Cosa è accaduto alla signora per bene?

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Siamo ormai alla caduta degli dei.

Il caos globale ci sta mostrando i veri caratteri della crisi, il virus è solo un fattore di accelerazione, sta svolgendo il ruolo che in passato avevano le guerre: il sistema non è in crisi, i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri più poveri, i profitti aumentano a dismisura per coloro che detengono i monopoli, affogano i più deboli, i meno garantiti. Il passaggio dal lavoro garantito al precariato di massa, facendo strame dei diritti, si sta completando, la tecnologia mai è stata tanto al servizio di questi processi. In un colpo solo saltano interi pezzi di Welfare del secolo scorso (in primis istruzione e sanità), l’economia gestisce direttamente, come non mai, la politica, perché l’economia è “rivoluzionaria” (nel senso che indicava Marx nel “Manifesto” parlando della borghesia), sa rinnovarsi, reiventarsi, rinascere. Non sapendo morire, la politica non saprà mai veramente rinascere, legata a soluzioni inadeguate, boccheggia, incapace di sbalzi, affoga nelle sue contraddizioni.

“L’attuale assetto capitalista gode di ottima salute e il Covid, al pari di una guerra, è assimilabile a una sua ricorrente crisi ciclica. L’efficacia del capitalismo risiede nella sua capacità di morire e rinascere, ovvero contrarsi ed espandersi. La crisi della politica risiede invece nell’illusione che questa possa avanzare riproponendosi sempre uguale a sé stessa”. Ce lo ricorda Andrea Garreffa, uno dei fondatori del movimento delle “sardine”, all’interno di un ricchissimo dibattito che va avanti da settimane, sulle pagine del “Manifesto”, e che nessuno si fila, troppo è l’impegno dei leoni da tastiera per seguire le notizie anche che se senza una chiave interpretativa generano solo confusione. Più semplice pontificare sull’assalto a Capitol Hill, ironizzare sul folclore dei barbari pro Trump, discettando se si sia trattato di farsa o di dramma, dimenticando che non esistono drammi senza la farsa, campi di sterminio senza le divise da operetta di Goering e i ghigni di Hitler e Mussolini. Abbiamo sostituito l’eterno “Fu vero amore” con “Fu vero Golpe”.

Stiamo celebrando, al di là dei consolatori esiti immediati, la crisi del concetto di democrazia proprio nel luogo che più l’ha celebrata, anche nelle sue contraddizioni, nella nazione dove il massimo della tecnologia pop (la rete, FB, Twitter) in nome della democrazia ha creato e dato credibilità, attraverso la parola scritta, certo digitale ma sempre scritta (è scritto in rete quindi è vero!), i miti dei QAnnon e il nuovo esoterismo golpista (ma è poi una novità?). Tutto avviene in scala anche da noi: un bullo di quartiere detta le regole del suo egocentrismo ad un intero paese infilandolo in una crisi al buio, senza che nessuno sia in grado di trovare, tra le regole della democrazia, gli strumenti per fermarlo, in un momento in cui, stretti dal virus, si ridisegnano le regole dell’economia mondiale. “Ma cosa significa morire in ambito politico? Significa accettare che i problemi non si possono risolvere con la stessa mentalità che li ha generati. Significa sentirsi piccoli, ovvero abbandonare l’idea che i progetti, per quanto virtuosi, possano servire a qualcosa, se non si è in grado di proporre e mantenere fede a un’idea di mondo su più scale, da quella locale a quella globale. Significa uccidere il proprio personaggio in favore della persona. In un mondo artefatto ricolmo di programmi elettorali, prodotti in vendita e slogan precotti, dimentichiamo la cosa di cui ci sarà sempre bisogno: umanità”, ancora Gareffa. Non so se sia utile in questo momento, come fa qualcuno, celebrare il superamento della democrazia (il potere del popolo) con il concetto di isocrazia (Uguaglianza di potere), concetto entro cui va collocata  proprio l’esperienza delle “sardine” con le ragioni del loro successo ma anche del loro veloce superamento. Forse proprio qui stanno le ragioni di una discussione che superi la dimensione organizzativa ma sostanzialmente “conservativa” dei partiti recuperandone invece la dimensione di orientamento e collettività. Per capirci: molte autorevoli voci descrivono il tramonto dei movimenti e l’incapacità di elaborare risposte alla crisi della politica, e tutte hanno un tono depressivo, disperante, di resa, siamo ormai incapaci di rielaborare le sconfitte, ma sono poi proprio sconfitte?

 Questo tono rispecchia la paura della fine e impedisce di vivere la “freschezza del nuovo”, ha detto qualcuno. Una eccezione è rappresentata da Bifo che rintraccia nella disperazione “l’onestà” richiesta dalla rinascita. Cercando nella linearità dei percorsi la risposta al bisogno politico latente nella società, tutte queste voci amare danno prova di attaccamento a schemi che hanno già mostrato tutti i loro limiti e che non portano da nessuna parte. Da quanto discutiamo di crisi dei partiti e ne celebriamo la memoria inseguendo una rappresentazione? Come Ulrich “dell’Uomo senza Qualità di Musil”, impegnato a realizzare se stesso nel comitato organizzativo per celebrare i 70 anni dell’ascesa al trono dell’imperatore Francesco Giuseppe quando l’impero già si avviava al suo disfacimento. A questo punto ben venga il tentativo un po’ apocalittico di Bifo di appropriarsi positivamente della disperazione, “La disperazione è una condizione del pensiero che non coinvolge necessariamente il cuore, né il corpo sensibile e desiderante. Forse (come credo stia suggerendo il pensiero che meglio interpreta l’epoca pandemica, quello del femminismo post-umano di Donna Haraway) proprio partendo dal corpo sensibile e desiderante si può trovare una via, post-umanistica e post-politica, per vivere felicemente il declino e la dissoluzione della sfera umana…. Ebbene sì, sono disperato, ma non credo che sia il caso di drammatizzare”.

Dobbiamo fare i conti con la scomparsa “dell’orizzonte”, l’intera società si dibatte nel giorno per giorno delle misure di restrizione e contenimento della pandemia, e presto potrebbe dibattersi nel giorno per giorno della recessione economica, della disoccupazione, del debito che esplode oltre ogni limite di sostenibilità, della depressione psichica, del caos geopolitico, del dilagare di una sorta di guerra civile globale. Sperimentare dal basso, riprendere il respiro lieve del coniugare le idee praticabili, sostituire lo scoramento con l’agire a partire anche dalle piccole cose senza rinunciare a pensare ad un progetto di trasformazione del mondo, una sorta di pratica dell’Utopia delle piccole cose. Lo so è difficile soprattutto per una generazione politica come la mia che ha vissuto la teatralità dell’agire in scenari mondiali fatti dal protagonismo di grandi masse, ma ora non è più così e non serve attardarsi a dare le colpe, studiamo e interroghiamoci piuttosto sui drammi del presente per capire. La sinistra forse non è più tale non perché non c’è un partito che la organizzi ma perché non produce più idee di sinistra, allora è quasi normale che il guitto di Rignano imperversi. Allora chiediamoci: Cosa è accaduto alla signora per bene?  Tanto lo avete capito chi è. Ma andiamo avanti.

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