  e senza nessun sostegno le associazioni culturali hanno tentato di far “respirare” un’aria nuova.

Scriveva Vittorini: “La società non è cultura perché la cultura non è società. E la cultura non è soçietà perché ha in sé l’eterna rinuncia del «dare a Cesare» e perché i suoi princìpi sono soltanto consolatori, perché non sono tempestivamente rinnovatori ed efficacemente attuali, viventi con la società stessa come la società stessa vive. Potremo mai avere una cultura che sappia proteggere l’uomo dalle sofferenze invece di limitarsi a consolarlo?”

Proprio per questa sua modalità “consolatoria” in cui si è manifestata fino ad oggi, la cultura si è trasformata in mero intrattenimento e nessuna spinta sociale concreta ha consentito ad essa di diventare “priorità”. In questo clima di tanto auspicato rinnovamento, la funzione culturale degli operatori del settore, deve cambiare rotta interrompendo la sua funzione di mera organizzazione di eventi auto-referenziali e deve iniziare a interagire concretamente con tutta la società affinché le porte dei luoghi preposti alla cultura rimangano aperte.

Evviva Potenza “città d’arte”, ma…
di Enzo Fierro

Di sicuro la notizia non può che essere accolta positivamente, poiché la nostra città si affianca ufficialmente alle altre città d’arte lucane come Matera, Venosa, Rivello, Acerenza, Melfi, Lagopesole e Tricarico. In realtà si colma un vuoto che il legislatore regionale aveva (volutamente?) tralasciato negli anni.

La cosa, ovviamente non può che renderci felici perché “Città d’arte” significa sopratutto acquisire un patentino per diventare città turistica a tutti gli effetti.

E se , fino a ieri, si parlava di Potenza come città brutta , oggi finalmente si iniziano a raccogliere i frutti di un racconto diverso della stessa, più consapevole dei propri mezzi, grazie anche al lavoro di tanti cittadini, associazioni e di quel civismo che , fortunatamente, ha colmato il vuoto della borghesia illuminata (su questo andrebbe aperto un altro capitolo).

Ovviamente, questo risultato è un punto di partenza e non certo di arrivo. Sbaglia chi si accapiglia sui meriti, chi si appunta il gagliardetto sulla giacca, sbaglia chi strumentalizza politicamente il riconoscimento. Dimostriamo invece, ora più che mai, di essere capaci di costruire obiettivi condivisi, di tracciare un percorso comune che metta a frutto la grande opportunità di riscatto che abbiamo sotto i nostri occhi.

I “titoli” di “Potenza capitale europea dello sport” e “Città d’arte” sono una occasione ghiotta per costruire innanzitutto la “Comunità” cittadina. Quella comunità cittadina di cui ancora si sente la mancanza. Tale è quella comunità che sa riempire di contenuti e valori i contenitori, che lavora insieme per il consolidamento dei risultati, che sa fare fronte comune nel chiedere alle Istituzioni azioni, misure e strumenti per far si che Potenza non sia solamente la città più titolata della Basilicata.

Non dimentichiamo che città d’arte, deve essere innanzitutto una città sana e bella da vivere per i propri cittadini. Ecco perché non si può prescindere dal ruolo e dal coinvolgimento delle energie associative, produttive e creative della città che restano fondamentali in questo discorso. Non basta avere testimonianze storiche illustri per essere città d’ arte, la cultura deve essere prodotta e inverata continuamente. E qui entra in gioco il sistema organizzativo della cultura e della Rete di fruizione. Ad esempio saremo in grado di garantire almeno due musei aperti al pubblico per almeno otto mesi all’anno? Chiese e siti archeologici fruibili 12 mesi su 12 ? Saremo in grado di allestire un’ articolata offerta di mostre e manifestazioni, presenza di servizi culturali, quali biblioteche, archivi di Stato, attività culturali quali mostre, convegni, iniziative culturali e rassegne teatrali di spessore? .

Ed ancora segnalo la necessità di aprire alla valorizzazione e alla gestione del patrimonio culturale archeologico e architettonico della città tenendo dentro associazioni e terzo settore. Perché questo significherebbe alleggerire gli Enti e, nel contempo, dare possibilità occupazionali ai giovani. Insomma c’è ancora tanto da fare, ma prima di tutto c’è da stilare un Piano di marketing specifico che individui azioni, misure, obiettivi e risultati.

Per essere più chiari, se gli attori locali, gli imprenditori, gli operatori , le varie realtà istituzionali (penso in primis all’UniBas che ancora percepisco lontana dalle dinamiche di sviluppo della città), governati da una Vision adeguata , sedessero allo stesso tavolo per individuare la strategia per mettere a sistema i punti di forza della città, le competenze e le disponibilità , molto probabilmente Potenza potrebbe diventare , nel breve, un centro a destinazione turistica specifica. Una città dalle radici profonde con la sguardo proiettato alla modernità.

Esempi in questo campo se ne potrebbero fare a iosa. Penso in primis ai siti archeologici , alla villa Romana alla torre Guevara e a quello che conserva nel sottosuolo, al potenziale dei Ponti, da quello storico di San Vito a quelli più moderni Musmeci (la candidatura a Patrimonio Unesco va sostenuta al massimo) e attrezzato che, con interventi adeguati, potrebbero diventare attrattori importanti nel campo dell’architettura moderna.

Insomma un buon numero di risorse ancora non adeguatamente valorizzate che, se governati da una regia unica e da una strategia comune, possono consegnare a Potenza il volto di una meta turistica più stabile all’interno di un sistema locale di offerta turistica integrata con gli itinerari delle altre città d’arte.

Pertanto, si approccia a questo gradito riconoscimento consapevoli che il lavoro da fare è tanto ma che non partiamo da zero. Sarebbe un peccato se qualcuno si mettesse a fare da solo, perché in quel caso non si andrebbe lontani. E francamente dei titoli vuoti senza ricadute concrete la città è stanca.

Visita di controllo
di Antonio Di Stefano

Se si superano i 50 anni e si hanno ancora i genitori ci si può considerare persone fortunate. Ma a fronte di una indiscutibile fortuna corrisponde il dovere responsabile di manutenere le condizioni di salute dell’ascendente, ragione per cui sovente il detentore di genitore anziano mantiene una relazione piuttosto intensa con il Servizio Sanitario Nazionale. Una relazione che può essere amichevole e serena, ma che talvolta può diventare complessa, se non burrascosa, un rapporto fatto di appuntamenti, visite, dottori, paramedici e procedure on line o a sportello. Insomma non ci si annoia con il SSN: una alchimia speciale nella quale il cittadino finisce con il prendere le misure al sistema e cerca di correggerne irritualmente le disfunzioni, anticipando le mosse quando sa che per una visita ci vogliono 6 mesi di attesa, presentandosi allo sportello quando al telefono ha avuto una risposta evasiva, e così discorrendo, in un amabile gioco collettivo in cui ciascuno fa il suo, meglio che può, un equilibrio precario che tiene (almeno finchè non ci scappa il morto), un modus operandi bizantino che offre servizi come può, cercando di assolvere alla sua funzione universalistica di accesso alle cure, un meraviglioso caravanserraglio di uomini eccezionali e di miserie umane d’improvviso travolto e frullato dall’inattesa emergenza covid.

Di colpo tutto fermo, basta visite di controllo, se ci riuscite smettete di ammalarvi di altre patologie, il coronavirus ha preso l’esclusiva, manco fosse SKY con la Champions. Così capita che l’anziano genitore, quello da cui siamo partiti, abbia una visita prenotata nei primi giorni di giugno. In una regione che da circa 10 giorni registra zero contagi giornalieri da Covid. E’ ovvio che se la visita fosse stata calendarizzata a marzo o aprile non ci sarebbe sorto il dubbio né ci sarebbe venuto l’uzzolo di esporre il diversamente giovane al rischio contagio. Ma adesso? Funzioneranno gli ambulatori nell’ospedale del capoluogo? Dovrebbero. Voci si rincorrono. Ci sono quelli di prima che hanno visto rinviate le visite. Benissimo. Magari fanno doppi turni, come ha proposto un assessore in tv. Chissà. Poiché siamo una famiglia tassonomica attiviamo la procedura che ci pare più idonea e chiamiamo il CUP (Centro Unico di Prenotazione, per quei fortunati che non conoscono l’acronimo). Si, buona sera! Grasse risate. Il CUP? Ti rispondono 3 volte. Grassissime risate. Ma in famiglia quando ci mettiamo siamo ostinati. Attendi, attendi, attendi, sei il numero 85, 64, 42,21, 7, voce dal territorio nazionale: Buongiorno, vorrei sapere se mio padre… la visita di controllo…. Prenotata prima del covid…. È confermata? Risposta: non saprei. Provi a chiedere al reparto. (Non lo sa, mica lo puoi ammazzare). Ok grazie (di che?), proverò.

Adesso è il turno del reparto. Il primo girono va buca. Il secondo, dopo vari tentativi, risponde il medico di riferimento: Buongiorno, come sta? E il paziente? Andiamo avanti, anzi avremmo il controllo, vorremmo sapere se confermato. Ah non saprei, quel giorno non sono nemmeno io in ambulatorio, comunque dovreste chiedere al CUP. Già fatto, dicono che lo sapete voi. No, lo sanno loro. (Ping, pong, ping, pong, vuoi vedere che alla fine lo so io a mia insaputa?). Questo penso mentre saluto. L’indomani riproveremo con il CUP. Sei il numero 78,45,23,4,….. come posso aiutarla? Vorrei sapere se la visita si fa. Abbiamo già chiamato da voi che ci avete rimandato al reparto che ci ha restituito a voi. ‘Sta visita allora si fa o no?

La voce dall’altro capo del telefono capisce che è al muro e un po’ si irrigidisce. Mi spiace non lo so. Allora mi gioco l’affondo: Scusi e a chi lo devo chiedere? Risposta di pancia, forse non troppo professionale ma molto umana: E che ne so, lo chieda a quei geni che vanno in televisione a dire che è tutto a posto e poi a noi non dicono una mazza su cosa dobbiamo fare!

Che cosa avrà mai voluto dire l’operatore?

Rinunciamo a capire in anticipo se la visita ci sarà o meno, ci presenteremo inutilmente nel giorno previsto in ambulatorio, senza genitore, in largo anticipo, per verificare se siamo tra i fortunati della giornata in questo elenco di pazienti di fatto inaccessibile. Almeno allo sportello dell’ambulatorio risulta la prenotazione, sarete richiamati. Quando? Non so, comunque l’ha detto anche la televisione che è inutile presentarsi in questa fase (oddio, che vorrà dire? Fin dove arriva ‘sta fase?). Sarete riprogrammati (manco fossimo apparati informatici).

Ma se l’ha detto la televisione….. Per un attimo mi balena l’immagine del giornalista del TG3 che notifica in diretta i nomi dei programmati e felici pazienti del giorno. La sanità è andata evidentemente avanti. E pensare che noi in famiglia eravamo così retrogradi ed antidiluviani da aspettarci una telefonata che annunciasse lo slittamento dell’appuntamento di controllo o almeno uno SMS, come quelli che un tempo un CUP informato ti inviava il giorno prima per ricordarti della visita.

Potenza Città dello sport, Potenza città d’arte
di Ida Leone

Potenza città europea dello sport, Potenza città d’arte. Sono i titoli che da due giorni la nostra amatissima città natale ha cumulato e può vantare. Naturalmente sono, come tutti, contenta che il lavoro incessante di molti concittadini per mettere in evidenza i pregi artistici della nostra città abbia condotto a questo brillante risultato. Spiace un po’ sapere che l’attribuzione non viene da una giuria internazionale o anche solo nazionale, magari venuta qua in incognito a scoprire le nostre bellezze artistiche e a redigere un dossier, ma da una decisione del Consiglio Regionale di Basilicata, prestigiosa istituzione, per carità, ma che da un po’ un sapore di cortile e di autoincensamento, al riconoscimento.

Ho cercato invano una motivazione soprattutto all’attribuzione del secondo, di titolo, pur consapevole delle molte – e ben nascoste – emergenze artistiche di Potenza, ma ho trovato solo riferimenti alla circostanza che grazie al fatto di essere Città d’Arte le attività commerciali del capoluogo potranno restare aperte più a lungo, ed in generale ci sarà una liberalizzazione degli orari e delle modalità di apertura delle medesime. Viene quasi il sospetto che fosse questa l’unica emergenza da valorizzare, ma mi sono fatta passare subito il brutto pensiero. Così come mi ero fatta passare subito il brutto pensiero che il titolo di Città Europea dello Sport avesse quale unico scopo quello di facilitare la costruzione di un nuovissimo stadio di calcio, con annessi e connessi centri commerciali e parcheggi a gogo, magari in un’area alle porte della città che da anni è oggetto di contesa fra chi la vuol cementare e chi la vorrebbe verde parco.

Dunque adesso i due titoli vanno onorati, e se è vero che vengono assegnati non per come la città è, ma per quello che vuole diventare, occorrerà trovare in fretta le risorse necessarie per gli impianti sportivi – non solo calcio – e per la valorizzazione di tutte le molte emergenze artistiche della città. A cominciare dal ponte Musmeci, che potrebbe essere candidato a Patrimonio Mondiale dell’Umanità UNESCO.

https://www.youtube.com/playlist?list=PLTnbehVW51PTcMSodQljAfkg7yNoZqbM0

LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO
Il video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci.
Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Un video racconto a puntate da seguire con calma e vedere quando vi va.


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