A diciannove anni hai ancora tutti i tuoi capelli sulla testa e hai molte, troppo idee nella testa, in gran parte sbagliate, come il tempo si incaricherà di dimostrarti.
A diciannove anni ti bastano poche certezze, le mie erano la mano della mia ragazza nella mia, quella sensazione di friccicore al cuore che si ha sempre quando si è innamorati da poco, e cinquemila lire in tasca.
Cinquemila lire, all’incirca due euro e cinquanta centesimi, a quell’epoca bastavano e avanzavano per le sigarette, una consumazione al bar in due e un giro nell’autobus.
Mentre camminavo in via Pretoria con Pasquale e Marilena e la mia ragazza ero felice, ogni tanto guardavo lei tutto contento, ridevo a qualche battuta e mi guardavo attorno, non lo immaginavo quanto quella sera sarebbe stato un crinale.
Poi successe tutto in fretta, vento, lampioni che oscillano, crepitii di mura che si frantumano, pietre che cadono in strada, fumo di polvere sul lato di Piazza Prefettura più prossimo al Cinema Ariston, corsa, gente che fugge, i miei genitori, l’auto, la corsa verso il serpentone per lasciare Pasquale e poi via a casa della mia ragazza, un ciao veloce con la mano e poi indietro per tornare dai miei.
Alle 9 della sera ero già pienamente un terremotato, accampato a casa del suocero di mio fratello con una coperta addosso e un senso di smarrimento.
-Papà, ma com’è stato a casa?
-Papà, ma quando torniamo a casa?
-Papà, che facciamo adesso?
Ricordo un senso di vuoto, seguito da un distacco inspiegabile, sarà che quando sei giovane fai presto ad accettare tutto ciò che è inaspettato e nuovo, i soldati in strada, i primi convogli, le telefonate dai conoscenti che dal nord chiamavano per sapere, per offrire aiuto, ospitalità, una parola di aiuto e di sostegno.
Era un’altra Italia quella del 1980, magari più povera, magari meno sofisticata, ma di molto più umana e solidale, eravamo ancora una nazione, sia pure nelle differenze ciascuno sentiva proprie anche le differenze degli altri, eravamo Italiani, ma anche veneti, lombardi, genovesi, piemontesi, toscani, romani, abruzzesi, marchigiani, napoletani, pugliesi, lucani, calabresi, siciliani, sardi.
Magari sarà stato un processo confuso, arraffazzonato, antistorico, contraddittorio ma io bambino lucano mi ero sentito fiero del “…voi suonerete le vostre trombe e noi suoneremo le nostre campane” di Pier Capponi, così come sempre io mi ero sentito Giulio Cesare che conquistava le Gallie, o il marinaio Amalfitano che conquistava il mediterraneo, il Ronca Battista che combatteva i francesi, il lazzaro dei moti di Masaniello, il palermitano dei vespri, il tamburino sardo, l’Enrico Toti che combatte con la stampella, il rosso garibaldino che combatte per unire il paese.
So bene che molte, moltissime delle cose che ho citato sono retorica, propaganda, alcune dei palesi falsi, delle semplificazioni utili a costruire una storia, ma il fine era giusto, trasformare le storie delle cento patrie italiane nella storia della unica nazione.
Ma il sentimento c’era ed era quello e senza i tanti ritardi, le tante inefficienze, le tante ingiustizie che attraversano il nostro paese le mille narrazioni dissonanti, irredentiste, nostalgiche non avrebbero più senso o, al più, sarebbero soltanto l’eco di un passato, magari di cui essere orgogliosi ma pur sempre passato e superato.
Il terremoto è stato anche questo, l’inizio di una frattura, l’ultimo slancio unitario prima della lesione, prima che si cominciasse a sussurrare al nord il veleno del distinguo e al sud quello del vittimismo.
Al nord il Friuli emblema di efficienza e spirito civico autopropulsivo veniva contrapposto al meridione incapace e arraffone.
Al sud si cercava di annacquare la constatazione del disastro addossando la colpa a chi era venuto a fare affari e si era portato via tutti denari al nord. In fieri l’inizio della narrazione che tra casse del Banco di Napoli e lungimiranza borbonica ci ha portato a sostenere che il Regno delle due Sicilie era il paradiso in terra dimenticando che un Regno ben amministrato e solido non si liquefa in un paio di mesi quasi senza combattere.
La spaccatura si sarebbe propagata e i semi di un razzismo residuale di antica concezione sabauda, all’epoca oramai schiantato dalla netta affermazione di uno spirito unitario, italiano e, quindi anche pienamente meridionale, avrebbero germinato i leghismi.
Quel terùn che aveva quasi perso quel suo significato sprezzante e offensivo trasformandosi i un termine gergale quasi scherzoso riprese il suo sapore più antico e tanto più velenoso perché spesso pronunciato da meridionali emigrati al nord.
Quanti soldi arrivarono col terremoto? Tanti soldi. Qualcuno dice troppi soldi.
Io sono abbastanza vecchio da ricordarmelo com’era Via Pretoria prima, come erano le campagne intorno a Potenza o ai paesi prima del terremoto.
Via Pretoria era un susseguirsi di vecchie case mal messe, cadenti, per farsi un’idea bisogna guardare a quelle poche vecchie case dietro la Chiesa della Trinità che recentemente sono state abbattute, quando qualcuno diceva “Centro Storico” veniva regolarmente apostrofato con la seguente frase idiomatica “Qua’ cendro storiche? So’ quatt’ casaruoppole fetenti, foss’ pe’ me facesse com’anne fatte a Vico Addone, at ca ste quatte case vecchie!”.
Il sentimento prevalente, certamente ingiusto e figlio dell’ignoranza, era però questo, fatta eccezione naturalmente per pochi illuminati dalle buone letture e dalla cultura, e non deve stupirvi perché tale era esattamente il sentimento che a Matera aleggiava sui Sassi che devono il loro salvataggio a poche menti lungimiranti (tra cui quella di Colombo) anche se questa verità sacrosanta viene negata e contestata rivendicando quarti di nobiltà culturale inesistenti in ambedue i capoluoghi di provincia lucani.
Le nostre campagne sono rifiorite, laddove c’erano ruderi e mura a secco sono sorti villini e case rurali costruite in cemento armato, Via Pretoria ha preso le sembianze del salotto cittadino e dopo la lunga prigionia dei tubi innocenti che l’avevano murata e resa vuota, anche la funzione.
Le cose sono cambiate, molte come queste ultime che vi ho detto in meglio, altre in peggio.
In una terra più abituata ai sudditi che ai cittadini, grandi elargizioni di contributo sono sempre fonte di grandi clientele, come in Campania in Basilicata la corruzione è dilagata, sindaci, presidenti di regione, l’intero sistema politico si è ristrutturato intorno ad una rete clientelare che ha gestito la grande occasione della scommessa storica che indubbiamente l’Italia ha cercato di giocare al sud dopo il terremoto, a proprio uso e consumo riuscendo solo di rado e in maniera inconsapevole a coniugare i propri interessi con quelli della comunità.
La Lucania povera, contadina, ma dignitosa si è via via trasformata nella Basilicata delle differenze, dei pochi ricchi e dei molti schiavi, della clientela eletta a sistema unico, del lento degrado morale, politico e civile che ai giorni nostri ha partorito la situazione di stallo inerte, incapace ma presuntuosissimo che ha portato i lucani ad essere tra i più esposti di Italia alla Pandemia.
Tra tre giorni saranno passati quarant’anni da quello strano 23 novembre del 1980 e, alla soglia dei miei sessanta anni, guardandomi alle spalle comprendo che tutto è cambiato e niente è cambiato, l’unica vera certezza è che il nostro è il paese dei gattopardi.
MILES, 2020