Le forze dell’ordine, i pompieri, l’esercito furono operativi quasi da subito ma soverchiati dall’enormità dell’accaduto, da sotto le macerie le voci dei sepolti vivi si innalzavano disperate in cerca d’aiuto, uno scenario terrificante.
Dopo un solo giorno, il 25 novembre quel meraviglioso, impetuoso, Presidente Partigiano era già tra la gente, tra le case distrutte, tra le pietre divelte, tra uomini e donne sporchi di cemento, quell’omettino magro, anziano, si aggirava con lo sguardo deciso, pareva un gigante e il giorno dopo a reti unificate, la sua voce tuonò vibrante, richiamando tutti al dovere, impegnando la nazione al soccorso.
Ne seguì un terremoto emotivo, quel piccolo magro anziano uomo frustò il paese e la politica con la sua voce anziana ma dura come l’acciaio e la nazione rispose.Sciamarono giù per la penisola in centinaia, ragazzi, uomini, vigili del fuoco, parrocchiani, comunisti, destra, sinistra, militari, riformati, lunghissime code di caravan, roulotte, furgoni pieni di ogni cosa, e l’Italia reagì come sapeva fare nei momenti critici, si allestirono tende, cucine da campo, cominciò la corsa e, passati i primi due giorni di invocazioni disperate e di richieste d’aiuto, i paesi lacerati dal terremoto cominciarono a non sentirsi più soli, anche se ci vole tempo perchè quella spinta all’aiuto sortisse effetti.
Mi ricordo di una cucina da campo, non saprei neanche dire più in quale paese eravamo, forse Balvano o forse Conza della Campania e un alpino trevigiano che versava minestra con impegno facendo un sorriso ad ogni ragazzino che gli arrivava di fronte, mi ricordo una notte a Tito, in tenda, davanti al fuoco, per scaldarci un poco in una pausa e riposarci dopo aver scaricato per ore pacchi e coperte da un camion della croce rossa.
Mi ricordo le voci e i dialetti mischiati, mi ricordo gli sguardi dolenti di chi arrivava e vedeva lo sconquasso per la prima volta, e pian piano nei mesi successivi quel dolore sciogliersi in speranza, riabbracciare la vita.
Da quel crogiuolo di militari, associazioni, uomini e donne volontari, dalle esperienze degli “angeli del fango” dell’alluvione di Firenze, dei volontari per il terremoto del Friuli sarebbe nata la Protezione Civile, non senza difficoltà tra i distinguo del P.C.I. e i tentennamenti della D.C.
Fu il vecchio partigiano a imporre la nascita del nuovo organismo, duro come il ferro il buon Presidente Pertini, era uomo dei tempi in cui ci si schierava, si combatteva e di assumevano scelte e responsabilità. Un uomo capace di scrivere dal carcere al Presidente del Tribunale Speciale fascista, per ricusare e dissociarsi dalla domanda di grazia presentata per lui dalla madre.
Penso a Pertini con nostalgia e rimpianto e all’Italia di allora, certamente imperfetta, ma ancora nazione abitata da Italiani piuttosto che da piccoli sciocchi alfieri dei 100 campanili, unita nelle differenze al contrario di quella di oggi divisa nell’omologazione dell’egoismo e della disperata ricerca di affermazione ad ogni costo.
In uno spettacolo teatrale (Mi sveglio già pettinata) l’attrice Manola Rotunno racconta i suoi ricordi, tra questi molti parlano di quel 23 novembre e di quello che seguì, ci sono molte cose che mi hanno colpito nel suo racconto dei ricordi di bambina, molto diversi dai miei che oramai ero già uomo, tra questi quello degli uomini colorati che nelle scuole distribuivano il latte.
“…Mamma, Papà, lo sapete che a scuola vengono degli uomini colorati che ci portano il latte dentro a bustine di cartone con la mucca disegnata sopra e la cannuccia perché ci vogliono bene?… E poi scoprii che quegli uomini si chiamavano Protezione Civile e ci portavano il latte perché eravamo bambini terremotati…”
Le immagini di quei giorni ci mostrano donne in nero col fazzolettone in testa, scialli, uomini vestiti di velluto, era un mondo più arretrato, ma capace di provare empatia, lontano milioni di anni luce dall’Italia dei distinguo andata in onda già all’epoca del terremoto delle Marche e che, in questi giorni di pandemia, da mostra del peggio di sé.
Ci vorrebbe un vecchio partigiano con la pipa che, alla testa di un esercito di uomini colorati, ci insegnasse di nuovo a volerci bene.
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