
La luce artificiale del flash di un telefonino rischiarò la scena.
<Questo è il posto.>
Una voce sussurrata. Lo scalpiccio di passi. Da lontano, tra il guazzabuglio di fronde, il castello di Lagopesole vegliava sulla valle. Il fardello della Storia sulle sue spalle di muratura.
<Forte!>
Una seconda voce. Argentina. Una ragazza. L’adolescenza aveva lasciato un vago ricordo di acne sulle guance. I capelli corti. Il viso spigoloso e due enormi occhi, pronti ad abbracciare il mondo.
<Ci pensi? Questi disegni hanno più diecimila anni.>
<Graffiti.>
<Cosa?>
<Sono graffiti, non disegni.>
Puntualizzò la ragazza.
Il suo giovane accompagnatore si imbronciò, assumendo un’aria infantile. Aveva un accenno di barba all’altezza delle basette e sul mento e un principio di baffi. I capelli scoloriti di un biondo innaturale. Aveva un vistoso piercing sul sopracciglio destro. Era innamorato di Laura, ma non sopportava quella sua propensione al puntiglio. Lo faceva sentire inadeguato. Come cogliendo il filo dei suoi pensieri lei disse:
<Scemo, non te la prendere.>
Stava con Andrea da un anno. Aveva imparato a conoscerlo. Se si stuzzicava la sua permalosità, sapeva essere insopportabile. Gli scoccò un bacio sonoro sulle labbra, tenendogli la testa tra le mani. Lui si sciolse subito e le inviò un sorriso rassicurante.
Lei assunse un’aria trasognata e disse:
<È strano trovarsi qua. È come fare un viaggio nel tempo. Immagino quelle mani primitive tracciare quei segni sulla roccia.>
<A me questo posto fa venire altre cose in mente…>, disse lui allusivo, accarezzandole la spalla.
Lei scostò la mano dolcemente.
<A te, tutto fa venire in mente quello.>
Scoppiò a ridere, ma smise subito. Le sembrò che la sua risata profanasse quel luogo.
<Comunque, visto che ti piace tanto, ho un’idea.>
Tirò fuori dalla tasca posteriore dei pantaloni uno scalpellino.
<Sei impazzito?! Che cosa intendi fare con quello?>
<Un piccolo regalo al mio grande amore.>
Si avvicinò alla parete e posò la punta dello scalpello sulla roccia. Poi accadde qualcosa. Tutto sembrò arrestarsi, come in un fermoimmagine. Tra il metallo e la parete vibrò una scintilla verde. Una scarica che spinse Andrea all’indietro, facendolo finire gambe all’aria.
<Ma cos…>
Andrea aveva rivolto lo sguardo a Laura ed era rimasto senza parole. Era cambiata. I capelli ricadevano, lunghi sulle spalle nude. Crespi e aggrovigliati. Il naso era schiacciato. Gli occhi cupi come uno stagno a mezzanotte. Il viso era segnato da una serie di simboli, posizionati sulla fronte, le guance e alla radice del setto nasale. Era coperta solo da un vestito lacero di pelle scura. Aveva una collana di ossicini al collo. Mostrò i palmi callosi e pronunciò alcune parole. Erano come suoni concatenati. Scanditi da strozzature gutturali. Andrea non ne colse il significato, ma gli venne la pelle d’oca. L’aria sembrò incendiarsi. Nella mente il senso si dischiuse con la naturalezza di un fiore che si apre alle tentazioni della primavera. Era una sacerdotessa. Era la mano che aveva tracciato quei segni. Magia. Magia antica. L’unica che poteva parlare a Cernunnos. Uno scalpicciare di zoccoli e lo vide.
Il Cervo Antico. Il Signore della Selvaggina. Le corna maestose e contorte si diramavano dalle tempie umane. Le orecchie da animale, orientate verso il basso. Pelose. Lo sguardo fiero e gli occhi gialli, privi di pupilla. Due lune accese nella notte. La parte inferiore del corpo era quella di un enorme cervo. Scalpitava. Alzando nuvole di fumo verde.
I cani presero ad abbaiare. Un concerto di latrati lancinanti. Alcuni ululati lontani si unirono al coro, graffiando le tenebre. Gli alberi protesero i loro rami adunchi verso i due ragazzi. Li ghermivano minacciosi. Laura aveva recuperato il suo solito aspetto. Sembrava confusa.
La creatura parlò:
<Da oggi imparerete a temere i Guardiani del Mondo Verde.>
