Perché Roberto Speranza è il lucano per il 2020

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In un 2020 da horror vacui la Basilicata ha la sua personalità di spicco, è Roberto Speranza, potentino. Monica Rubino su la Repubblica definisce Speranza politico all’antica, con il culto per le istituzioni. Da quando è titolare del dicastero della Salute, in via Giorgio Ribotta, Roberto Speranza ha perseguito la linea del rigore, adottando una strategia comunicativa e mediatica improntata su apparizioni e interviste tv mirate solo a dare corrette informazioni ai cittadini.

È definito dai suoi detrattori il giovane vecchio. Di Potenza, classe ’79. Il padre, Michele, era socialista lombardiano. Frequenta il liceo scientifico Galilei della sua città, si laurea in scienze politiche alla Luiss con una tesi su Carlo Rosselli e consegue un dottorato di ricerca in Storia dell’Europa Mediterranea. Ritorna a Potenza e riveste la carica di segretario regionale della sinistra giovanile. Sarà consigliere comunale della sua città e in seguito anche assessore all’Urbanistica.  Nel 2009 viene eletto segretario regionale del Partito Democratico della Basilicata e nel 2013 diventa capogruppo del PD alla Camera per poi abbandonare la carica nel 2015. Nel 2017 la scissione da quello che da lì in avanti non sarà più definito da Speranza il PD bensì il Pdr (partito di Renzi), e fonda Articolo 1- Movimento Democratico e Progressista, un nuovo partito composto da vari esponenti provenienti dal PD e Sinistra Italiana. Alle Politiche del 2018 viene eletto deputato per Liberi e Uguali nella circoscrizione Toscana, non abbandonando però Art. 1 di cui è segretario dall’aprile del 2019. Con il Governo Conte bis è l’unico esponente di Liberi e Uguali ad entrare nella squadra dei ministri e dal cinque settembre 2019 è Ministro della Salute.

In questo tempo di disintermediazione, in questo tempo di mediocrazia, non si può certo dire che questo potentino schivo e garbato non abbia un cursus honorum di tutto rispetto. Che la famiglia abbia inciso sulla formazione di Roberto Speranza è quasi lapalissiano, di certo non passa inosservato che il padre fosse socialista. Mamma inglese, di Farnbourugh, 50 km a sud di Londra, dove ha trascorso almeno un mese all’anno sin da quando era bambino. La compagna, Rosangela, è quella di sempre, di quando avevano sedici anni, lavora nella cooperazione internazionale e hanno due figli, Emma Iris e Michele Simon ( Simon da Simon Bolivar).

È fatto di Potenza Roberto, la sua città è viva ancora oggi nella sua comitiva, i mifrì, dal nome del celeberrimo motorino Free molto in voga negli anni ’90. Legato agli affetti, agli amici, alla sua città, spesso ingenerosa nei suoi riguardi. Roberto Speranza non è semplicemente uno che ce l’ha fatta, buoni studi, cresciuto in quel clima di sinistra gauchista vero, autentico degli anni, ’90 magari si è trovato al posto giusto, nel momento giusto, con gli amici giusti, ma le occasioni bisogna anche saperle cogliere.

Sin dai primi passi da ministro, Roberto Speranza, ha fatto intravedere almeno nella volontà un’idea di riforma del SSN. Nella conferenza stampa di fine anno 2019 il ministro un piano volto alla realizzazione di tre obiettivi: più assicurazioni, più risorse e maggiore vicinanza dei medici di base alle strutture pubbliche.

Da fine gennaio 2020, a pochi mesi dunque dal suo insediamento da ministro della salute, Roberto Speranza si è ritrovato nell’occhio del ciclone, in prima linea nella battaglia contro la diffusione del Sars-CoV-2, affrontando la più straordinaria e funesta emergenza sanitaria degli ultimi 100 anni.

Un anno durissimo, sarà la storia con maggior lucidità, sfrondando la discussione dalle polemiche dettate dalla convenienza politica, dalle passioni, dagli odi seminati a piene mani nell’epoca della comunicazione veloce, a valutare con obbiettività l’operato del Ministro Roberto Speranza nella lotta alla emergenza sanitaria più importante della storia della Repubblica.

Roberto Speranza, 41 anni, rimarrà il ministro della Salute di uno dei periodi storici più bui della storia repubblicana. Schernito non solo dalle opposizioni, ma anche da certo intellettualismo di sinistra che nel tempo ne ha dato una lettura di uomo fragile e “dalle spalle minute”. Nonostante in tempi recentissimi si sia cercato di costruire un giallo sulla mancata pubblicazione del suo libro edito dalla Feltrinelli, troppo ottimistico e farlocco a detta di Sgarbi sin dal titolo “Perché guariremo”, e sebbene il portavoce del ministro, Nicola Del Duce, abbia precisato che il libro è stato pensato per aprire un dibattito sul futuro del SSN e i suoi proventi destinati alla rete degli IRCCS, nessuna suggestione è stata utile a convincere i più sulla inopportunità della uscita di una sorta di zibaldone ricco di aneddoti e slanci dal deciso sapore post pandemico.

Roberto Speranza è inevitabilmente l’uomo lucano dell’anno. Non c’è gara e chiunque abbia un filo di onestà intellettuale, sia pure ottenebrato dalla nebbia della lotta politica senza quartiere, non può non ammettere che la sua figura si staglia nel panorama italiano e, quindi, lucano in maniera netta.

Non solo perché a settembre, all’inizio della seconda ondata pandemica, un sondaggio di Nando Pagnoncelli per la trasmissione Di Martedì di Giovanni Floris lo indicava come il politico italiano che godeva di più consenso (39%) davanti a Giorgia Meloni (35%) e al segretario del Carroccio Matteo Salvini (31%), non solo perché tra i personaggi pubblici lucani è stato quello più presente sui social, trasmissioni tv e giornali, non solo perché l’Oms e gli Usa hanno considerato l’Italia un modello da seguire nella gestione dell’emergenza.

Roberto Speranza è l’uomo lucano dell’anno perché ha dimostrato che a 41 anni può anche succedere di diventare uno dei ministri della Repubblica Italiana, ma che solo una adeguata preparazione politica, e una cultura istituzionale possono garantire, di svolgere un tale compito in maniera credibile.

Sia pure nella diversità delle legittime opinioni la Basilicata dovrebbe guardare al lavoro di questo suo giovane “vecchio” ministro, con simpatia e attenzione, riservando considerazione per un uomo il cui carattere mite, silenzioso, schivo, rappresenta bene quel tratto tipico di lucanità così ben descritto da Leonardo Sinisgalli, a sua volta altro lucano che è dovuto andare “in giro per il mondo” per mettere a frutto le sue qualità.

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