Fuori Fase – 16 giugno 2020

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Una città normale – Le mazzate dei cecati
di Giampiero D’Ecclesiis

Don Rafaele era uomo burbero, bastian contrario per definizione; a distanza di molti anni dalla morte di mio nonno mi rendo conto di aver ereditato molto del suo carattere. Una delle cose che ripeteva sovente era “Dio ce ne scansi e liberi dalle mazzate dei cecati”, naturalmente nel dirlo non si riferiva a quelli che oggi, con maggiore civiltà linguistica, chiamiamo non vedenti, ma faceva riferimento a quanto siano pericolose le azioni degli inconsapevoli.

Che un Consiglio Comunale possa avere una scarsa capacità di incidere su una crisi aziendale di portata interregionale è cosa sulla quale tutti possiamo concordare ma, da che mondo è mondo, a qualsiasi latitudine, in un comune in cui un numero consistente di cittadini rischiano il posto di lavoro la politica si mobilita.
Anche a Potenza è successo, la maggioranza di centro destra del Consiglio Comunale di Potenza si è mobilitata: Contro i lavoratori!

Di fronte alla crisi della Banca Popolare di Bari a qualcuno è venuto in mente di proporre una mozione di solidarietà verso i lavoratori della Banca Popolare di Bari. Quante se ne sono viste di azioni così? Pensate al Sindaco di Taranto e ai lavoratori delle industrie siderurgiche.
Si da il caso però che tra i partiti che compongono la maggioranza in Comune a Potenza a nessuno sia venuta l’idea che, invece, è partita dai banchi della minoranza determinando uno spettacolo di arti varie che invero sarebbe stato divertente se non condotto sulla pelle di cittadini di Potenza.

Infatti, di fronte alla mozione “di sostegno” alla causa dei lavoratori della Banca Popolare di Bari, le forze di maggioranza si mobilitano e con arguzia dialettica (diciamo così) argomentano contro.

C’è chi afferma di aver avuto rassicurazioni telefoniche che non c’erano problemi, senza dire da chi e senza esibire uno straccio di carta, concludendo quindi che la mozione era inutile, c’è navigato dei banchi del Consiglio Comunale che prova a ripetere la trappola già giocata per la famigerata mozione sull’antifascismo, cercando di far ritirare la mozione alla minoranza e così, tra salti e capriole dialettiche (diciamo così) lo spettacolo comico è andato avanti fino alla sua apoteosi.
In un intervento a lingua doppia libera si sostiene che, avendo la crisi della Banca creato danni ai risparmiatori, piuttosto era con questi ultimi che si doveva essere solidali altro che i dipendenti (alcune centinaia)! Derubricati a poco più (o meno) di sanguisughe al servizio della Banca, infedeli ai risparmiatori e agli investitori, ciechi e cinici esecutori delle disposizioni del loro datore di lavoro, quindi non lavoratori dipendenti a rischio di perdere il posto di lavoro, padri e madri di famiglia ma, colletti bianchi collusi, colpevoli, e indegni di ricevere aiuto, per i quali alla fin fine, il licenziamento era quasi un castigo meritato.

Un tripudio di nulla, includente il fior fiore dei luoghi comuni sulle banche, sul lavoro dipendente, sul risparmio, sull’economia di mercato concludentesi con la indicazione di voto sfavorevole.

Sia chiaro, quella che ho raccontato non è fiction, fortunatamente i Consigli Comunali sono on line e ciascuno di voi può controllare (anzi vi invito caldamente a farlo) se quanto dico sia rispondente al vero o meno, quanto ci sia di interpretazione e valutazione personale e quando sia oggettivo.

Ma non è finita, il meglio è arrivato il giorno dopo quando l’assise REGIONALE ha approvato, ALL’UNANIMITA’, una mozione di solidarietà e sostegno ai lavoratori della Banca popolare di Bari dimostrando come tutte le argomentazione “politiche” dei Consiglieri comunali della maggioranza di Centro destra in Comune fossero inconsistenti.

Quei comunisti dei Consiglieri Regionali di centro destra, capitanati dal bolscevico Bardi hanno approvato ciò che i pasdaran della destra potentina avevano bollato come inutile o addirittura da condannare perché indirizzato al sostegno della parte sbagliata! Questo secondo il ragionamento sconclusionato di molti degli inesperti consiglieri comunali che, piuttosto sprovvisti di cultura politica, ritengono che una mozione, se presentata dalla minoranza, vada respinta perché “ai comunisti bisogna sbarrare la strada”.

Capite bene quindi che il mio giudizio negativo non è per niente basato su un pregiudizio ma solo sulle azioni, che sono figlie del tentativo, maldestro, di costruire una cortina fumogena intorno alla seguente sostanza dei fatti:

Per la maggioranza in Consiglio Comunale a Potenza il merito dei provvedimenti non è rilevante, rileva soltanto chi può appuntarsi la medaglietta, chi può attestarsi il merito e, in caso che esso appartenga inequivocabilmente ad altri, la distruzione a prescindere.

Una maggioranza politicamente cieca che finora è andata avanti per strappi, dispetti, piccole trappole e non ha prodotto nulla di rilevante.
Del resto se la giunta è quella delle medagliette di stagnola cosa mai ci si poteva aspettare dal Consiglio?

Peccato, come ho detto in altre occasioni, si era sperato che la gioventù, la freschezza, portasse una ventata di aria nuova ma ahimè, la bonaccia è totale e per ora ci sono tantissime dichiarazioni, tantissime foto, tanti post, tanti like, zero politica, zero fatti.
In conclusione direi che grazie all’azione dell’amministrazione comunale ci stiamo meritando ampiamente il poco ambito titolo di Potenza città dell’apparenza. Che dispiacere.

Ci vediamo domani vi racconterò una piccola storia ignobile.

A Salvini piacciono le ceraselle
di Antonella Marinelli

Nel reparto pediatrico di Verona c’è un batterio killer, il critobacter. Il primo decesso solo dieci mesi fa. Sono almeno tre i bambini morti e altri sarebbero stati colpiti dal batterio che provoca una gravissima encefalopatia. E’ stata insediata una commissione esterna per capire cosa sia successo. Intanto il punto nascite è stato chiuso e spostate le due Terapie intensive. Poche ore fa, a Verona, mentre all’osteria al Borgo di via Longhena, il governatore Luca Zaia, durante la conferenza stampa con Matteo Salvini, spiegava la decisione della chiusura del punto nascite di Borgo Trento a causa dell’infezione batteriologica, un video diventato ormai virale riprende proprio Salvini mangiucchiare ciliegie con la stessa ingordigia di quando siamo soli in casa e sappiamo di non essere visti e proprio mentre Zaia, tirato, parlava con preoccupazione di bambini morti. La questione non suscita affatto ilarità, è a dir poco avvilente che un ex (fortunatamente) Ministro degli Interni manifesti senza pudore tale doppiezza. Che il leader del partito più votato dagli italiani non abbia la benché minima cognizione di decoro istituzionale e di garbo è sintomatico dei gravi danni a cui sarebbe esposta la Nazione se quest’uomo tornasse al Governo. E se ogni popolo ha il governo che merita è il caso di cominciare a dubitare anche degli umori facili di un elettorato preda di istinti brutali. E basta con l’alibi del disagio sociale. Nella prurigine di certi italiani a scegliere chi tra i leader urla di più, chi ha sempre una parola d’odio per tutti, chi costruisce rabbia sociale senza proporre soluzioni credibili, c’è dell’altro. Il problema in Italia è anche sociologico. L’acquiescenza alle brutture e alla volgarità si sta istituzionalizzando e la metafora di questo volto sfigurato del sociale è un uomo che con la tracotanza dei bulli imberbi rumina polpa di frutti rossi sputacchiando noccioli in faccia al decoro. Si abroghino i Decreti Sicurezza che sono stati stesi tra un piatto di maccheroni e una caponata.

Ripartire dal basso e dalla base per una Basilicata migliore
di Nuario Fortunato

Il post-emergenza ci ha consegnato una sorta di mandato popolare: ripensare i territori, rigenerarli, riprogrammarli. Una lezione da non disperdere, quella del Covid-19. Umanamente, socialmente, politicamente. Occorre individuare nuovi asset strategici su cui investire in termini di gouvernance locale. E se la macropolitica sembra curare più la forma, fluttuando tra il gotico e il barocco, la micropolitica, quella dei piccoli centri e dei piccoli territori, ha più che mai bisogno di programmazione seria e lungimirante. Ora più che mai i territori hanno bisogno di fare rete, di avere una visione forte e chiara per sfuggire ai tentativi di declassamento e delegittimazione. Penso alla Val d’Agri e al ruolo accessorio riservatole dalla bozza del futuro riordino sanitario regionale. Anche in alcuni comuni della Valle da qui a un anno si andrà al voto. Questo tempo impone di cambiare registro, di ripartire con qualità dal basso e dalla base. Quanti candidati a Sindaco avremo nei vari comuni? Non é ancora dato saperlo. E poi: chi vincerà, vincerà perché presenterà alla cittadinanza un programma di gestione e reperimento delle risorse migliore di quello dell’altro oppure ne presenterà uno scadente ma vincerà lo stesso perché l’avversario é troppo frantumato e debole? Sarà presentata una pianificazione a cinque anni (oggi si chiama “programmazione”) oppure saremo costretti a votare le buone intenzioni che si trasformeranno inevitabilmente nel solito “tirare a campare”? E che cosa significa per le comunità gestire bene le risorse a disposizione, pianificare, senza mettere le mani nelle tasche dei soliti cristi: significa continuare a privatizzare, esternalizzare, cementificare per il gusto di cementificare, gabellare, degradare e favorire, oppure vuol dire rilanciare il ruolo della Pubblica Amministrazione come motore dell’occupazione trasparente, non di parte ma di tutte/i ed al servizio di tutte/i? Significa sostenere le spese sanitarie di chi ha meno introducendo nuovi modelli di sostegno alla persona, sostenere l’istruzione delle bambine e dei bambini, delle studentesse e degli studenti, dalle elementari alle superiori, sostenere la formazione universitaria, alleggerendo il carico sulle famiglie che nulla o poco possono spendere, oppure no? Significa inventare percorsi nuovi per sostenere l’economia locale, i piccoli e piccolissimi esercizi commerciali, favorire il ripopolamento attraverso condizioni di maggiore vantaggio dentro un contesto ambientale protetto, sano, ecocompatibile, dove la raccolta differenziata sia realtà (con certezza della differenziazione dello smaltimento, della sorte del materiale da riciclo e del relativo guadagno comunale), dove il centro storico sia riqualificato, pedonalizzato, ristrutturato, dove ritorni la pietra e sparisca il cemento, dove all’alluminio si preferisca il legno, dove esista un posto pubblico dove poter leggere i giornali, libri, ascoltare musica, costruire eventi, dove in estate non ci sia solo la sagra d’ordinanza ma si creino percorsi culturali di crescita collettiva, di integrazione civile fra quelle tante “genti del mondo” che pure in Val d’Agri ed in Basilicata sono presenti, oppure no? Ci sono ancora un po’ di mesi per ricercare e costruire risposte edificanti dal punto di vista socio-politico. Rinvigorire i territori, dal basso e dalla base, per costruire una Basilicata migliore.

Le storie invisibili
di Gianrocco Guerriero

Lui è un musicista, abbastanza noto nel suo ambiente e si chiama Giovanni. Lei è impiegata presso un ente e si chiama Marisa. Li ho conosciuti ai tempi dell’università: erano insieme da un paio d’anni e già lamentavano problemi di incomprensione. Avevano provato a lasciarsi più volte, ma il sesso riusciva sempre a rappacificarli, assieme a una forma di legame affettuoso difficile da spiegare, diverso da quello comunemente inteso. L’originalità di quel legame di complicità, nonostante l’assenza di interessi comuni, era riuscito persino a rendere vana l’intromissione di un uomo, un collega di lei, di nome Pietro, il quale pare fosse riuscito a fare conoscere a Marisa l’amore vero. Tuttavia lei scelse di sposare Giovanni. Pietro non desistette e con la sua capacità di indurre compassione, forte anche del fatto che Marisa lo aveva già amato, riuscì a coinvolgerla in una relazione. Suo marito lo scoprì per caso, leggendo un messaggio sul suo telefonino, quando ancora non c’era whatsapp. Gli crollò il mondo addosso. Aveva deciso di lasciarla, ma lei si ostinò a ripetergli che voleva lui e il letto li salvò un’altra volta dal disastro. Nacque un figlio. Pietro intanto aveva sposato un’altra donna. Trascorsero dodici anni.

Non sentivo Giovanni dall’ultima volta che ero passato da Pisa dopo essere andato a Torino per lavoro, nel 2013. Ci siamo visti e sentiti sempre poco, ma ogni volta che ci ritrovavamo era come se ci fossimo lasciati la sera prima. Mi ha chiamato lui qualche sera fa. Era distrutto. Una persona dalla quale aveva da poco accettato l’amicizia su Facebook gli aveva scritto su Messenger invitandolo a indagare con chi chattasse sua moglie, soprattutto di sera e nel primo pomeriggio. Dapprima non gli aveva dato credito, convinto che si trattasse di qualcuno intenzionato a minare le propria serenità familiare, proprio adesso che aveva deciso di mettere la “testa a posto” smettendola di intessere relazioni con altre donne. Poi, piano piano, si era reso conto che ciò che gli veniva riferito corrispondeva a verità. Cercando di rimanere freddo, ha affrontato Marisa, e lei ha subito ammesso di essere caduta nella trappola delle lusinghe di quell’uomo che riusciva a farla sentire importante e di aver accettato il gioco proprio nei giorni in cui l’emergenza per il Covid-19 aveva reso la realtà sospesa nel nulla quanto quella delle pagine di un romanzo, e di non essere più riuscita a venirne fuori. Ancora una volta gli ha chiesto di poter restare con lui, e Giovanni non se l’è sentita di rovinare tutto quello che erano riusciti a costruire insieme, nonostante l’intensa delusione. Mi ha confidato che se fosse stato un violinista stavolta avrebbe spaccato lo strumento sulla testa di Pietro e sarebbe andato via per sempre. Ma lui suona il pianoforte, che è più difficile da maneggiare, e resterà dov’è, certo che sarà la musica a salvarlo un’altra volta. Mi è piaciuto sentirlo ridere mentre me lo diceva. Ho riso anch’io e ci siamo detti che in questo frangente ci sono tanti problemi più grossi al mondo che aspettano di essere risolti, ma quelli che ci toccano nel cuore sono sempre i più seri, anche se di essi nessuno saprà mai, a meno che non sfocino in una tragedia da cronaca nera.

https://www.youtube.com/playlist?list=PLTnbehVW51PTcMSodQljAfkg7yNoZqbM0

LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO
Il video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci.
Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Un video racconto a puntate da seguire con calma e vedere quando vi va.


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