Capita talvolta che la pace familiare venga disturbata da piccoli litigi tra affini, la triste storia che ci racconta Giampiero D’Ecclesiis si conclude con un epilogo tragico dal gusto sapido che i protagonisti del racconto, però, non poterono gustare.
Redazione
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FATTO DI SANGUE PER MOTIVI DI SALSICCIA
di Giampiero D’Ecclesiis

Gianroberto Contini Guerra era uomo di lettere e di scienza, raffinato cultore di filosofia, astrofilo, autentico appassionato di matematica, non disdegnava l’arte del racconto e della poesia.
Membro dell’Accademia de’ i beffardi, animava i circoli letterari della sua città e della regione intiera, autentico esempio di uomo ispirato e metafisico prosperava nella nobile cittadina di Metania, ridente centro della minore delle regioni del soleggiato sud d’Italia.
Il Contini Guerra abitava in un ala dell’antico palazzo de’ Chiosta, ereditato dalla famiglia della sua consorte Maria Luce, magione settecentesca dall’architettura dai robusti richiami barocchi. L’altra ala del palazzo de’ Chiosta era di proprietà di sua cognata Serena che la occupava insieme al marito Aldobrando Zuccari e ai figli Lucrezia, Alvino e Roderigo.
Tra le due sorelle correva ottimo sangue ed affetto sincero, non uguale corrente di sentimenti fluiva tra i due cognati, Aldobrando mostrava una ostilità evidente nei confronti di Gianroberto, niente affatto latente. Quest’ultimo, invece, serafico al limite dello stoicismo, si sforzava di essere cortese, empatico nei confronti del cognato ma senza troppo successo.
Or bene, detta così potrebbe sembrare che la responsabilità del cattivo sangue fosse interamente dello Zuccari che però, a sentire la voce del popolo, era persona con tutti gioviale, gentile, piena di umana cortesia e sollecitudine, facendo sospettare che siffatta curiosa selettiva ostilità nei confronti del cognato fosse motivata da qualcosa di concreto.
Le due sorelle De Chiosta, con la santa, ragionevolissima rassegnazione che solo le donne sanno avere nel gestire le questioni di famiglia avevano perciò fatto eseguire modifiche all’avita residenza paterna dividendola in due porzione del tutto indipendenti; unica eccezione l’amplio magazzino posto nel sottotetto adibito a deposito, lavatoio, luogo di essiccamento di salumi e formaggi per entrambe le famiglie.
Gli Zuccari erano i proprietari degli scaffali e degli essiccatoi posti sul lato sud dell’amplio magazzino e i Contini Guerra del lato nord e, al fine di evitare contestazioni e malintesi le due parti erano delimitate da un muretto.
Quando lo Zuccari aveva avanzato alla moglie Serena il suggerimento di dividere con un muro le due parti, davanti alle sacrosante rimostranze della sorella Maria Luce che il muro avrebbe privato del necessario ricambio d’aria l’ala nord del magazzino rendendo impossibile la stagionatura di salumi e formaggi, la dolce sorella Serena aveva opposto un netto rifiuto al marito, accontentandolo con la realizzazione di un basso muretto
-Giusto per tener a mente la esatta delimitazione delle due parti-.
Ciò che le due sorelle non immaginavano e che lo Zuccari aveva preferito non dire, per evitare di essere accusato di avere ingiustificato malanimo nei confronti del cognato, che da tempo aveva verificato come le scorte di formaggio, ma sopratutto di salsiccia, della famiglia calassero con una rapidità ingiustificata, a differenza di quanto notava accadere dall’altro lato del magazzino.
Dal lato Contini Guerra del locale file e file indisturbate di salsicce appese, come un esercito in ordine di marcia, rimanevano intonse, invulnerabili, fino a ben oltre il mese di aprile laddove invece, dal lato Zuccari larghi varchi si aprivano tra le odorose schiere già a metà del mese di dicembre.
Era più che naturale che Aldobrando avesse dei sospetti.
Ciò che maggiormente indispettiva lo Zuccari era che ogni qual volta aveva accennato l’argomento al cognato Gianroberto ne aveva ricevuto risposte vaghe, trasognate, quasi disinteressate, con una vago, ipocrita accenno al di lui disinteresse per le cose terrene, e all’invito ad occuparsi di cose più trascendenti come la filosofia o le scienze per “…saziare la fame dell’animo, caro Cognato che è invero cosa assai più nobile e alta che almanaccare di salumi e di formaggi”.
Or bene magari ad alcuni di voi potrà sembrare ch’io tratti i due gentiluomini con disparità, tratteggiando un Gianroberto colto e affine alle arti e alle scienze e un Aldobrando che, troppo prosaico e terragno, in qualche misura appare diminuito nella sua nobiltà d’animo.
Ebbene no, affatto, in fede mia confesso di avere per l’Aldobrando la più grande considerazione e devozione essendo lo stesso medesimo dotato di un’arte straordinaria, ineguagliata e ineguagliabile; i salumi ed i formaggi che produceva dalle sue terre erano confezionati secondo una ricetta originale che lui stesso aveva via via migliorato con spezie e aromi, così come i suoi formaggi non avevano uguali nell’intero Regno di Napoli per sapore, fragranza e soavità.
Aldobrando curava i suoi salumi e i suoi formaggi ad uno ad uno, li carezzava con lo sguardo, ne annotava e percepiva le note capsiche e i sentori vari dei grani di pepe più preziosi che l’uomo andava a ricercare fino a Napoli ogni due anni.
Al contrario Gianroberto lasciava che i suoi salumi e i suoi formaggi venissero curati dallo stesso massaro che allevava le pecore e i maiali, considerando quasi un peccato che un galantuomo si impelagasse con un “arte” così plebea.
Perso tra Dialoghi di Platone e l’osservazione della declinazione degli astri, Gianroberto canzonava un po’ affettuosamente il cognato dandogli del mastro salumiere e, contemporaneamente, sottraendogli nottetempo aliquote importanti dei suoi preziosi salumi e formaggi in maniera fraudolenta.
Ladro? No, non sia mai che si possa dire una tale malignità sul nobile Gianroberto Contini Guerra! Era un capriccio, il semplice banale capriccio di un uomo normalmente avvezzo ad occuparsi di cose più elevate che, avendo notato quanto il cognato tenesse ai suoi salumi, aveva pensato che l’atto di sottrarglieli e mangiarli fraudolentemente fosse una giusta punizione, la nemesi per suo cognato colpevole di dedicarsi ad arti così “manuali” disprezzando di volgere lo sguardo a filosofi e stelle.
La tenzone tra i due col passare del tempo si era fatta sempre più tesa, da un lato Aldobrando tendeva trappole e passava notti insonni a sorvegliare e dall’altra Gianroberto studiava nuovi stratagemmi e nuove astuzie per continuare a sottrarre salumi e a punire il cognato per la sua scarsa dedizione all’elevazione dello spirito.
Il primo giorno di primavera fu salutato dalla scoperta che dal suo lato, oramai, un unico salame pendeva malinconico e solitario dal soffitto laddove, sul lato Contini i soldatini rossastri vestiti di budello di maiale erano ancora tutti in perfetta formazione di falange pronti a sfidare la primavera e gran parte dell’estate.
Aldobrando uscì di casa e attese il cognato all’uscita dal portone dell’ala nord del palazzo.
-Tu rubi i miei salami! Ladro! E’ ora di finirla altrimenti…
-Lei vaneggia caro Cognato, è ossessionato dai suoi salumi, io ho ben altro da fare la notte che gozzovigliare con carni di maiale!
-Badi Gianroberto che se questa notte dovesse sparire l’ultimo salume saranno guai!
-Badi lei Cognato a non diffamare più un uomo onesto! Ma cosa vuole che io venga a perdere la faccia per quattro salumi? Io questa notte ero impegnato a scrivere un saggio che presenterò stasera davanti all’Accademia riunita al gran completo e alla presenza dell’eminentissimo principe di Salsamara, grandissimo astrofilo, filosofo e scienziato.
-Stia attento a lei signor Cognato che se stasera mi venisse ancora a mancare del mio io…io…potrei fare uno sproposito!
-Stia sereno che nessuno le toccherà alcunché. Noi si respira aria di filosofia piuttosto che sentori di salame.
Passata la sfuriata ad ora di pranzo l’Aldobrando si ritrovò a pensare che forse aveva mal giudicato il cognato e che magari qualche altro ladruncolo profittava del suo malanimo contro Gianroberto per rubare tranquillo.
Fu così che, morso dal rimorso e per quieto vivere, Aldobrando Zuccari bussò ad ora di pranzo a casa del cognato Gianroberto con l’idea di farsi perdonare, portando in dono anche una buona caciotta del suo miglior formaggio.
Il cameriere salì ad annunciarlo e lo introdusse.
Gianroberto era a tavola con il Principe di Salamara che sorrise pieno di degnazione, presenziò alla riconciliazione tra i due cognati e sorrise benevolo al saluto di commiato di Aldobrando.
Zuccari era quasi alla porta di ingresso di casa del cognato, per tornare a casa sua quando si accorse di aver dimenticato di lasciare un biglietto per la cognata Serena da parte di sua moglie e così tornò indietro giusto in tempo per sentire il principe dire sghignazzando.
-Mio caro Gianroberto la compiango, che formidabile coglione l’è toccato da cognato, non solo lei da anni gli frega i salami e lui non riesce a scoprirla in fragrante, ma addirittura si scusa e le porta in regalo uno dei caci che ancora non gli è riuscito a rubare! Sia chiaro che domani mi aspetto che porti all’Accademia l’ultimo e più prezioso dei suoi trofei, ossia l’ultimo salame rimasto a suo cognato!
Aldobrando andò a casa, salì in soffitta e staccò dal filo l’ultimo suo salame, quasi un metro di ottima carne insaccata e profumata di spezie, e si avvio a casa del cognato.
Alcuni giorni dopo i cocchi funebri di Gianroberto Contini Guerra e del Principe di Salamara sfilarono austeri per la piazza del paese trascinati ciascuno da una dozzina di neri cavalli da parata.
-Signor Mastrogiurato, mi dica una cosa, ma come morirono i due malcapitati?
-Gentile badessa, soffocati da uno grosso boccone
Di fianco a lui, il Conte Pacifici e il Marchese di Chiesa risero sommessamente.
-Si, si, proprio soffocati!
-Eh già ogni narice fu trovata occlusa!
Intervenne il Principe de Carafi.
-Signori ma come stanno davvero le cose?
-Caro Principe, i due meschini furono legati e impiccati ma a ciascuno di loro fu ficcato un mezzo salume dove non batte il sole!
-Oh la Orribil morte!
E fu il riso impertinente dei due giovani signori a chiuder l’epitaffio dello noto studioso sulla cui tomba si trovò vergato in nero l’ignobile epigramma: E giunto al fine della vita, l’estremo boccone non lo gustò affatto.