Qualche giorno fa, al mio Buongiorno Gigi’ lui ha risposto Ehi John. L’ho guardato frastornato, come se un universo di significato vago ma profondo mi si fosse rovesciato nel cervello. Ha sorriso in mezzo ai denti e mi ha detto Stamattina ti voglio fare un regalo e ti chiamo John. Grazie, mi piace John, gli ho risposto, intuendo che il meglio stava lì lì per arrivare. E difatti, non avevo ancora finito di rispondere che, raddrizzandosi la ‘coppola’ già stava dicendo La conosci la storia di Jack? Ho aggrottato la fronte e lui, soddisfatto dell’effetto ottenuto su di me, ha ripreso a raccontare: Avevo un amico che si chiamava Cécch, tanti tanti anni fa, aveva fame e se ne andò in America, tornò la prima volta dopo più di dieci anni, quando lo incontrai ci salutammo e gli chiesi Beh, Cécch, come si sta in America? e lui rispose ‘Na meraviglia, Gigi’, là mi chiamano Jack.
Detto questo, Gigino, da esperto showman, si è voltato e se n’è andato via.
Sono rimasto a pensarci su parecchio. Io come Socrate, adesso, immobile. L’intera vita di Cécch mi è traslata davanti agli occhi: gli anni Cinquanta, la miseria fino all’odio per la terra che si ama, e poi il viaggio, la speranza. In America lui è un extracomunitario italiano e probabilmente fa un lavoro faticoso, umile, chissà forse nel cantiere aperto per un grattacielo o a posare binari senza fine o a scavare per le fogne, ma quando qualcuno – lo immagino di pelle nera – un giorno gli chiede What’s your name? lui risponde Cécch e quello replica con un Ehy Jack, e Cécch, in men che non si dica, trascende a un altro mondo.
Ci sono ‘inquietanti azioni a distanza’ (come avrebbe detto Einstein) che le parole riescono ad attivare, perlopiù all’insaputa dei parlanti: un’intera epoca, un intero mondo, possono essere dischiusi da quell’abracadabra che è sempre, quando più quando meno, una parola, un nome.
I nomi propri, in particolare – ‘nomen open ’, è proprio vero – custodiscono un presagio. Sono portentosi. Basti pensere, per esempio, all’effetto devastante del nominare la persona amata. E quando vengono cambiati, i nomi, è sempre per imposizione, per celia, per opportunismo o per necessità: ai frati si faceva abbandonare il proprio nome come massima rinuncia al proprio sé; nei campi di concentramento il nome diventava un numero, per piegare l’anima alla nullità; per umiliare si affibbia un soprannome; gli artisti cercano la gloria in nuovi nomi, e Pessoa ne usava tanti per i suoi svariati umori; chi vuole nascondersi o cambiare vita muta identità.
Cécch il suo nome lo cambiò per caso. D’un tratto si sentì investito di un’aura che, dall’altra parte dell’immenso mare, da dove egli proveniva, poteva al più arrivare arrotolata in ‘pizze’ per cinematografi. Fu il sogno americano a conferire a Cécch il grande premio. Si sono estinti pure i sogni, adesso, e Gigino, nel narrarmi questa storia, me lo ha ricordato. Che mi chiami pure John. È uguale. Per ricompensarlo, al nostro prossimo incontro esordirò dicendogli Ehy J.J.
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