Dicembre in Turchia

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In Turchia il Natale non esiste. C’è il Capodanno ma la maggior parte della gente non lo festeggia. Dal Bosforo, l’anno nuovo è salutato in piogge di fuochi d’artificio. È bellissimo e lo trasmettono in tv ma è un evento collettivo che difficilmente si replica sui balconi della gente (niente bancarelle di fiammelle).

Al massimo qualcuno si affaccia alla finestra e spara in aria con le pistole e i fucili.

Nel 2016 avrei trascorso il mio primo Natale a Istanbul: dovevo fare qualcosa per onorare la festa!

 Le persone che avevo raccolto intorno a me erano curiose ed eccitate, dicevano “allora che cosa dobbiamo fare?” e si arrotolavano le maniche dei maglioncini come se il Natale fosse una cosa manuale.

Da Ikea avevo trovato un albero dignitoso e nei mercati grandi di Istanbul, a Eminönü, decorazioni scadenti e pacchiane con tripudi di fucsia e oro e fiocchi enormi che ovviamente mi erano piaciute subito e che ad oggi custodisco come delle reliquie.

Il proprietario di una piccola merceria aveva messo in vetrina gli unici due pacchetti di palline di Natale che aveva. Erano di un rosso vermiglio con un nastrino di velluto liscio. “Vengono 17 lire”. Mi aveva letto il prezzo sul dorso della confezione guardando da sopra e da sotto delle sue spesse lenti. 17 lire. Un prezzo esorbitante nel 2016! Un taglio e piega dal parrucchiere alla moda mi era appena costato 11 lire!

Ma se era di 17 lire il prezzo della felicità allora andavano spese.

Sentirsi all’estero a Natale è una cosa che arriva come una stilettata in momenti impensabili. Per me fu quando il mio fidanzato (turco) commentò: perché dici palline? Hanno la forma di rombi.

Forse a causa di tutti i disordini che c’erano stati, nel 2016 si sentiva nell’aria una certa indecisione circa i festeggiamenti di fine anno. Le circolari ministeriali vietavano gli addobbi nelle scuole e proibivano categoricamente l’uso della parola Natale in ogni sua traduzione. A scuola ci trovammo costretti a disfare l’albero di Natale nell’atrio e a cancellare tutti gli eventi previsti (la nostra scuola dà spazio a tutte le feste) perché nelle canzoncine c’era la parola. Tuttavia la gente usciva dai grandi supermercati con qualcosa tipicamente natalizio come una ghirlanda o un panettone da 150 grammi, “un dolce nuovo, vediamo com’è”.

So cosa vi frulla in testa: ma perché questa attenzione del governo per una festa che non c’è? Beh ma perché in Turchia la gente non festeggia il Natale ma chiama Noel il Capodanno! Per me, personalmente, l’intera faccenda significò rischiare di preparare una cena di Noel per il 24 e vedersi bidonata da tutti gli invitati che erano convinti di essere attesi la settimana successiva!

Comunque sia, circolari ministeriali o meno, niente ferma il commercio e i turchi sono commercianti di serie A. Sui cartoni degli alberi di Natale scrivono Yılbaşı ağacıAlbero di Capodanno (niente Noel nero su bianco insomma. Così si evitano seccature presenti, future e retroattive).

Dal 2016 a oggi, tra l’altro, i festeggiamenti e la corsa al regalo di Capodanno si sono intensificati. Effetto della globalizzazione e del consumismo? Può darsi.

L’anno scorso, verso metà dicembre, siamo usciti al freddo per contare tutti gli abeti decorati che splendevano dietro le vetrate, nelle case degli altri. A quaranta esemplari, uno più uno meno, ci siamo detti, okay si gela, torniamo indietro. Ma quaranta alberi di Natale in cinquecento metri sono tantissimi! E nella mia strada sono l’unica straniera.

Ho chiesto in giro nel quartiere. La gente dice che l’albero le fa compagnia, come una stufa a legna. Che l’albero dà un senso di speranza. Perché? Forse per le luci. Non sanno. È così e basta.

E credo che sia questo il vero messaggio del Natale.

La speranza incondizionata. Per tutti. Dovunque, in questo nostro vecchio mondo.

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