di Antonio Califano

“Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”, afferma Wittgenstein alla fine del “Tractatus”, naturalmente per capire questa affermazione bisogna ricordare che il “parlare” per il filosofo non è una semplice emissione di fiato (flatus vocis) ma attiene alla capacità di “nominare le cose”, di capirne l’essenza. Dopo continue emissioni di “fiato” il virus ha ricominciato a parlare: così come ,stiamo scoprendo, non esiste un caso “uno” da colpevolizzare non esistono le “fasi”. Con buona pace dei cantori del turbo capitalismo questa “bestiola” non risparmia quei paesi dal “capitalismo efficiente”, in America Latina la poverissima Cuba è l’unica che ha arginato l’epidemia, la ripresa (?) dell’infezione nella virtuosa Germania, legata ai mattatoi e allo sfruttamento di lavoratori provenienti per lo più dall’est Europa, ce lo ricorda. Se non lo si è capito non è una partita a Risiko, la politica del proprio orticello da difendere ed espandere non serve, bisogna cambiare il “modello”, nessuno è al sicuro e anche questa messianica attesa del vaccino e della “scienza” che primo o poi risolverà il problema è l’altra faccia di un atteggiamento neomilleniaristico. Bisogna riprendersi in mano la propria vita, il proprio futuro, cambiare il mondo prima che questo non esista più, non servono solo i “soldi” (altri “idola” salvifici) ma il come e dove questi vanno spesi, si privilegi il reddito universale per combattere la povertà, il capitalismo sta uccidendo il mondo, il Dio profitto e i suoi cantori sono i serial Killers dell’umanità. L’epidemia si nutre dei paesi in cui lo si antepone a tutto, bisogna ripartire dalla bellezza, perché la bellezza può salvare il mondo, perché solo chi si apre alla bellezza rispetta la vita e le regole che la preservano. La bellezza è capire il senso della vita , non quelle manifestazioni di esuberanza falsamente vitalistica a cui stiamo assistendo su piccola e grande scala che riguardano più Thanatos che Eros e che ipocritamente facciamo finta di condannare. Bisogna attrezzarsi per convivere, a lungo, con il virus senza rinunciare a vivere, alla propria socialità, per farlo bisogna “rinominare” il concetto di vita e di esistenza, costruire una nuova scala dei valori, rinunciare a “cose” per recuperare “essenze”, significati. E’ esattamente quello che l’umanità ha già fatto ripetutamente nei secoli, “rivoluzionandosi” continuamente, evitiamo di farci distrarre dalle “cazzate”, concentriamoci su questo, rinunciamo per un attimo alla fatuità della “spettacolarizzazione” che è la forma più evoluta di questo modello, pensiamo “alto” ce la possiamo fare.
Scusate non ho parlato delle follie dei venerdì notte, delle città d’arte che spuntano come funghi, degli Stati Generali, di Confindustria e della Lombardia, della triviale stupidità delle classi politiche e dei gruppi dirigenti, dei “baffettati” amministratori locali, è un mio limite, ci sono amici, di cui condivido le idee, che lo fanno meglio di come possa farlo io. Ho parlato di altro….forse. Lao Tze diceva “ dividersi per colpire uniti” (…e questa me la sono proprio inventata)!
Castelli, re e plebei: il coronavirus visto da Milano
Giovanni Laginestra

Il coronavirus ha senz’altro costituito un trauma per la popolazione di tutto il mondo.
A mio avviso siamo ancora nell’occhio del ciclone e le conseguenze del trauma non si sono ancora dispiegate.
Il primo sentimento che abbiamo sperimentato è stata la paura di perdere ciò a cui siamo più attaccati: la nostra esistenza. La paura della morte ha messo il corpo in allarme per attivare i meccanismi di difesa che in tempi di pace sono dormienti, come bestie sotterranee normalmente sopite, pronte ad uscire più potenti che mai in caso di necessità.
Improvvisamente tutti ci sembravano nemici, perché tutti potevano essere portatori del virus.
Andare a far la spesa significava far provviste badando bene a star lontani dagli altri.
Le persone avanzavano guardingamente per le strade deserte della grande città. In quel tempo gli unici che erano costretti a lavorare in presenza, rischiando la vita, erano coloro che si occupano dei servizi essenziali.
Qualche tempo dopo, c’è stata una ventata di ottimismo. In molti hanno steso fuori dai balconi il drappo italico o altri stendardi regionali o comunali.
Fa molto riflettere il fatto che gli italiani che di solito non fanno mai fieri del proprio paese abbian avuto uno slancio di nazionalismo mai osservato in precedenza, se non quando ci sono i mondiali di calcio.
Sembra passato un anno da quando ogni sera guardavo la curva dei contagi sul sito della protezione civile per cercare di intuirne l’andamento. Adesso guardarla mette quasi tranquillità.
Il peggio è passato, potremmo pensare.
Probabilmente, ma spero sia il mio pessimismo a parlare, il peggio deve ancora venire. Si stima che ci sarà il sette per cento di iscritti in meno all’università il prossimo anno, un milione di persone perderà il posto di lavoro, ci saranno circa duecentomila casi di depressione maggiore in più rispetto allo scorso anno. E tutto ciò se il virus non ritorna mutatis mutandis il prossimo autunno.
Ma bando alle ciance. Continuiamo col racconto.
È iniziata la fase due e la gente ricominciava ad apprezzar la vita. Ricordo un vecchio in farmacia che si rivolgeva alle farmaciste con un “mi siete mancate!”.
Maggio è coinciso con una esplosione dei consumi, a Milano. Ovviamente spendeva chi se lo poteva permettere. È stato registrato un incremento di vendite di marijuana legale e accessori atti a favorire il piacere sessuale.
I camion e i furgoncini dei corrieri, insieme alle auto della polizia e alle camionette dell’esercito, andavano e venivano ad un ritmo forsennato.
Le sirene delle ambulanze non si sono spente, anzi! Non ne ho contate mai più venti in un solo giorno, ma ogni giorno ce n’era almeno una che impazzava a sirene spiegate per la via sulla quale si affaccia il palazzo in cui abito.
Io dal mio canto, ho preferito restare in casa e uscire solo per far la spesa e svolgere le mansioni improrogabili anche durante la fase due. Tuttavia nelle poche occasioni in cui sono stato costretto ad uscire, ho notato quanto questa città sia l’emblema degli eccessi.
Solevo andare a camminare alle cinque del mattino nel mese di maggio.
A quell’ora in giro c’erano soltanto gli operatori che rendono la città pulita e i senzatetto che dormivano in ogni dove: nei giorni di pioggia anche negli anfratti dei palazzi.
Quando rientravo, alle sette, vi erano perlopiù immigrati che andavano a lavoro. I benestanti a quell’ora riposavano le membra per cominciare a lavorare verso le nove in modalità da remoto. A mezzogiorno le “sciure” milanesi andavano a far spesa, agghindate come oche, puntualmente con mascherina griffata. Di sera le strade, ormai svuotate dal flusso dei corrieri si affollavano di Porsche, Ferrari, Lamborghini, Mercedes AMG e così via. Sembravano cavalieri che portavano al trotto il proprio equino di razza.
Ho notato che le strade si son riempite di pazzi e predicatori. In una stazione del metró vicino il mio palazzo in questi giorni c’è una pazza che parla da sola e bestemmia.
Non è raro incontrare qualche predicatore con la Bibbia o un altro testo sacro in mano che elargisce benedizioni a destra e a manca.
Conclusione.
Dobbiamo imparare tanto da questo fatto. Esso ci ha fatto prontamente render conto che anche la razza che domina il pianeta su terre, mari e cieli è fragile. Ce ne eravamo collettivamente dimenticati ed ora la natura ci ha presentato il conto che ci spettava dopo le condotte scorrette dei vari stati nazionali. A mio avviso il coronavirus non è, per noi, una tragedia. La soluzione a questo problema è semplice: basterà modificare i nostri opulenti stili di vita per ovviare alla crisi economica che ne seguirà. Ci sarà una nuova crisi sanitaria? Faremo di tutto per sopravvivere. Ora siamo senz’altro meglio preparati rispetto allo scorso febbraio. A mio avviso ci sono situazioni ben peggiori al mondo. Un esempio su tutti: la guerra in Siria.
Come in ogni processo di negazione della tesi, ci sarà la sintesi, prima o poi. Nessuna guerra, neanche quella contro il coronavirus, può perdurare all’infinito.
“Distanza reddituale”
di Francesco Sciannarella

Nelle ripartenze post Covid, una tra le più attese era sicuramente quella del calcio, da noi italiani tanto amato. E’ cosa nota che il danaro speso per questo gioco, potrebbe pareggiare il bilancio di molte piccole nazioni. Ma a conti fatti e’ un ritorno economico non indifferente per le casse dello Stato. L’indotto che “gira” attorno a questo sport è enorme e da’ di che vivere a molte persone.
Quanto sia giusto o ingiusto, questo meccanismo economico, è una questione che non troverà mai risposta. Rimane il fatto che è comunque bello vedere un gruppo di ragazzi fare squadra e festeggiare, dando dimostrazione di grande coesione e sportività, com’è successo nei festeggiamenti del post partita nella finale di Coppa Italia, tra Napoli e Juventus. Sono immagini che rallegrano soprattutto in questo momento grigio da cui stiamo tentando di uscire con grande fatica.
Nella stessa giornata della finale, mi sono imbattuto,anche, nelle linee guida del Governo per il distanziamento sociale tra gli attori di teatro. E all’improvviso mi sono sentito un po’ meno italiano. Ho avuto l’impressione che tutto venga fatto con due pesi e due misure.
Mi spiego meglio.
Un attore di teatro deve mantenere un metro di distanza dagli altri attori, nel caso sia impossibilitato, deve indossare la mascherina. Ora, provate a immaginare un essere o non essere, questo è il problema, pronunciato con una mascherina, quanto possa avere poco o niente di drammatico. Non è tutto. La mascherina deve essere indossata anche dietro le quinte. Non oso immaginare le sfuriate di rabbia – ergo bestemmie – durante i cambi d’abito, senza tener conto che avviene in una condizione di luce scarsa. E, dulcis in fundo, se gli attori manipolano oggetti – di scena – devono indossare i guanti. A questo punto non si potrebbe non ridere nel vedere il principe Amleto tenere nella mano, di lattice inguantata, il teschio di Yorick!
Quindi l’interpretazione delle leggi è ad personam, o sarebbe più giusto dire ad redditorum? Solo perché il calcio rimpolpa il bilancio statale puo’ tollerarsi il “cattivo” esempio, con assembramenti in campo e ancor peggio baci in turnazione alla tanto bramata coppa… in diretta mondiale!
A questo punto è davvero inutile sentirsi imbarazzati nello scoprire dalle statistiche che l’Italia primeggia per “importazione di calciatori” e per “esportazione di cervelli”!