Insomma, se avete un’idea di futuro questo è un buon momento per metterla alla prova. Perché se è innegabile che i processi descritti prevedano delle funzioni, delle procedure e dei ruoli istituzionali è altrettanto vero che la programmazione è un’attività che pretende responsabilità di partecipazione ampia e diffusa. L’Ue già nella passata programmazione individuava il coinvolgimento del partenariato come un obbligo procedurale lungo tutta la filiera di programmazione ed utilizzo dei fondi europei, ed in questo le amministrazioni hanno sicuramente trovato formule per adempiervi, sebbene non sfugga ad alcuno che un conto è l’adempimento partecipativo ed un altro un processo orientato alla coprogrammazione. Tuttavia nel tempo siamo certamente transitati da una visione ormai desueta alla “non disturbate il manovratore” ad un auspicio condiviso a volerlo sostenere nel suo compito di programmare asset importanti per il destino della comunità.
Proprio con tale presumibile intendimento forze sociali, produttive e culturali hanno aperto la stagione del confronto ed avviato azioni di analisi e proposta, funzionali ad orientare il percorso di programmazione verso i legittimi interessi collettivi di cui sono portatori. E’ evidente che in questo percorso vi sia talvolta il rischio di una asimmetria informativa tra il soggetto pubblico titolare della responsabilità di programmazione e i soggetti privati portatori di istanze e proposte. In parte questa asimmetria può essere ridotta attraverso pratiche partecipative organizzate, aperte e caratterizzate da un flusso continuo di informazioni in merito a documenti e regole che via via vanno consolidando a livello nazionale ed europeo con il passare delle settimane. Del resto, anche volendo accontentarsi del minimo, una mera circolarità delle informazioni e dei documenti con il ricorso agli strumenti informatici a disposizione non dovrebbe essere operazione impossibile.
Un altro rischio del percorso è quello di avere una base conoscitiva non univoca e condivisa. Per decidere bisogna conoscere. Ogni volta che si programma in primis si viene chiamati a ricostruire uno scenario di partenza. La base-line rispetto alla quale parametrare i futuri risultati da conseguire. In un territorio nel quale ai vari livelli istituzionali si sono quasi azzerati i servizi di analisi e statistica, per motivazioni diverse e in parte comprensibili anche se non necessariamente giustificabili, si finisce con avere tante mezze verità sui dati e sui fenomeni, tentando sempre in extremis di ricostruire il quadro di analisi dei dati che consenta di suffragare le scelte. Di fatto si rischia di scambiare il mestiere dello statistico, che ha bisogno di continuità, con quello dello scenografo, che vive di prestazioni puntuali e magari fantasmagoriche ma comunque estemporanee. Certo vi è uno sforzo anche nel partenariato di ricostruire flussi di dati e scenari analitici, sono diverse le compagini datoriali e sociali che dispongono di centri studi con queste finalità, naturalmente orientati principalmente verso temi di proprio interesse e in ogni caso non tenuti ad una restituzione pubblica del dato raccolto, monitorato e controllato.
Ma intanto, con tutti i limiti del nostro territorio e le criticità aggiuntive del contesto pandemico, la macchina della programmazione è partita: la Regione ha avviato i tavoli di partenariato per i Fondi FESR e FSE+, qualcuno ha animato il dibattito sui contenuti verso cui orientare le risorse del Recovery Fund, altre organizzazioni promuovono pubblicamente una “chiamata alle armi” per chi ha contenuti da conferire nella discussione pubblica, altre ancora avranno avviato internamente una riflessione e nelle prossime settimane faranno sentire la propria voce. Chissà, magari correremo il rischio di avere un eccesso di piani di discussione con conseguente difficoltà a ricondurre tutto verso schemi unitari, ma ben venga questo rischio rispetto ad uno stato di inerzia, che sarebbe non solo mortificante ma soprattutto penalizzante: nella programmazione delle politiche se non contribuisci alle decisioni qualcun altro deciderà anche per te.
Ma quasi certamente i contributi non mancheranno, in fondo dalle nostre parti si dice che “parlare è arte facile” e i tavoli pubblici di discussione sulle politiche non solo possono essere spazi strategici di costruzione ma anche luoghi di visibilità che attirano protagonismi. Tuttavia, altrettanto sicuramente tra le diverse voci che si alzeranno ve ne saranno diverse, espressioni di rappresentanze organizzate territoriali, che sapranno essere pertinenti, focalizzate e costruttive. La speranza è che tutti questi contributi possano unirsi funzionalmente agli indirizzi istituzionali in una dinamica di rapporti e relazioni in grado di andare oltre la logica messianica e di riconoscere che, in un gioco che non sia a somma zero, ciascuno è portatore di una visione parziale che per completarsi ha bisogno di altre parti, di altre visioni in grado di assicurare un quadro completo di insieme.
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