2020 – AVVELENATA DI FINE ANNO

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Sfoglio gli articoli di Totem Magazine della fine dell’anno scorso e mi accorgo che, benché già a dicembre 2019 si sentissero gli echi attutiti della tempesta che era iniziata in Cina, in quel momento eravamo ancora beatamente ignari.

Il fatto dell’anno era “La caduta degli Dei”, ossia l’elezione del Generale Bardi alla Presidenza della Regione e il tracollo del sistema del Partito-Regione in Basilicata e l’ascesa nell’Olimpo del centro destra lucano, l’Uomo dell’Anno era una Donna dell’anno, ossia Mariolina Venezia sugli scudi per il successo per la sua “Imma Tataranni”, gli echi di preoccupazione erano legati alla politica estera “Venti di Guerra”.

La crisi pandemica si sarebbe affacciata tra i nostri argomenti solo l’otto marzo, Gianrocco Guerriero per la prima volta ci introduceva all’argomento con “Vita da Virus”.

Sembra sia passato un secolo.

Siamo passati attraverso varie fasi, dalla scrollata di spalle, convinti come eravamo che era una delle tante crisi lontane come Ebola in Africa, alla apprensione moderata mista all’insofferenza all’apparire dei primi casi, all’ostracismo per i cinesi e i loro negozi, via via risalendo la scala della paura fino ai giorni delle bare di Bergamo, alla chiusura totale dei paesi, delle regioni e infine dell’intera nazione nel primo lockdown.

La parabola della politica italiana è stata una parabola negativa, fatta di cattivi pensieri, di mille tentativi di intorbidire le acque alla ricerca di un vantaggio politico, di continue giravolte, una parabola che non è ancora finita e della quale va detto chiaro e senza infingimenti, la maggiore responsabilità grava sulle opposizioni fascio-leghiste e sulla impreparazione pentastellata.

Le opposizioni si sono mostrate ipocrite, vigliacche, pronte a tradire l’interesse generale del Paese a vantaggio di un miserabile punticino percentuale nei sondaggi, in un susseguirsi di prese di posizione tattiche utili solo alla propaganda: L’Italia da chiudere, cui è seguita l’Italia da aprire, il virus definito inizialmente una banale influenza che poi è diventato un flagello, l’estate da bere, l’autunno della mortificazione, così come adesso la propaganda a senso alternato sul vaccino tutta condita di si però e di distinguo.

Il nostro è un sistema che non funziona, con tutto il rispetto, con tutta la comprensione, un Presidente del Consiglio non eletto e non espressione chiara di una maggioranza politica non è adeguato a guidare un grande paese come il nostro in tempi normali, figuriamoci in epoche di pandemie. E il Presidente Conte ha via via mostrato di essere quello che è, un vaso di coccio tra vasi di ferro; questa sua debolezza lo ha maggiormente reso attento, troppo attento, alle ignominie del centro destra portando il governo a ripetute sbandate che ne hanno indebolito l’azione.

Il nostro sistema sanitario pubblico ha risposto bene, si è sacrificato per difendere il Paese e ha dimostrato come in certi settori la via maestra è quella del controllo dello stato centrale. La debacle lombarda è tutta figlia della privatizzazione del sistema tanto caro alle destre che si sono occupate esclusivamente del proprio orticello ovunque abbiano messo le mani, fatte salve, le rare eccezioni che pure esistono.

In Regione Basilicata abbiamo assistito allo sbando completo, una regione di meno di 500.000 abitanti, con una bassissima densità abitativa, con 131 comuni collegati male, senza aeroporti e snodi di traffico nazionali importanti è riuscita a scalare le classifiche della diffusione del virus.

Ospedali da campo iniziati e mai finiti, vaccinazioni influenzali del tutto insufficienti, un assessore alla sanità che è passato (seguendo le narrazioni che gli venivano raccomandate evidentemente da Roma) dalla minimizzazione alla sottovalutazione, del tutto inadeguato al ruolo.

Com’è cambiata questa Italia, com’era diversa quando ero ragazzo, autenticamente solidale, era ancora una nazione, oggi invece più che mai questa emergenza ha mostrato i suoi limiti, le sue divisioni, i suoi egoismi, le sue furberie.

C’è una regia dietro alle narrazioni della pandemia in questo Paese, non una regia conscia ma la somma di una coscienza collettiva che si è andata corrompendo in questi anni, quella coscienza che ci voleva tutti al balcone quando i morti erano in gran parte al nord, che ha premuto e ottenuto di chiudere l’intero paese quando al sud non c’era alcuna evidenza di contagi e che poi si è inventata l’Italia a colori quando l’emergenza si è diffusa ovunque.

La sinistra è inerte e cieca, ingorda, gelosa dei suoi piccoli privilegi, convinta che basti declinare slogan e illusioni, lontana dai bisogni della gente, imborghesita e bolsa, manovriera usando la maggiore esperienza di governo ma priva di spinta innovativa.

Siamo uno Stato senza essere una Nazione, mi fanno ridere quelli che agitano lo spauracchio politico dei sovranisti. In Italia non esistono.

La destra. Quella nazionale. Quella figlia del fascismo. Quella che magari molti di noi hanno combattuto politicamente. Quella di Dio, Patria e Famiglia. Quella che non esiste più sostituita da figli della tasca propria.

Fare il vaccino è utile alla Nazione, lo è sia se non si corrono rischi, sia se dovessero esserci, come verosimilmente è ed è per tutti i vaccini. Fare il vaccino è da patrioti perché un’Italia immune potrebbe ripartire, perché in un Italia immune non morirebbero altri italiani, perché protegge i più deboli, perché chi ciancia ad ogni piè sospinto di Nazione dovrebbe essere disposto al sacrificio, al rischio.

Ma per questi panciafichistidi destra ciò che conta, l’unico obbiettivo utile, è farsi riconoscere come tali e arruolare altri panciafichisti. Ridicoli rimasugli post ideologici attaccati con lo sputo dell’ignoranza, questo è ciò che costituisce l’universo ideologico della destra italiana. I nostalgici del “Se avanzo seguitemi se indietreggio sparatemi” piagnucolano scuse risibili sulla libertà per scansare l’inocul azione del vaccino, questi tremebondi piccoli vigliacchi storpiano le parole, il senso delle frasi pur di inoculare il seme del dubbio e allargare la base panciafichista del paese in cui nascondersi e dalla cui massa lanciare roboanti insulsi proclami ben occultati.

Questi ipocriti difensori della libertà sono gli ispiratori e i sostenitori della politica del picchia duro, i teorici dei blocchi navali, tanto più convinti quanto più certi di non dover mai essere costretti a indossare una divisa e mettere in pratica il loro veleno da piccoli demagoghi.

Tanto coraggiosi quando si tratta di giustificare un gruppo di bruti che picchia un extracomunitario quanto pavidi e inetti quando si tratta di fare un gesto vero, reale, a difesa del paese. Dovesse mai l’Italia finire in guerra la loro unica occupazione sarebbe salire in cattedra per arringare i più giovani al coraggio, come il Prof. Kantorek, esaltare gli eroi per convincere gli altri ad andare a morire.

Ma di che vi parlo? Cito Remarque in un’Italia che guarda a un Salvini o a una Meloni per risolvere i suoi problemi? Che bruciasse una volta per tutte per questo disgraziato paese liberando l’Europa dalla puzza di carogna che spande da 50 anni, cadavere di una nazione in putrefazione senza speranza.
Con dolore guardo l’ennesimo strappo su una bandiera che più tempo passa e meno sento mia.

È passato un anno e questa storia non solo non è finita ma via via, sembra incancrenirsi di più, gli spazi di dialogo nel nostro paese si annullano, la contrapposizione politica si è fatta odio e risentimento, i ragionamenti sono inutili sfoggi di retorica.

Tutto questo mentre i nostri medici, i nostri infermieri, assistenti, medici di famiglia, hanno dato e danno l’anima e tutto questo mentre inesorabilmente c’è chi si ammala e chi muore di Covid19.

Fino ad oggi solo in Basilicata ci sono stati 242 morti e oltre 10.400 casi, ogni morto è una famiglia in lutto, una storia da raccontare, persone coinvolte, ansie plurime che si sono sommate, aggiunte, vite stravolte.

Siamo stati colpiti tutti, ognuno di noi ha perso un pezzo della sua vita, perdendo un parente, un amico, un genitore, guardando la morte negli occhi in una corsi di ospedale, questo virus ci ha cambiati dentro.

Una pandemia è anche questo, si insinua nelle nostre menti, stuzzica le nostre paure e ci cambia lentamente dall’interno, smonta certezze.

Sono cambiato anche io durante quest’anno che si è portato via, assieme a qualche conoscente e ad un amico caro, le ultime briciole di immortalità della mia giovinezza e mi ha lasciato un po’ incredulo a contemplare la realtà della morte. La morte degli altri e la possibilità della mia, sempre più concreta, sempre meno letteraria.

Non ho paura di morire, almeno non così a freddo, magari mi preoccupo per la mia famiglia come chiunque altro, la prospettiva di non essere più mi lascia tranquillo anche se sento forte la frustrazione di cose che vorrei fare e non riesco, o almeno non riesco a fare pienamente.

Cosa sarà l’anno prossimo io non so dirlo, la speranza disperata è un fiore che torni a sbocciare la prossima primavera, io lo confesso, molto egoisticamente, spero solo di scamparla.

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