di Nuario Fortunato

Forma e materia, sostanza, potenza e atto. Platone e Aristotele. Dovevo capirlo dai tempi del liceo che, in vita mia, mi sarei incaponito su questioni di principio e di concetto. Sono relativamente giovane ma su alcune cose sono all’antica, anche perché ci sono valori e principi che non hanno età e che non dovrebbero derogare alle logiche del tempo. Possibile che, senza alcun pudore, si vendano in piazza valori come il servizio politico, l’impegno civile, la carità istituzionale? Eppure non dovrebbe esistere qualcosa di più intimo e personale. Possibile che arrivino prima gli smartphone e le fotocamere dei risultati? O tutto ciò serve a celare l’incapacità di produrre risposte? Per mesi, i podestà plenipotenziari della Val d’Agri si sono prodotti in autoscatti (la parola selfie ha stancato) inquietanti (al limite tra il ‘sacro e il profano’), proclama da regime, inventari di promesse, armamentari stucchevoli di luoghi comuni. Raccolte fondi comunali e impegni spesa deliberati e da inserire in bilancio, per l’acquisto di dispositivi e attrezzature varie, a fare da corollario alle tante, forse troppe, intenzioni ululate al vento. E così, come incipit, mentre era tutto un pullulare di riunioni private e riservate, presso le segrete stanze dell’Ospedale di Villa d’Agri, il mesto e solitario tendone per il pre-triage, montato a mò di cimelio all’ingresso del Pronto soccorso, veniva erto a vessillo di svenduta efficienza. In successione, tra un ‘conclave’ e un altro, tra una pulsione di autoreferenzialità e un desiderio malcelato di onnipotenza, si paventava dapprima la riapertura totale del nosocomio valligiano, poi la realizzazione di un Covid Hospital presso il presidio ospedaliero valdagrino e, infine, la messa in esercizio del macchinario per processare i tamponi. Inutile sottolineare l’esito infausto e nefasto della realtà e della prova dei fatti. Ma guai a farlo notare. Perché nell’arena della fuffa e della zuffa, come da copione demagogico-propagandistico, i ducetti della Valle, oltre ad agitare il cappio della censura, hanno la facoltà di sguinzagliare una pletora di peones settari e imbufaliti, pronti ad arringare ogni forma di giuria popolare. Ebbene sì, nella Valle del potere, dove la vocazione personalistica si mescola al sogno onirico di Montecitorio o Palazzo Madama, guai a dissentire, a voler capire, a cercare di ragionare, a credere di poter argomentare. Conta solo apparire, magari imbavagliati. Ma apparire. Se non sai apparire rischi di appassire. Giancarlo Siani sosteneva che ‘le persone per poter scegliere devono sapere’. Ecco, c’è gente che vuole semplicemente sapere e, una volta appreso, far sapere di sapere.
La piaga dell’umanità, ovvero l’insicurezza
di Gianrocco Guerriero

“Condizione che non offre sufficienti garanzie di stabilità o di incolumità; abituale mancanza di fiducia in se stessi, nelle proprie capacità che si traduce in una evidente irresolutezza di atteggiamenti e comportamenti”.
Il vocabolario del mio iPad lo definisce con tali parole, il sostantivo “insicurezza”.
È un termine linguistico importante “insicurezza” perché da esso, quasi fosse un vaso di Pandora, sgorga la maggior parte dei mali del mondo.
È l’insicurezza, ad esempio, che, a livello sociale, genera i nazionalismi e i suprematismi. Recenti studi di psicologia hanno dimostrato che i conservatori sono mediamente più insicuri dei progressisti, questi ultimo pronti ad affrontare i cambiamenti proprio grazie alla loro fiducia in una bussola interiore.
È l’insicurezza a generare anche tutte le forme di razzismo (soprattutto quelle subdole, implicite, difficili da confessare finanche a se stessi). Ciò che sta accadendo negli Stati Uniti dice tutto.
L’insicurezza è il vento che soffia nelle vele dei regimi totalitari, senza distinzioni di tempo e luogo, ed è alla radice di ogni fondamentalismo, in qualsiasi campo, dalla religione alla scienza. I “no-vax” e i complottisti in genere concretizzano l’idea.
Un dirigente insicuro fa il despota con i sottoposti e l’angelo con i superiori.
Un uomo insicuro si trasforma in un conquistatore seriale perennemente insoddisfatto, condannato a rimanere fuori dall’amore. Una donna insicura potrà finire nelle mani di chiunque, condannata alla non-scelta e all’infelicità.
Finanche i cani dimostrano chiaramente la loro insicurezza: lo si capisce quando abbaiano dietro i cancelli e si defilano appena entri. Per undici anni ho avuto un pastore tedesco che si chiamava Pan: si lasciava accarezzare da tutti, ma nel suo sguardo c’era ciò che il mondo dovrebbe diventare per poter essere migliore.