I nostri abiti s’intrisero subito dell’odore della legna su cui i paesani cuocevano il pane, il sole di montagna ci schiarì i capelli, ci scurì la pelle e mangiò i colori dei vestiti in poche ore. Come era duro quel sole, come era impietoso mentre i grandi cani mandriani degli altopiani – i cani kangal – ci precedevano a grandi passi guidando gli animali lungo le impervie brecce che la montagna apre ai pastori.
Nei villaggi ogni famiglia ha il suo altopiano, dice bizim yayla, e lì ha ricordi di mesate estive trascorse con gli animali in piccole residenze di legna e pietra che hanno solo una cinquantina d’anni ma paiono adesso resti di un’altra Era. Il vento passa le sue dita negli immensi prati che finiscono in canyon, qui, sulle montagne di Sivas.
Il lupo, l’orso e il cinghiale sono gli abitanti temuti di queste zone. Arrivano fin sull’uscio delle case che li allontanano in scariche di fucile sparate alla luna e tuttavia, ogni creatura è cara a questa gente. Gli uccelli che beccano il pane sui marmi storti delle finestre, le api che si costruiscono il nido sotto le grondaie, perfino il cuculo, il cui canto riecheggia nell’oceano di oscurità delle notti, è ben accetto ai pastori, che si riempiono della solitudine del cielo e della terra.
La lingua parlata è un misto di curdo e turco. Il pane lo chiamano Nan e l’acqua Av. La gente preferisce gli imperativi, dice: “mangia, bevi, parla, vai, torna”. Sono le loro parole più importanti. Dal latte ricavano tutto, seccano il formaggio negli intestini del montone, aspettano che lo yogurt fermenti, da quello ricavano il Dev che è una bevanda semplice che concilia il sonno.
In questi villaggi il medico arriva una volta alla settimana, entra con la sua borsa e prescrive la medicina al malato, beve il çay in ogni casa. Torna in città (piccolissimi agglomerati urbani) pieno di storie. Nelle case dai camini larghi di pietra grezza, di solito c’è la lavastoviglie ma non la televisione che è una scatola piccola, larga, una scatola di tanto tempo fa. Il segnale prende e non prende, qualcuno le dà un colpo sul lato e il pulviscolo sparisce. Su quegli schermi Istanbul pare una terra promessa, tra i giovani dell’est essa è ancora il sogno di molti.
Sono così pochi gli abitanti di queste zone! Con le pietre costruiscono fontane con incisi sopra il nome delle mogli e delle madri.
La musica qui è una musica malinconica che racconta una vita piena di rinunce, resa aspra dal clima rigido delle invernate, dalle morti per fatica e dall’ingiustizia. Montagne e montagne, a perdita d’occhio, per miglia, miglia e miglia, stelle come buchi in cielo, barriere di canne che schermano dalle tormente di neve la strada che conduce a est, da Sivas verso Erzincan.
In quelle zone le montagne sono state a lungo rifugio per i ribelli.
Una ballata recita:
[…] da quando non ci sei più
su queste montagne l’estate ha perso il gusto, come è passato in fretta questo tempo
io rifiuto un destino come questo, dove il mio Huseyin giace nelsangue.
La vita è un dolore intrecciato
se solo potessi andare a Erzincan
per vedere se Huseyin è ancora lì […]
Kirvem –Mahsuni
Ma la mia preferita è la versione interpretata da Ilkay Hakkaya.
Vi lascio il link: https://www.youtube.com/watch?v=_925zPE4jAQ forse ascoltandola potrete vedere qualcosa in più oltre le parole che vi lascio in questo articolo.
*L’immagine di copertina è di Foto di Aysun Kızıldağ
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