Il nuovo ordine del mondo

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La società (occidentale) in cui viviamo è senza alcun dubbio la più tecnologicamente assistita. Gli sviluppi e i progressi di scienza e tecnica degli ultimi centoventi anni sono stati esponenzialmente più veloci rispetto a quelli degli ultimi diecimila anni.

Tuttavia, mi chiedo, se tale società sia o meno una società equilibrata, visto che mal sopportiamo ogni forma di dolore e di sacrificio.

Siamo una società “vecchia”. Abbiamo accumulato troppa storia e non abbiamo, a livello di società, più lo slancio vitale proprio di quando eravamo una società giovane, tutta da costruire.

Le società giovani o le società che fuggono dalle guerre hanno una caparbia e una forza di volontà che non appartengono a nessun giovane europeo degli anni venti del ventunesimo secolo.

E con ciò non mi riferisco agli scarsi risultati accademici.

Oramai siamo una società iper-istruita ma che manca di práxis.

Ci riempiamo la bocca di sogni che spesso e volentieri restano fragili e insoddisfatti.

A mio avviso, potremmo chiamare la società occidentale del secondo decennio del ventunesimo secolo, la società del possibilismo.

Con ciò intendo dire che abbiamo ogni strada aperta di fronte a noi in linea teorica, ma che siamo sempre indecisi e irrisoluti nella scelta del nostro futuro.

Il destino di un giovane europeo è quello di raggiungere ogni obiettivo che si è prefissato e di essere continuamente insoddisfatto.

Faccio un esempio relativo alla istruzione universitaria.

Nelle “top universities” europee non è raro trovare giovani che per passare i loro esami fanno uso di metanfetamine, psicofarmaci, eccitanti di ogni tipo ed altre droghe.

Tutto pur di raggiungere l’olimpo, l’agognata laurea o il dottorato ad Oxford o all’ETH di Zurigo.

Poi una vita di stenti per mantenere la reputazione.

Ci sarà una alternativa! Penserà il lettore. L’alternativa c’è ed è quella di non frequentare le migliori università o non frequentare affatto l’università e garantirsi un futuro di precariato e di esclusione sociale.

Ci sono due fenomeni in atto: l’adorazione degli idoli e la reducito ad faecem, ossia la riduzione a feccia.

La forbice sociale si sta aprendo sempre di più e alcuni storici hanno definito questa epoca, post capitalistica, come neo feudalesimo.

Ovviamente non è più un feudalesimo nei termini del Medioevo, tuttavia vi sono alcune analogie ed alcune differenze che vale la pena mettere in luce.

Le analogie sono facili: i re sono stati sostituiti dai miliardari. Basti pensare alla ricchezza accumulata dai Ferrero in Italia per farsi una vaga idea di quanto siano ricchi rispetto a un normale cittadino che guadagna trentamila euro all’anno. Per capirci: un cittadino in media guadagna un milione di euro in tutta la sua vita. Di questi la gran parte andrà via per un mutuo e il resto servirà per tirare a campare.

Un miliardario dunque vale almeno quanto mille cittadini comuni.

Le differenze che mi interessa sottolineare riguardano principalmente il benessere.

Oggi i ricchi sono gli unici che possono permettersi di mangiare poco e sano, fare moto tutti i giorni, più vacanze all’anno, sono assistiti da psicologi per ogni piccolo trauma e hanno relazioni sociali stabili e di qualità. I ricchi, come i re medioevali, non lavorano, guadagnano.

Gli altri, ad avviso di alcuni storici, sono costretti a lavorare duro per cercare di pagare l’affitto, le bollette, l’abbonamento a Sky calcio, netflix, la settimana di vacanza al mare, la pizza il week end e il vestiario necessario per cambiarsi ogni dì per andare a lavoro.

È triste pensare che la maggior parte della gente che vive in Europa in questo momento ha tutto da un punto di vista materiale, ma non ha la serenità.

Sarebbe errato e semplicistico pensare che i nostri nonni che non avevano la tivù, il frigorifero, il condizionatore, il computer, i libri, le lampade stessero meglio. Stavano male come stanno male i nuovi poveri.

Il tasso di infelicità è talmente elevato che ormai svariate centinaia di migliaia di italiani consumano abitualmente calmanti, analgesici, antidepressivi pur di allontanare il dolore.

Oggi ciò che manca è la possibilità di rialzarsi dopo un trauma con il riposo e la quiescenza.

Perché ci manca il tempo!

Se ho un lutto e mi sento mesto per due settimane, un medico del duemila venti ti prescrive un antidepressivo in modo che tu possa subito rialzarti e tornare a lavoro fresco e rigenerato.

A me la situazione dei lavoratori di questa epoca non sembra troppo differente da quella dei braccianti agricoli di cento anni fa. Cambiano i modi: i braccianti utilizzavano il vino per combattere il dolore fisico, oggi gli Operai dei servizi usano psicofarmaci per attutire il dolore del cervello.

Lo so, sono pessimista. Ma ti garantisco, lettore, che ciò di cui ti parlo proviene non solo dalle testate dei giornali ma dalle storie delle persone a me più care. I miei coetanei hanno tutti un curriculum vitae importante eppure sono tutti sofferenti.

Posso contare sulle dita di una sola mano le persone serene e sono poche e tutte con una coscienza filosofica molto solida. Queste ultime hanno individuato gli specchietti per le allodole di questa società e hanno agito nei fatti controcorrente. Ma sono sparuti rispetto alla grande massa degli infelici.

Probabilmente il mio pensiero è erroneamente negativo. Dovremmo, come avvisano i due autori de “l’epoca delle passioni tristi” conciliare il pessimismo della ragione con l’ottimismo della volontà e ripensare e ricostruire il mondo in cui viviamo.

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