Non ho grande empatia nei confronti di Trump. Non mi identifico in lui. In un mondo normale, magari 20 anni fa, avrei votato per Joe Biden. Cattolico, come me. Moderato, come me. Persino, politico di lungo corso, come lo sono stato io. Un riformista mite, che vive per il primato della politica. Un centrista, lo definiremmo in Italia.
Ma se avessi votato in America qualche giorno fa, non certo per posta, vuoi mettere il gusto di una cabina elettorale, avrei votato per Donald Trump. Mi sta sulle palle, ma l’avrei votato.
Trump è, a suo modo, un rivoluzionario. Un uomo contro il sistema ed è diversissimo dagli abitanti dei palazzi del potere di Washington. Rappresenta un contropotere. Non ha nulla di ortodosso. Compresa un’arroganza e una presunzione riconducibili al suo status e ai suoi soldi.
Non è stato mai accettato, né capito dal sistema, da quel media mainstream che lo ha sempre rigettato come un corpo estraneo. Tutti i giornali più importanti, tutte le catene televisive, i social e i loro padroni hanno profondamente detestato Trump. Per postura, linguaggio, fisicità Trump è l’esatto contrario di Obama. E persino Michelle piace ai salotti democratici più di Melania, non fosse altro perché è più colta oltre a non avere, “per sua fortuna”, la pelle così colpevolmente bianca.
Durante i mesi di questa pandemia il comportamento di Trump è stato contraddittorio, diseducativo, persino irritante. Una parte del declino del suo consenso è nato in questa occasione.
Ma quello che voglio sottolineare e denunciare qui è l’incapacità dell’establishment americano di comprendere le ansie, le paure, le esigenze dei propri ceti medi e medio-bassi, trattati con disprezzo e quasi confinati in una diversa antropologia.
La sinistra d’oltreoceano non si occupa di loro, non prova a rappresentare queste classi sociali. Non ha interesse a farlo. Non ne intercetta neppure il linguaggio. Non solo i bisogni.
Trump, pur nella sua perfetta sindrome egosintonica, ha offerto attenzione a quell’America povera e bianca (trattata malissimo dal media mainstream), e si è trasformato nello strumento della loro vendetta.
Rammento la gaffe di Hillary Clinton, alcuni anni fa sui “deplorables”, cioè sugli elettori di Trump definiti “miserabili”. A mio giudizio quella frase si esplicita come epigrafe che qualifica un’intera classe dirigente.
La politica fiscale ed economica di Trump è stata vincente. L’occupazione si è irrobustita, il Pil è cresciuto allo stesso livello della Cina. Il sistema creditizio ha sostenuto le imprese. La politica monetaria è stata espansiva. I dazi hanno favorito la produzione interna contro l’invasione del colosso asiatico. Le imprese americane hanno goduto di protezione legislativa, fiscale, politica. La Silicon Valley ha rafforzato il suo primato nelle nuove tecnologie, ma anche le società petrolifere hanno potuto espandersi e non solo in Texas. L’agricoltura americana ed i prodotti nazionali escono da questo quadriennio con un aumento del 25 per cento del fatturato e dei ricavi.
Trump non ama la Germania, non è contro l’Europa ma ci ha chiesto, ripetutamente, di partecipare alle spese militari di difesa. Ha detto alla Merkel: “Non puoi non avere un esercito, produrre e vendere le tue belle macchine. Rafforzare il tuo bilancio e poi chiedermi aiuto sui confini russi.” L’Europa si è impegnata alla fine ad aumentare i finanziamenti alle spese Nato, fin dal 2024, almeno con il 2 per cento del Pil a valere su ciascun paese. La Brexit nasce anche su queste incomprensioni. Donald Trump, si è concentrato quasi in modo ossessivo sulla spesa per la difesa e ha più volte rimproverato agli alleati europei di non essere all’altezza. All’inizio del suo mandato, Trump aveva addirittura suggerito che gli Stati Uniti avrebbero potuto decidere di non andare in aiuto di un alleato in difficoltà militare se il suo budget per la Difesa non fosse stato adeguato.
Sulla Cina si dovrebbe aprire un capitolo a parte. Evito … Trump l’ha accusata di aver prodotto in laboratorio il Coronavirus, l’ha combattuta con i dazi e nelle diverse aree di influenza geografica. Il tema della contrapposizione Cina – America, in ogni caso, non si esaurirà con la fine della sua presidenza. Resterà il dualismo centrale della geo politica dei prossimi decenni.
Trump ha, infine, costruito un processo di pace in Medio Oriente con una raffinata (uso provocatoriamente questo termine) politica diplomatica. Israele è oggi riconosciuto anche dagli Emirati Arabi e dal Barhein. Non è più uno stato isolato e circondato da nemici. Un “accordo storico”, che ha formalizzato la normalizzazione delle relazioni tra i paesi sottoscrittori, riequilibrando i rapporti di forza nell’area medio orientale.
Dunque, la pancia degli States ha continuato a votare e sostenere Trump soprattutto in ragione degli interessi nazionali. Il rapporto voluto e ricercato dal magnate americano non è mai stato quello con la Quinta Avenue di New York o con i protagonisti della vita mondana di Hollywood. Lui è un personaggio divisivo, polarizzante. Un americano fra gli americani. It’s all right. Per noi europei resterà sempre di difficile lettura, un arcano…
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