La gente per bene è quella pulita

Diciamo in Turchia: temiziz, siamo puliti. È la parola più nominata nei dialoghi quando ci si incontra in un luogo che non è il lavoro né una circostanza di assoluta urgenza, per giustificare a sé stessi e agli altri una mascherina abbassata. Temiziz, non abbiamo il covid. Non che ci manchino le parole; potremmo dire “sono in salute”, “sto bene”. Invece no: siamo puliti, temiziz. Abbiamo condotto una catastrofe enorme come il Covid dal campo medico a quello dell’eterna lotta tra la moralità e l’amoralità. A lavoro, temiziz non lo diciamo. Lo diciamo in quelle situazioni non necessarie, si fa per dire, come un caffè con un amico, un week end con i propri genitori o con i nonni. È questo che ci ha fatto l’ultimo anno e mezzo, ci ha ritorto contro noi stessi, contro il sangue del nostro sangue.

Gira sul web questa cantilena alternata di “Ne usciremo migliori!” & “Meno male che avremmo dovuto uscirne migliori!” Io credo che il Covid e la sua gestione, in tutto il mondo, abbiano prediletto tra tutte le armi quella dell’amore: la gente, per amore di sé e degli altri, ha rinunciato agli affetti. Se non ci fosse l’amore, non ci sarebbe stato neanche di ché spaventarsi. Temiziz, siamo puliti, siamo buoni, non siamo mele marce.  

A novembre del 2020 in un clima da film post apocalittico sono rientrata in Italia dalla Turchia. Fiumicino era deserto, la stazione di Napoli buia con un tenue bagliore sui binari più vicini all’uscita e la sensazione, all’altezza di Tito, di sentirsi Leonardo Di Caprio in Inception, «Bentornato a casa, Signore», dopo aver navigato per mesi nelle profondità remote degli incubi propri e altrui.

Riabituarmi all’Italia è stato difficilissimo, non mi sentivo al sicuro: in Turchia le misure erano state così coercitive che vedere a Potenza la gente fumare per strada mi terrorizzava, entrare a casa di un amico neanche a parlarne (ci vedevamo fuori, con la FP2 e a distanza), accorgermi di un negoziante con la mascherina sotto il naso mi creava fortissimi stati di stress, uscire due volte in un giorno mi metteva a disagio e i capannelli da quaranta persone davanti al bar mi indispettivano da morire. E giudicavo gli altri, i disertori, dicevo buradakiler temiz değil! Questi qui non sono puliti! Era un giudizio morale.

Tuttavia, ci si abitua a tutto. Ecco perché ritornare in Turchia dopo un paio di mesi è stato altrettanto difficile. Senza contare la primavera! Ci siamo ammattiti dentro casa a cambiare stanza scappando dal sole. Abbiamo continuato così, di galera in galera. Il coprifuoco, per esempio, che durante il mese di digiuno del Ramadan dalle 21:00 è stato anticipato alle 19:00, per scongiurare visite ai parenti dopo il lavoro, per non dare neanche il tempo di passare a salutare qualcuno. Senza contare la crisi della moneta, l’intero paese in malora, a centinaia finiti sul lastrico, indebitati, depressi, aggressivi e anche insonni dacché tuonavano i tamburi tutte le notti per svegliare la gente prima dell’alba perché mettesse qualcosa sotto i denti con gli ultimi sbuffi umidi della notte.

Che piacere, adesso che sto scrivendo, il suono dei tamburi e degli zurna (una specie di flauto) che accompagnano invece le danze per il matrimonio di due giovani del palazzo accanto, la gente vestita per bene che assiste, i cartonai che mangiano all’ombra dei loro çuval (i sacchi), l’idea di un pic nic nella Belgrad Ormanı (la foresta), i bambini che corrono nei cortili (è finita la scuola!), la musica, le chiacchiere, le passeggiate, lo sport, la vita! Certo, è stata una decisione che da zero ci ha catapultati a mille, come se il Covid non esistesse più ma da qualche giorno siamo ritornati in strada e siamo fiduciosi anche se temiziz ci è rimasta incastrata in gola, e la diciamo lo stesso.

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