Fuori Fase – 15 giugno 2020

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Una città normale – Medaglie di carta stagnola
di Giampiero D’Ecclesiis

Vorrei vivere in una città normale, che avesse un progetto, che non avesse bisogno di gonfiare le penne come un pavone. Invece no.
Una classe dirigente di “nuovi turchi” è salita al potere; diciamo la verità molti di noi, io compreso, li hanno guardati con simpatia, molti di noi, io compreso, si sono detti –va be’ sono giovani, nuove idee, una ventata di aria fresca– e invece… E invece, diciamolo con franchezza, a distanza di un anno tantissimi proclami, molte medaglie splendenti di carta stagnola, ma fatti molto pochi.
Riassumiamo qualcuna di queste meravigliose medaglie lucenti partendo dall’ultima.

La Città dell’Arte. Benissimo, Bravissimi, un grazie sentito, poi però proviamo a ragionare.

Non mi iscrivo all’albo dei denigratori della mia città; partito preso, competizioni tra poveri, la quasi automatica antipatia che spesso ogni periferia ha verso il suo centro, troppo spesso hanno spirato contro Potenza che invece è una città accogliente, gradevole, che ospita luoghi di rara bellezza e, come tutte le città al mondo, luoghi di suprema bruttezza.
Potenza è una città antica, capoluogo della Regione dall’epoca Napoleonica, centro amministrativo importante e, per forza di cose, racchiude dentro di sé numerose emergenze storiche, archeologiche, artistiche, culturali. Ci sono emergenze importanti, da valorizzare, da mettere a frutto, questo basta a farne una “Città d’Arte”?
Parliamone laicamente.
Laicamente parlando l’iniziativa del Consigliere Bellettieri è intelligente, attraverso l’inserimento della Città di Potenza nell’elenco delle Città d’Arte, avvenuto a seguito di un voto del Consiglio Regionale di Basilicata, che notoriamente non è costituito da esperti d’arte, è possibile fare in modo che il Capoluogo potentino possa beneficiare di una serie di vantaggi in merito alle attività commerciali, turistiche e non solo.
Mi sembra una cosa intelligente, Potenza ha certamente le caratteristiche per poter rientrare in questo elenco infatti, pur non avendo magari un’evidenza storico-antropologica unica come sono i Sassi di Matera, ha il più importante museo archeologico regionale, ospita un teatro stabile di epoca novecentesca unico in Basilicata, Chiese e Palazzi antichi, mura medioevali, collezioni di dipinti, resti romani, ha quanto basta da poter ritenere che nulla le manchi per potersi avvantaggiare di questa particolare normativa il che, peraltro, avverrebbe senza sottrarre nulla a nessuno.
Un politico avveduto avrebbe avuto la sapienza di rivendicare questa iniziativa rappresentando i vantaggi che da essa potrebbero scaturire per tutti, anche per i centri vicini beneficiati senz’altro anche essi da un incremento delle presenze nel Capoluogo.

Un politico sapiente.

Viceversa ciò che è stato fatto è esattamente il contrario, ci si è prodotti nella roboante rivendicazione di un riconoscimento farlocco, non è certo la politica che può riconoscere titoli in questi contesti, presentando questa iniziativa intelligente come una riparazione postuma ad una supposta mancanza di attenzione per la dignitas artistica della Città di Potenza, provocando l’inevitabile reazione dei campanili.
Il carrozzone del provincialismo, pieno zeppo di personaggi in cerca d’autore autoproclamatisi esperti di storia dell’arte, guru della cultura, si è lanciato alla ricerca dei suoi 5 minuti di notorietà, ad impartire lezioni ai dissidenti, a dare patenti di potentinità – magari con un pedigree cittadino di non più di 50 anni- e a rimproverare i “giacobini” di una cospirazione contro la nobile Città di Potenza per renderla negletta.
La verità, però è che la gran parte dei “difensori” dell’onore cittadino non sa bene neanche cosa difende, conosce la città per sentito dire, nomi come Friscia, Prayer, Pietrafesa citati senza una cognizione, la differenza tra arte concettuale e cinetica è un mistero insondabile per i più che magari non hanno mai messo piede nella pinacoteca comunale.
Siamo alla cultura “di appartenenza” e da qui alla cultura di apparenza è un attimo.

Vorrei vivere in una città normale.

Una città nella quale un amministratore oculato, titolo o non titolo, si mettesse subito a lavorare per crescere, per aggregare costruendo una rete di relazioni utili a dare a Potenza il ruolo di guida di un processo di crescita basato sulla condivisione, sulla comune aspirazione a mettere a sistema le somiglianze.
Ci vorrebbero amministratori con la voglia di ripiegarsi sui problemi, di studiare, di approfondire, di proporre con una visione che vada al di là delle feste di piazza, dei baretti lungo il Basento e del cartellone chilometrico di attività “culturali” costruito sfruttando il lavoro dell’associazionismo cittadino.
Ci vorrebbe una classe politica capace di concepire una missione per la città di Potenza, di avere consapevolezza del ruolo e di operare delle scelte di prospettiva e non di bottega.

Ma andiamo avanti con le medaglie di carta stagnola.

La Città dello Sport. Bene. Bravi. Bis. Nuova medaglietta di carta stagnola, spacciata per un titolo ottenuto per merito, che non darà luogo a sovvenzioni, fondi, sostegni statali se non quelli erogati, eventualmente, dalla Regione Basilicata, governata dalle stesse forze politiche che governano il Comune di Potenza.
Una scommessa interamente da costruire, magari ci si riuscirà con merito, ma subito spacciata per un risultato conseguito. Nel mentre l’azione amministrativa continua a evolversi tra fotografie e comunicati stampa, con ampio dispendio di manifestazioni del tutto prive di significato politico, il cui unico scopo è quello di poter fare un lancio su facebook per ottenere quel pugno di like sufficiente per proclamare il grande successo dell’azione amministrativa (quale?).
Finora la visione confusa portata avanti dall’amministrazione potentina è fatta di proclami e di strizzatine d’occhio prudenti, tenendo in caldo la possibilità di favorire qualche alleato, basti pensare alla vicenda relativa all’area ex Cip Zoo.
Davanti alla proposta di realizzare la più grande speculazione edilizia dalla fine degli anni ’90, portata avanti dal Segretario Regionale di Fratelli d’Italia nella sua doppia veste di politico e Presidente della locale squadra di calcio, la politica potentina balbetta, ammicca, abiura, millanta, promette, spromette.
La mancanza di trasparenza è stata assoluta, annunci e proclami si sono susseguiti in diretta televisiva e sui giornali senza un approfondimento, senza una preventiva analisi, con il Sindaco, accomodante e possibilista davanti alle pretese del Segretario di FdI nella sua usuale duplice veste (mai chiaro in quale delle due egli parli) e in assenza del suo Assessore al ramo Vigilante, assai più prudente sulle possibilità di addivenire ad una soluzione. Ma che importa? L’importante è fare un bel proclama. La dimensione politica di questa amministrazione, finora, è data dal proclama che risulta, fatta eccezioni per pochi casi, la principale occupazione ddei membri della giunta comunale.
La poderosa azione amministrativa al momento ha prodotto poco o niente, è passato poco tempo? Un anno è poco? Staremo a vedere per ora siamo a zero.

La mia disamina non è finita, ci vediamo domani per parlare ancora di politica potentina, partiremo da una frase che era solito dire la buonanima di mio nonno Don Rafaele:
Dio ce ne scansi e liberi dalle mazzate dei cecati. A domani.

La bestia e i vigilanti
di Gianrocco Guerrieri
Qualche giorno fa mi è accaduta una cosa che non mi aspettavo. Era metà mattina quando mi ha chiamato un amico di Torino. “Ho una sorpresa per te”, ha detto. Mi sono incuriosito e, nonostante fossi occupato, ho messo in pausa gli impegni e gli ho dedicato tutta l’attenzione. Si trovava alla Casa della Resistenza e desiderava farmi conoscere una persona alla quale aveva parlato di me e del mio impegno contro le nuove forme di fascismo che stanno infestando l’Italia, l’Europa e buona parte dell’Occidente. Ho supposto che si trattasse di un mio collega giornalista impegnato sullo stesso fronte, ma mi sbagliavo.

Me l’ha passata dopo avermi anticipato che si trattava di un uomo che aveva fatto la Resistenza. Di uno dei pochi ancora in vita. Ho sentito un nodo in gola, nel momento in cui mi è giunta la sua voce: decisa, allegra e rispettosa. Antica, perché protagonista di eventi già cristallizzati nella Storia. Preziosa, perché quella stessa Storia, piano piano, qualcuno sta cercando di delegittimarla minandone le fondamenta. Dopo essersi presentato – si chiama Vincenzo Pino e ha 96 anni – l’emozione lo ha bloccato un attimo e io ho colto lo spiraglio di silenzio per presentarmi a mia volta e per dirgli che desideravo palesargli un “grazie” per aver contribuito a costruire la nostra libertà. Ho aggiunto che, anche se viviamo tempi bui, c’è ancora tanta gente che non ha dimenticato il suo sacrificio e che, come me, è disposta a continuare a lottare perché non sia reso vano.

Il signor Vincenzo, partigiano fiero delle proprie gesta, è stato lieto di sentirsi dire queste cose. Mi ha invitato a Torino per farmi visitare il museo in cui si trovava, dove sono raccolti i simboli della lotta antifascista. Mi capita spesso, di andare in quella magica città. Spero di tornarci presto. Di fare in tempo. E di riuscire a incontrarlo. Pochi minuti di conversazione hanno dato un senso alla mia anonima giornata, mentre nella Capitale e in altri centri importanti del Paese gruppi di estrema destra ostentavano i loro riti e i loro slogan.
La Bestia non muore mai e i Vigilanti non possono permettersi troppe distrazioni. Vincenzo Pino è stato uno di essi: conserva ancora le annotazioni manoscritte degli orrori cui ha assistito e della passione che giorno dopo giorno vi dava la forza per non mollare.



Pandemia, economia e prospettive: l’opinione di uno studente universitario.
di Giovanni Laginestra

Era il 25 febbraio. Mi trovavo nella mia casa natia in Basilicata a far visita alla mia famiglia.
C’erano i primi casi a Codogno e nonostante avessi già acquistato il biglietto del treno per Milano, ero indeciso se partire o meno. Alla fine sono partito, munito di mascherina e di disinfettante gel.
A Milano mi aspettava il mio coinquilino, dottorando in Metodi matematici per l’Ingegneria al Politecnico di Milano. Probabilmente i motivi inconsci che mi hanno portato a partire sono stati due: il fatto che a casa dei miei genitori non studio (o studio male) e la volontà di voler guardare la pandemia stando nell’occhio del ciclone.
A mio avviso la pandemia ha esacerbato i sentimenti che già galleggiavano nel nostro animo. Ognuno di questi è stato amplificato nel momento in cui abbiamo avuto più tempo per l’ozio.
L’isolamento ci ha dato l’occasione di scrutare nel nostro animo e c’è chi vi ha visto del bene e chi del male, indubbiamente.
Pandemia: cosa ho visto a Milano.
Mi piace osservare, con distacco, i comportamenti umani. È una mia abitudine, quella di osservare, cercando di non giudicare, di applicare la sospensione del giudizio, di aprire e chiudere le parentesi, come voleva il filosofo Husserl, che ha ripreso il concetto antico di epochè.
L’inizio della pandemia è corrisposto all’innalzamento di mura e al rintanarsi, al sicuro, nelle proprie dimore.
La (ri)apertura è avvenuta in maggio, con l’arrivo della primavera.
Ciò che ho notato sono stati due comportamenti distinti, opposti.
Chi ha perso il lavoro, oppure aveva una situazione già difficile alle spalle, ha riscontrato i classici segni di preoccupazione che si esplicano in sintomi quali l’ansia, la rabbia, l’insonnia, et cetera.
Chi invece aveva la sua sicurezza economica, ha sfruttato la riapertura per recuperare il godimento perduto nei due mesi precedenti.
Ne ha certamente guadagnato il colosso statunitense degli acquisti on-line che era il meglio attrezzato per consegnare ogni genere di articolo a domicilio.
Cosa accadrà?
Attualmente la BCE sta acquistando i titoli di stato italiani per evitare che il temutissimo spread si innalzi troppo. Nessuno credo abbia interesse a far fallire l’ottava economia mondiale, pertanto si farà di tutto affinché l’Italia non vada il default. {Ci avranno anche definito porcellini qualche anno fa, ma siamo sempre l’Italia!}
Tuttavia tutto ha un costo e già si sta pensando a possibili manovre che ci permetteranno di “salvarci” dalla crisi economica che seguirà alla crisi sanitaria.
Senz’altro le famiglie italiane saranno costrette nuovamente a correre ai ripari e a cercare di stringere la cinta ancora una volta.
Chi non avrà liquidità sui propri conti correnti sarà costretto a chiedere finanziamenti e mutui che per lo meno saranno concessi a tassi agevolati.
Non tutto è perduto. Ce l’hanno fatta i nostri bisnonni cento anni fa e ce la faremo anche noi, a patto di cambiare i nostri opulenti e tecnologicamente assistiti stili di vita.
Conclusione.
Preferisco concludere con un scorcio tratto da una lirica di T.S. Eliot, dai Quattro Quartetti. In particolare, parte dei versi 9-14 della primo tempo del secondo quartetto “East Cocker”:

“there is a time for building
And a time for living and for generation
And a time for the wind to break the loosened pane
And to shake the wainscot where the field-mouse trots
And to shake the tattered arras woven with a silent motto.
In my beginning is my end.” (9-14)

Il sistema giustizia dopo il Coronavirus
di Francesca Fusco

Il sistema giustizia ha subito danni gravissimi a causa del Covid-19 considerato anche lo stato di salute in cui già versava; un dato per tutti: 399 giorni per chiudere una causa civile e 1.200 per arrivare al terzo grado di giudizio. Nel nostro ordinamento sono presenti istituti volti alla soluzione alternativa delle controversie tra cui la Mediazione civile regolata dal DLgs 28/2010 che rappresenta la migliore opportunità per fornire assistenza a cittadini e imprese che hanno bisogno di trovare una soluzione celere per la gestione dei loro conflitti. In questo momento i giudizi pendenti avranno un esito rinviato e se ancora non azionati, rimarranno senza risposta per lungo tempo. Tante saranno le cause di natura emergenziale: controversie relative a somma di denaro, rapporti in crisi di natura societaria e commerciale, relazioni critiche fra banche e clienti, pretese verso la pubblica amministrazione, relazioni condominiali, ed altre che renderanno la nostra giustizia insostenibile. La mediazione è un mezzo adeguato alle necessità delle parti in lite che, in soli 3 mesi, assistite dai propri avvocati, unitamente al mediatore confezioneranno il miglior accordo con valore di sentenza mediante il confronto costruttivo delle posizioni e degli interessi e il perseguimento di soluzioni strategiche a vantaggio di tutte le parti. Il procedimento di mediazione è oggetto di incentivi fiscali quali l’esenzione dall’imposta di registro fino ad €50. 000 il credito d’imposta fino alla concorrenza di €500,00 sulle indennità pagate, le esenzione dal pagamento delle imposte ipotecarie e catastali. Non dimentichiamo che I ritardi della giustizia civile valgono 1 punto di pil all’anno. Si evidenzia inoltre l’indiscussa efficacia della mediazione per la riattivazione della comunicazione interrotta fra le parti del conflitto e per la generale condivisione dei valori dell’autonomia, della consapevolezza e della responsabilità, necessari per la rinascita delle relazioni sociali.

https://www.youtube.com/playlist?list=PLTnbehVW51PTcMSodQljAfkg7yNoZqbM0

LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO
Il video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci.
Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Un video racconto a puntate da seguire con calma e vedere quando vi va.


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